17 dicembre 2018

Nello Yemen milioni di bambini muoiono di fame, ma il mondo non lo sa

Nello Yemen milioni di bambini muoiono di fame, ma il mondo non lo sa

Tra domenica 11 e lunedì 12 novembre 149 persone sono morte ad Al Hodeida. Si tratta dell’ultimo violento scontro di una guerra civile che si combatte da oltre due anni –da marzo 2015– nello Yemen, ma che pochi conoscono.

Quali sono le origini di questa guerra dimenticata?

Era il 1990 quando lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud si riunirono in un unico stato, con Sana’a come capitale e Ali Abdullah Saleh come presidente (già a capo dello Yemen del Nord dal 1978). Nel 2012, durante la Primavera araba, a causa delle rivolte nel sud del Paese, Saleh si dimise, e presto venne sostituito dal sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi. Temendo che Hadi governasse più del tempo previsto, nel febbraio 2015 il gruppo armato sciita degli Huthi, proveniente dal nord dello Yemen, lo costrinse a dimettersi, ristabilendo Saleh al governo, dopo aver conquistato la capitale. Il presidente Hadi tuttavia non si dimise, ma si trasferì a sud, nella città di Aden, che diventò la seconda capitale del Paese.

Il Paese si è così diviso in tre: a nord gli sciiti con Saleh al governo, a sud i sunniti con Hadi come presidente –anche se l’Occidente e l’Onu riconoscono solo Hadi­ come presidente yemenita–, e nella parte orientale del Paese invece sono subentrati Al-Qa’ida e l’Isis, che attuano attentati soprattutto nei confronti degli sciiti.

Da marzo 2015 l’Arabia Saudita si è posta a capo di una coalizione di nove Paesi sunniti –Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar–, che, alleandosi con il sud dello Yemen, hanno iniziato a bombardare i territori sciiti del nord, supportati soltanto dall’Iran. È così che la guerra nello Yemen non risulta essere altro che un pretesto dei Paesi sunniti e dell’Isis per indebolire il loro grande nemico, l’Iran (il più grande stato sciita), approfittando della debolezza di uno stato che è il più povero del Medio Oriente.

Il 4 dicembre 2017, il presidente Abdullah Saleh è stato catturato e ucciso dai suoi alleati per aver tentato di trovare rifugio oltre confine.

Questo conflitto sta diventando sempre più drammatico: negli ultimi giorni la situazione ad Al Hodeida è peggiorata a causa di una nuova offensiva sulla città con attacchi aerei e via terra; dall’inizio di novembre gli scontri hanno provocato l’uccisione di almeno 600 persone. Chi ha i mezzi per farlo, ha già abbandonato la città, ma la maggior parte della popolazione non ha né i soldi per il viaggio né un posto in cui andare.

La posizione della città di Al Hodeida è cruciale: affacciandosi sul Mar Rosso, è la porta d’ingresso di più del 70% delle importazioni del Paese. Queste merci, però, il popolo yemenita neppure le vede: bisogna infatti sapere che l’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno da tempo imposto un embargo, attuando periodici blocchi all’attività dei porti, quindi anche ai rifornimenti, con importanti limitazioni per quanto riguarda le importazioni.

A ciò si aggiunge che nel 2016 lo Yemen saudita ha trasferito le operazioni della banca centrale dalla capitale Sana’a, ad Aden, dove ha stampato una grande quantità di denaro per provocare un aumento dell’inflazione, riducendo così il valore dei risparmi degli yemeniti del nord (dove abita l’80% della popolazione del Paese) e facendo sì che i prezzi dei pochi beni di consumo rimasti aumentassero notevolmente. La banca inoltre ha smesso di pagare gli stipendi a circa un milione di dipendenti pubblici degli yemeniti settentrionali, tra cui medici e infermieri degli ospedali pubblici.

È evidente come gli avversari sunniti, dal momento che i bombardamenti non avrebbero prodotto danni sufficienti, stiano procedendo ad un attacco contro l’economia, che sta collassando.

Questa “guerra economica” grava solo sui civili, i quali non solo stanno morendo da anni sotto le bombe, ma anche di fame e di colera (circa 1342 persone contagiate –numero in vertiginoso aumento–, secondo l’Oms, il 30% di loro sono bambini sotto i 5 anni).

