17 dicembre 2018

Dhan Fabbri Adhikary: lo strofinio come gesto della memoria

Dhan Fabbri Adhikary: lo strofinio come gesto della memoria

Dhan Fabbri ha 24 anni ed è un giovane artista italiano di origine nepalese.

Fin da bambino ha sempre amato la poesia e il disegno e molto prematuramente ha capito che non avrebbe smesso di disegnare. Con i suoi genitori adottivi, infatti, il disegno è stata la prima lingua il primo modo per dialogare.

“Attraverso i miei primi disegni mi sono espresso e i miei genitori hanno compreso i miei stati d’animo.”

Le sue origini nepalesi, la sua seconda infanzia e poi l’adolescenza italiane – unitamente alle letture di testi italiani e stranieri – hanno inciso molto nell’intraprendere la strada del pittore. Nel corso dell’adolescenza, infatti, Dhan si è avvicinato ad alcuni poeti del Novecento, come Maria Rainer Rilke e Peter Handke e il suo interesse è sempre caduto sul filo conduttore della memoria e della ricostruzione delle radici del suo mondo originario.

È come se avessi la responsabilità o il bisogno interiore di raccontare la mia storia di italiano di origini nepalesi in questo arco di tempo, breve per altri, infinito per me.”

Nell’autunno del 2012, Dhan si iscrive al corso di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera.

Nell’inverno del 2012/2013, con i suoi genitori, ritorna per la prima volta dopo 15 anni in Nepal.

“Mi avevano regalato un macchina fotografica, uno strumento prezioso durante la mia permanenza! Cercai di fotografare soprattutto luoghi in cui ero a contatto con gli abitanti; ambienti come le fontane delle città di Kathmandu, Patan e Bakhatapur, dove gli abitanti venivano a raccogliere l’acqua da portare nelle loro case.”

Una volta tornato, decide di raccogliere una serie di spunti ed emozioni in alcune poesie (che scrive tra il 2013 e il 2015), che confluiranno nella sua prima raccolta di poesie Radici di polvere. Anche chi non è stato in Nepal, in questi versi, può vederne un po’. Curiosità e stupore, paiono tattili. Aderendo alla proposta Erasmus, frequenta poi il terzo anno accademico presso l’Universität der Künste a Berlino. Ma, racconta,

“il mio amore per Berlino era cominciato già nei libri di Walter Benjamin e con la visione del film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, già assaporato fin dalla mia prima visita con degli amici nel 2013”.

Fin dal primo anno di Accademia, Dhan sta lavorando a una serie di fotografie intitolata Strofinio, proprio perché utilizza questo tipo di tecnica, per intrecciare il passato al presente.

Il suo è un lavoro di stratificazione; scatta delle immagini nei luoghi in cui vive o dov’è di passaggio, di cui da principio non riconosco nulla. Successivamente, strofina le fotografie sulle superfici dell’ambiente in cui la foto è stata scattata: la fotografia, attraverso l’azione dello strofinio, ha la potenza di riempire un vuoto.

“Anche noi lasciamo una traccia nel momento in cui passiamo, ci sediamo, siamo a contatto con l’ambiente circostante. (…) In un certo senso io raccolgo lo “sporco”, i “residui” e i “colori”che si accumulano presenti nei luoghi; si pensi a una via sconosciuta, ma quotidianamente calpestata da un’altra persona, a una piazza, ai pavimenti, ai tavoli o alle sedie; mi interessano sia i luoghi storici che quelli meno conosciuti, ma di questi ultimi mi affascina la loro discrezione, perché sono nascosti dei vissuti preziosi, sicuramente ignoti, ma ancora del tutto da svelare: l’immagine fotografica scattata in un luogo attraverso l’azione dello strofinio assume una sorta di sua “comprensione” riguardo al luogo in cui mi trovo. Lo scopo che mi prefiggo è quello di creare nuove immagini riscoprendo i luoghi.” 

Così Dhan racconta il suo progetto, un lavoro introspettivo e di scoperta, di sé e dell’incontro. Ogni luogo ha un suo colore, ogni luogo ci restituisce un’immagine differente. Le terre del suo paese d’origine, per esempio, chiamano il rosso.

“Nelle mie poesie e nei miei dipinti il colore rosso è ricorrente, come lo è anche la polvere.
Quando si arriva in Nepal due aspetti colpiscono l’osservatore immediatamente: la prima è la polvere, presente ovunque, nelle strade, nelle abitazioni, sui vestiti. 

La seconda è il colore rosso, anch’esso presente costantemente: nei fiori, negli abiti nepalesi, nella terra, persino nei pigmenti (che sono sparsi nelle case e sulle statue di divinità) e i mattoni di terracotta.
La polvere e il rosso convivono perfettamente, come se si conoscessero da sempre; anch’io vorrei comprendere in modo più profondo questi due elementi, i quali nella mia memoria sono sempre presenti e che sicuramente mi hanno indotto a creare qualcosa, perché ormai sono radicati in me.”

La seconda volta che torna in Nepal ha 21 anni e vi torna dopo lo sconvolgente terremoto del 25 aprile. Porta con sé le fotografie stampate che aveva scattato durante il primo viaggio, per strofinarle direttamente sul luogo. In quell’occasione, ha deciso di riprendere con la telecamera i luoghi in cui esattamente strofinava le immagini: nei templi induisti, sulle pareti degli Stupa buddisti, sulle statue di divinità, nelle diverse strade, sulle pareti delle case,…
Il suo scopo era quello di rendere viva la memoria del luogo, di creare qualcosa che stesse tra l’immagine originale fotografata e la realtà circostante, “quello strabiliante strato che sta aggrappato sulla nuova superficie creata!”

Oggi Dhan vive a Berlino, dove ha un atelier. Sta studiando il tedesco, dipinge e continua ad affinare la serie Strofinio, convinto che sarà un lavoro che lo accompagnerà sempre nei prossimi anni.


FONTI
Intervista da parte dell’autrice
CREDITS

Copertina by Lo Sbuffo

Foto di Dhan Fabbri

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