17 dicembre 2018

Quando il consumo di musica si trasforma in consumismo

Quando il consumo di musica si trasforma in consumismo

Questo secolo viene spesso recriminato come il secolo dell’inettitudine, della mancanza di idee, o peggio ancora, della mancanza di pensiero. In una società in cui si è completamente sopraffatti dalla velocità, in cui in qualsiasi ambito vengono imposti  imperativi governati dalla fretta, in cui si guarda solo al profitto prettamente materiale, o si è sempre impegnati a fare altro e troppo stanchi per svolgere qualsiasi altra attività come pensare, non si ha più il tempo (e/o la voglia) per fare niente. Neanche per svagarsi, neanche per ascoltare musica.

In ogni caso, nel Ventunesimo Secolo la musica si ascolta eccome; sono tuttavia cambiate totalmente le modalità di fruizione della stessa: basti pensare al percorso storico del medium tramite il quale la si ascolta. Si è passati in pochi anni dal vinile negli anni ’70 alla rivoluzione dei CD (Compact Disc) degli anni ’90/2000 (come transizione, negli anni ’80, non si dimentichino le musicassette). Ma neanche quello ha fermato il progresso: gli anni 2000 hanno visto il trionfo di nuove tecnologie digitali come lettori mp3, fino ad arrivare ai modernissimi sistemi di streaming musicale che tutti oggi conoscono e utilizzano, quali Deezer, Tim Music, Spotify, Apple Music e molti altri.

Ma quali sono state le conseguenze? Come è facilmente immaginabile, le vendite dei CD non ne hanno risentito molto positivamente: basti pensare che, secondo i dati pubblicati dalla RIAA (Recording Industry Association of America) nel 2017, quasi due terzi (esattamente il 56%, oltre 5,7 miliardi di dollari) di tutti i ricavi dell’industria musicale americana provenivano dallo streaming, con un incremento del 43%.

Un dato interessante che si rileva da questi dati è la suddivisione del mercato, esclusa l’imponente fetta occupata dai servizi di streaming: lo scorso anno si è registrato un aumento dei ricavi dalla vendita di musica “fisica”, quindi CD e vinili, (17%) rispetto ai download digitali (15%), e questo è estremamente significativo. Da ciò si comprende come la volontà di avere la musica “fisicamente” presente non sia ancora scomparsa del tutto e come si senta ancora la necessità di avere un supporto materiale per segnalare l’immenso valore che un semplice album può avere nel corso di una vita.

D’altra parte, non si può ignorare completamente l’enorme dato che si rileva in materia di streaming musicale, illudendosi che si dia tanto valore alla musica nella sua accezione più artistica e virtuosa possibile. Va in ogni caso sottolineato che nonostante si ascoltino ogni giorno tanti brani su Spotify, lo streaming non è da demonizzare in toto: infatti, questo è sicuramente un modo per portare ovunque la propria musica, per tenerla con sé mentre si è sui mezzi di trasporto, a lavoro, a studiare, in auto, a una festa e ovunque si preferisca. Chi non riesce a percepirlo come una ricchezza, probabilmente è ancora troppo ancorato al passato.

E’ innegabile però che una maniera così semplice di usufruire della musica ne porta ad un consumo smodato e quasi disinteressato. Ed è qui che entra in gioco l’aspetto consumistico della fruizione contemporanea dei servizi musicali. Bisogna fare molta attenzione, perché spesso si tende a confondere la nozione di “consumismo” con la cosiddetta “musica commerciale”: nulla di più errato dal punto di vista terminologico. Il consumismo infatti è, per definizione, secondo il vocabolario Treccani,

un fenomeno economico-sociale tipico delle società industrializzate, consistente nell’acquisto indiscriminato di beni di consumo, suscitato ed esasperato dall’azione delle moderne tecniche pubblicitarie, le quali fanno apparire come reali bisogni fittizi, allo scopo di allargare continuamente la produzione.

Da qui, si capisce come il gesto di avere letteralmente a portata di mano, tramite gli smartphone, miliardi di brani disponibili, porti spesso e volentieri alla fruizione immediata e poco ragionata di brani “scritti a tavolino”. Cosa c’è di male? Probabilmente nulla. Ma occorrerebbe solo esercitarsi a dare un po’ più di valore all’aspetto eminentemente artistico della musica, a valorizzare chi scrive per un’esigenza comunicativa, a dare attenzione ai particolari. Basterebbe anche solo impegnarsi un po’ di più nel capire che cosa si sta davvero ascoltando. Anche solo ogni tanto.

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