Un mese per le donne

Novembre è il mese dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne e, in particolare, il 25 novembre ne è la giornata internazionale.

Ogni anno, in tale periodo, assistiamo al potenziamento delle campagne di sensibilizzazione e delle manifestazioni di piazza, ove uomini e donne di ogni età, ceto sociale, colore della pelle, famosi e non, si uniscono per urlare un secco “basta”. Immagini di donne con ematomi sul volto diventano il simbolo di un’inarrestabile battaglia per l’affermazione di diritti e autodeterminazione. Ogni gesto, parola, progetto orientato a smantellare l’abitudine all’indifferenza e alla discriminazione è importante per abbattere le barriere della diversità e creare una cultura orientata all’uguaglianza di genere. Ancora più significativo è quando si assiste a un’ampia partecipazione attiva da parte degli uomini: segno tangibile che il messaggio può essere recepito proprio da chi esercita e alimenta violenza e disuguaglianza.

Sensibilizzare il potenziale carnefice può fare la differenza nel prevenire future violenze ma, si sa, i cambiamenti richiedono tempo, soprattutto se profondamente radicati nelle abitudini sociali e nell’accettazione secolare collettiva. I numeri spesso non hanno bisogno di ulteriori commenti: nel 2017 ci sono stati 114 femminicidi.

Ci sono varie forme di violenza contro le donne, la più insidiosa, molte volte, ha proprio le chiavi di casa. Si tratta della violenza domestica. Basti pensare che 3 vittime su 4 sono state uccise nel contesto familiare. Spesso questa suddetta forma di violenza risulta essere letale per la vittima, non solo per il legame affettivo che la unisce al suo aguzzino, il quale malauguratamente coincide con il partner, ma anche a causa della dipendenza economica che a lui le lega.

Da questa osservazione nasce la nuova frontiera del femminismo del terzo millennio: lottare per l’autonomia economica delle donne. La consapevolezza di poter essere autonome le rende libere di scegliere, di agire, di proteggersi e quindi di salvarsi. È la chiave di volta verso una nuova fase storica dell’empowerment femminile, che è in continuo sviluppo dai rivoluzionari anni Settanta. A tal proposito, vediamo l’affacciarsi, seppur a macchia di leopardo, di interessanti progetti e proposte di legge orientati proprio a sostenere le donne per il raggiungimento dell’autonomia economica.

Il Progetto Libellula

Lo scorso 16 ottobre presso la sede del Comune di Milano è stato premiato il Progetto Libellula per celebrare un anno dalla nascita dello stesso. Si tratta del primo network in Italia di aziende unite in opposizione alla violenza sulle donne, ed è promosso da Zeta Service. Tra le grandi aziende che vi hanno aderito: Esselunga, Furla, Oracle e Zurich. L’importanza del ruolo dell’ambiente di lavoro è quanto mai rilevante: in esso passiamo la maggior parte della nostra giornata ed è luogo d’intersecarsi di relazioni sociali. È cruciale quindi creare un ambiente lavorativo sensibile alla violenza e vicino al problema della discriminazione verso le donne. Sensibilità ed empatia significano poter lavorare efficacemente sulla prevenzione.

In primo luogo, le donne devono avere le stesse possibilità degli uomini, pari strumenti. Uguaglianza sostanziale e non solo formale. Se non si rassicurano le donne sul fatto che anche loro ce la possano fare grazie alle loro capacità, a prescindere dal fatto che indossino una gonna, il circolo della violenza non potrà mai avere fine. Quello descritto è lo scenario di donne che si sentono inadeguate in partenza a inserirsi nel mondo del lavoro, e ciò alimenta quella dipendenza verso il proprio partner, quella sfiducia in se stesse che spesso è terreno fertile per l’accettazione di soprusi e violenze. Il progetto ha in sé un grande potenziale in quanto rileva i suddetti aspetti come realtà quotidiana e li eleva a problema concreto, a cui dare una soluzione. Grazie a questo progetto, la soluzione parte proprio dall’anima delle aziende.

L’accentramento del ruolo propulsore dell’azienda come descritto permette di fare una passerella con una malattia collaterale, tenuta a tacere per decenni, ma ora quanto mai attuale proprio grazie al coraggio delle dirette interessate: il pay gap tra uomo e donna.

