17 dicembre 2018

La religione necessaria e intrinseca nell’uomo

La religione necessaria e intrinseca nell’uomo

Nell’antica Grecia gli dei erano creature onnipotenti: erano loro a comandare, a guidare l’uomo e a proteggerlo; tuttavia, nutrivano anche sentimenti umani, erano in qualche misura antropomorfi. Provavano rabbia, gelosia, si innamoravano di donne mortali e avevano rapporti incestuosi: Zeus, il padre degli dei, ne è l’esempio lampante.

La cultura greca – così come quella romana che ne eredita tutti i caratteri principali – si basava sulla religione stessa. Per spiegare il mondo, gli antichi facevano riferimento alla creazione divina e tutto rispondeva a un ordine cosmico voluto dagli dei. Esisteva però una forza che stava ben al di sopra di tutti loro: il Fato. Nel linguaggio moderno lo consideriamo un sinonimo di destino ma esso era molto di più: una natura ancora più grande e potente degli dei maestosi. Non c’era divinità che potesse contrastarlo, né tantomeno mortale.

Ci sono domande a cui l’uomo non ha mai saputo dare risposta e se nel mondo antico si affidava al Fato, con il passare dei secoli cerca sempre più conforto nell’altro, nell’al di sopra. Di varia natura sono i dubbi che attanagliano chi abita sulla terra, così come sono molteplici i modi in cui si cerca di controbattere. Ma le aspettative dell’uomo non vengono mai pienamente soddisfatte: restano incertezze, lati ambigui ed equivoci. Il dibattito è sempre aperto, e probabilmente non si chiuderà mai. È infatti proprio questo dubbio ad attirare l’attenzione dell’uomo. Non solo il Dio – qualunque esso sia – ma anche ciò che sta dietro. Il fascino del mistero, il non sapere a cosa equivalga effettivamente questa forza sovrastante suscita grande interesse. L’uomo crede in queste entità superiori che muovono il mondo e spesso gli si affida.

Da sempre quindi l’uomo in quanto tale ha percepito la presenza di qualcos’altro e da sempre ha cercato di confrontarcisi, nonostante gli innumerevoli quesiti. È proprio così che nasce il sentimento religioso, che diventa così essenziale. La fede diventa necessaria perché l’uomo è terrorizzato, si sente insicuro e necessita conforto. Ma quali sono le sue ansie e paure? Prima tra tutte la morte, poi la malattia, l’instabilità, il dolore, la sofferenza emotiva, il dispiacere. L’uomo teme tutto ciò che gli dà afflizione e angoscia. Tutto ciò che minaccia la propria serenità e felicità.

Questi mali però sembrano essere inspiegabili. Spesso l’uomo non li accetta, non li riconosce proprio perché non riesce a classificarli e successivamente a combatterli. La razionalità non basta, occorre andare oltre e superare il lume della ragione. Ma non solo paure, anche desideri, ambizioni e speranze portano l’uomo ad avvicinarsi alla fede, a credere in qualcosa che sia tra noi, in cielo o sottoterra. È questo il luogo in cui canalizza ciò che lo intimorisce, ma anche ciò a cui aspira.

Molto più pratica ed efficiente di quel che comunemente si pensa, la religione ci aiuta a capire il mondo. A comprenderlo, a distinguere realtà da finzione, verità da ignoranza, libertà da schiavitù, a discernere e riconoscere i labili confini tra il bene e il male. Il sentimento di fede collabora con l’uomo stesso, con la sua essenza e con i suoi dubbi irrisolvibili.

Il senso religioso è innato: la mente umana non tutto raggiunge e spiega. Molti sono coloro che sostengono una sorta di limitatezza del nostro intelletto. Ci deve essere necessariamente un’entità più in alto che chiamiamo Dio. Onnipotente e onnipresente, è un essere eterno a cui facciamo riferimento senza, in realtà, conoscerlo bene.

Le domande che l’uomo si pone sono una sua parte costitutiva. Dotato di coscienza, il mortale ha dei dubbi che lo portano non solo a credere in altro, ma anche in se stesso. È proprio grazie a questi interrogativi che per molto tempo rimangono senza risposta che si matura, si cresce, ci si autodetermina.

Fondamentale da un punto di vista psicologico è la religione come sistema educativo. Regole e dritte per educare l’individuo alla fede non esistono. Non ci sono teorie, l’unica esperienza in grado di porlo davanti a importanti interrogativi è la vita. Tutto viene poi naturale, spontaneo. A contraddistinguere l’essere umano è il senso morale. Ecco che professare un culto vuol dire anche credere nei valori da esso professati. Non si diventa solo in grado di distinguere il benigno dal nocivo, ma anche di riconoscere la moralità, ciò che è etico da ciò che non lo è.

Non dobbiamo intendere una religione in particolare; questo discorso abbraccia tutti – o quasi – i credi. Rispettare il prossimo, non fare del male, essere devoti e riconoscenti, dedicarsi alla fede, insegnare a discernere ciò che è bene da ciò che non lo è: generalmente sono questi i precetti. Si tratta di spiriti, qualità comuni che ogni fede riconosce con sfumature differenti, regole integre e sincere a cui ogni credente dovrebbe prestar attenzione, assicurandosi anche di non abusarne o travisarne il messaggio.

Positività, speranza e ottimismo sono conseguenti. Porre domande, cercare delle risposte nell’irrazionale ed esprimere valori morali: questo ci insegna a fare la religione. Chi ignora il senso religioso e il suo beneficio educativo, ignora l’essenza stessa dell’uomo.


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