10 dicembre 2018

Dentro l’occhio del ciclone

Dentro l’occhio del ciclone
Hurricane Irma passes Cuba and approaches southern Florida on Sunday, Sept. 10, 2017, in a NASA satellite captured a night-time image of the storm in the Florida Straits and identified where the strongest storms were occurring within Irma's structure. NOAA's GOES-East satellite provided a visible image at the time of Irma's landfall in the Florida Keys. NASA photo

È incredibile come la natura, di solito così perfetta e armoniosa, riesca a volte ad “arrabbiarsi” a tal punto da scatenare terribili conseguenze. La stessa forza che permette la vita, molto spesso arriva persino a distruggerla totalmente. Uno dei fenomeni più terribili, è quello del ciclone.

Il ciclone viene definito come un vortice il cui processo di formazione è chiamato ciclogenesi, proprio perché si tratta di enormi masse d’aria che girano, come se ne fossero attirate, intorno a un preciso punto. Questo avviene quando in un’area la pressione atmosferica non è al livello di quella delle aree circostanti, bensì minore, causando una convergenza d’aria a livello del terreno. Esistono però diverse categorie per questo stesso fenomeno, a seconda del luogo terrestre in cui si sono sviluppati. Infatti, esistono i cicloni extratropicali e quelli tropicali.

Il primo, quello extratropicale nasce alle medie e alte latitudini e la principale causa di formazione è lo scontro tra masse d’aria di diverse temperature. A seguito di diversi studi norvegesi, si è visto come questo tipo di ciclone abbia un ciclo di vita scandito da diverse fasi. Il vortice prende forma in una zona denominata “fronte polare”, ovvero l’area in cui l’aria fredda della zona polare e l’aria temperata delle zone sottostanti vengono separate. Le due masse d’aria si muovono lungo la stessa direttrice, ma con verso opposto e, data la loro diversa densità, viene prodotta un’ondulazione secondo la quale, l’aria fredda viene spinta sotto la calda. Nella fase successiva, il vortice si espande e le diverse masse d’aria si raggiungono quasi a fondersi, causando lo spostamento dell’aria calda verso l’alto e successivamente inizia la fase chiamata “di invecchiamento”, dove, una volta raggiunta la massima depressione, l’aria che circola in essa è quasi del tutto fredda e rimescolata. Questo tipo di ciclone non è dannoso come quello tropicale e anzi, assume anche un importante ruolo nel bilancio termico terrestre: grazie a esso, infatti, avvengono degli scambi d’aria fra le alte e le basse latitudini che servono a riequilibrare le temperature e la circolazione atmosferica. Quando avvengono alle medie latitudini, regolano anche la distribuzione delle precipitazioni.

I cicloni tropicali, invece, si originano tra gli otto e i venti gradi di latitudine a nord e sud dell’equatore. Quando avvengono nel Pacifico Occidentale e nelle aree dell’Oceano Indiano, del Mare Arabico e del Golfo del Bengala vengono chiamati “tifoni” (in particolare nelle zone australiane vengono denominati willy-willy), alle restanti latitudini, invece, prendono il nome di “uragani”. Il ciclone tropicale è caratterizzato da fortissimi venti che, con non poca facilità, arrivano a superare i cento chilometri orari. Vengono distinti in depressione tropicale se il vento è minore di sessantatre chilometri orari, tempesta tropicale se il vento è compreso tra i sessantatre ed i centodiciotto chilometri orari, successivamente di parla di uragano. I venti aumentano all’interno del vortice in direzione del cerchio, ma non arrivano mai ad esserci dentro, finendo per ruotare attorno a un’area circolare che può variare da un diametro di cinque fino ai trenta chilometri in cui il vento è molto debole o, addirittura, non è presente. Capita molto spesso che, in queste aree dette “occhio del ciclone”, regni la calma.

Come già detto, gli uragani fanno parte dei grandi movimenti naturali della Terra. Sono fenomeni che avvengono a prescindere dalle azioni dell’uomo; nonostante ciò, si pensa che il riscaldamento globale possa influire. Infatti, per far sì che nasca un ciclone tropicale, gli oceani devono essere abbastanza caldi, intorno ai ventisette gradi, in modo tale che il calore del vapore acqueo possa alimentare il calore sensibile (quantità di calore che viene scambiata tra due corpi permettendo una diminuzione della differenza di temperatura tra gli stessi) già emanato dalle acque. Proprio per questo, di solito, i cicloni tropicali si formano a circa dieci gradi di latitudine dall’equatore, ovvero la zona che riceve più calore solare sulla Terra.

A questo punto, risulta doveroso comprendere il ruolo che il riscaldamento globale può assumere nella formazione di questi fenomeni. Per questo motivo, l’Intergovernmental Panel oClimate Change (Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico), ha registrato un incremento nell’intensità degli uragani a partire dal 1970, correlato all’aumento delle temperature dei mari. E sembrerebbe persino che negli ultimi anni la situazione stia peggiorando. Ogni anno molte nazioni americane vengono distrutte dal passaggio di più uragani, uno più devastante dell’altro. Recenti ricerche hanno dimostrato come, se la temperatura media globale dovesse alzarsi di soli tre o quattro gradi centigradi, avremo non solo un aumento dal 5 al 10% delle precipitazioni legate alle tempeste tropicali, ma anche un incremento di circa quarantacinque chilometri all’ora della velocità generale dei venti. Stiamo davvero andando incontro a qualcosa di catastrofico (e non solo in fatto di cicloni) o si tratta solo di supposizioni e teorie?

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