La fame e le epidemie vengono utilizzati come un’arma d’assedio: un’arma letale, che uccide lentamente.

Sono 14 milioni gli yemeniti a rischio carestia, una delle peggiori degli ultimi cento anni secondo le Nazioni Unite. All’inizio di ottobre Jan Egeland, capo del Norwegian refugee council e consulente dell’Onu, ha dichiarato:

“I civili nello Yemen sono deliberatamente ridotti alla fame. La peggiore carestia della nostra epoca è causata dalle parti in conflitto e dai loro alleati internazionali. Il modo in cui viene condotta la guerra soffoca i civili, rendendo sempre più difficile e costoso trovare da mangiare”.

A causa di tutto ciò è aumentato il numero di coloro che ad Al Hodeida vivono per strada chiedendo l’elemosina, molti dei quali sono contadini che hanno terre nelle zone di conflitto.

Negli ospedali la situazione è spaventosa: mancano gli strumenti e le medicine, i pazienti devono pagare per quel poco che rimane (terapie, medicine, chirurgie), ma praticamente nessuno è in grado di farlo. Medici e infermieri, come tutti i dipendenti pubblici del Nord Yemen, non ricevono gli stipendi dalla fine del 2016. È anche questo il motivo per cui molti di loro si sono trasferiti in ospedali privati.

Nel reparto malnutrizione dell’ospedale di al-Thaura di Hodeida, finanziato dall’Oms, il dottor Abdullah Zoheir ammette:

“Siamo passati dal 2016 in cui avevamo un totale di 66 casi al mese di bambini morti per malnutrizione al doppio nel 2017. Se arrivassero prima, molti riusciremmo a salvarli”.

Secondo i dati 1,8 milioni di bambini muoiono per denutrizione, nella maggior parte dei casi non vedono nemmeno la luce.

Questo è il caso di Amal, la bambina fotografata dal premio Pulitzer Tyler Hicks nel suo letto di agonia appena prima di morire di fame, a soli 7 anni. Nella foto Amal ha il volto girato a sinistra, forse perché non riesce a sopportare lo sguardo di chi la sta fotografando.

Siamo ad Hajja, nel nord dello Yemen. Il giornalista Declan Walsh e il fotografo Tyler Hichs trovano Amal in un ospedale da campo vicino a Sana’a, insieme alla mamma, anche lei con problemi di denutrizione. Sono stati vani i tentativi di nutrirla con un po’ di latte, poiché rigettava tutto. Dopo pochi giorni è stata dimessa perché servivano posti letto liberi nell’ospedale. È morta così nella sua capanna di paglia dopo soli tre giorni, il 26 ottobre, data in cui in cui il New York Times ha deciso di pubblicare questa foto insieme al reportage che racconta la sua storia.

Dal momento che ancora pochi nel mondo conoscono la drammatica situazione dello Yemen, il New York Times ha deciso di inserire un’immagine a tal punto esplicita proprio per destare gli animi dei lettori, in un articolo si giustifica questa scelta:

“C’è un motivo se abbiamo preso la decisione di pubblicare queste immagini dallo Yemen. La tragedia dello Yemen non è nata da un disastro naturale. È una crisi provocata da leader di altri Paesi disposti a tollerare sofferenze eccezionali per la popolazione civile pur di portare avanti i loro piani politici.[…] La storia dello Yemen e di tutte le sue sofferenze è una storia che deve essere raccontata. Sì, non è facile guardare le immagini di Tyler. Sono brutali. Ma sono anche brutalmente oneste. Potete scegliere di non guardarle. Ma siamo del parere che dobbiate essere voi a decidere“.

Amal significa speranza, una speranza che in Yemen sembra essere sparita del tutto.

FONTI:

  • Gli abitanti di Al Hodeida colpiti dalla carestia, Middle East Eye, Regno Unito (Internazionale 1/8 novembre 2018)
  • Le mille Amal dello Yemen così i bambini muoiono nella guerra dimenticata, Laura Silvia Battaglia (Repubblica 3/11/2018)
  • ilpost.it
  • wikipedia.org
  • ilmessaggero.it

 

 

 

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