Il Gender Pay Gap

Non basta riuscire a entrare nel mondo del lavoro e risultare vagamente credibili dopo aver sputato anima e sangue, ma il prezzo da pagare per rimanerci è molto spesso svendere la propria pelle, accettando paghe inferiori rispetto ai colleghi maschi. Secondo i dati dell’INPS del 2015 il divario di questo tipo tra i salari riguarda tutta la penisola, da nord a sud senza differenze sostanziali. Il fenomeno è, pertanto, uniforme e ruota intorno al 30%.

Questo è il gender pay gap: è la distanza, a pari di competenze, mansioni e responsabilità, tra lo stipendio di un uomo e quello di una donna. Spesso neanche ce ne accorgiamo, forse perché lo subiamo passivamente come una consolidata consuetudine, ma anche questa è una forma di violenza, seppur indiretta. Ciò finisce con l’essere un inequivocabile disincentivo al far crescere le donne nel mondo del lavoro.

Non c’è da stupirsi se anche alcune tra le più famose, apprezzate (e pagate) attrici di Hollywood si sono fortemente schierate contro tale morbo nel mondo del lavoro. Perché se anche premi oscar come Angelina Jolie e Natalie Portman denunciano di essere state discriminate rispetto ai colleghi uomini allora il problema non ha davvero confini di settore e nazione (badate, nonostante le cifre da capogiro, il concetto con cambia). Non c’è campo infatti in cui il misogino pay gap non sia presente, è un problema trasversale.

La ratio del progetto è pertanto quella di puntare al cambiamento, a un cambio di rotta culturale perché è proprio su questo campo che la partita contro la violenza di genere può davvero essere vinta.

«Il cambiamento più duraturo, secondo noi, passa dalla cultura e dai luoghi di aggregazione, fra questi anche le aziende

In queste parole è racchiuso il cuore del progetto, ossia il cambiamento all’interno dei luoghi di lavoro quale terreno di gioco, e infine l’obiettivo da raggiungere: la trasformazione culturale. Diffondere una nuova cultura scuotendo la pigrizia stagnante, niente di più nobile e niente di più difficile. Ciò richiede molta pazienza, in fondo neanche Roma è stata costruita in un giorno.

Alla luce di quanto detto, non possiamo esimerci dall’invocare il ruolo importante delle politiche economiche e sociali orientate a potenziare e concretizzare le pari opportunità e la parità di genere verso l’obiettivo finale: sottrarre le donne alle manette della violenza (domestica).

Un progetto di legge dalle donne per le donne

A tal proposito, la ex Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, da sempre particolarmente sensibile ai diritti delle donne, ha steso una proposta di legge per sostenere il lavoro delle stesse.

La proposta è orientata a sostenere l’occupazione delle donne e l’imprenditoria femminile, quali strumenti di rilancio dell’economia del paese. Il progetto di legge è stato frutto di un viaggio lungo l’Italia, ci illustra la Boldrini sulla sua pagina Facebook, un progetto scritto a più mani con l’aiuto di donne lavoratrici, da operaie a manager, e associazioni; con l’Italia femminile che produce. Solo ascoltando le necessità delle donne nel mondo del lavoro potremo davvero capire come dare una risposta ai problemi.

Ciò che si percepisce è che la solidarietà femminile può fare cose straordinarie.

La proposta di legge si muove tra temi come la dilagante piaga del precariato e la persistente diffidenza nei confronti della gravidanza a causa di una mentalità tutt’ora gretta, arcaica e cieca. Come si può pensare di competere con gli standard europei e mondiali quando non siamo in grado di sfruttare e capire il grande potenziale delle donne nel mondo del lavoro?

Per una risposta basta osservare il nostro quotidiano. L’Italia non riesce a riconoscere, ancora oggi, il grande valore delle donne, in quanto persone: dati alla mano ci dimostrano infatti che solo meno della metà di esse lavora, contro il 62% delle stime europee. Stime che fanno rabbrividire se pensiamo a quante giovani diplomate e laureate piene di sogni e voglia di fare si stanno affacciando al mondo del lavoro in Italia e in Europa. Abbattere le barriere è il solo modo di far volare quei sogni.

La donna dovrebbe essere una risorsa da potenziare ai massimi livelli. Tenere un cavallo da corsa in scuderia durante una gara non è una scelta oculata per nessun fantino. Dispiace vedere, nel 2018, quanto abbiamo ancora bisogno di progetti come questi, e dispiace ancora di più vedere quanto siano progetti, ahimè, di nicchia.

Aspettiamo di leggere la proposta di legge quando sarà presentata in Parlamento, ricordandoci che non basta più parlarne, è tempo di agire.