Se vi è recentemente capitato di visitare il museo del Louvre, piuttosto che un altro museo che attira ogni giorno masse importanti di turisti, siete forse consapevoli del disagio e del fastidio che comporta l’utilizzo degli smartphone all’interno di questi luoghi di cultura.

Ammirare la Gioconda è divenuta un’impresa impossibile: quando entri nella stanza il piccolo dipinto è già accerchiato da centinaia di persone che sventolano in aria cellulari per guadagnarsi l’angolazione migliore da cui scattare una foto o da cui autoritrarsi con la Monna Lisa. Anche davanti a quadri dalle dimensioni importanti, come ad esempio a La zattera della Medusa di Géricault, poter contemplare l’opera liberamente è un privilegio del tutto raro. Bisogna infatti “pazientemente” aspettare che tutti gli astanti si siano fatti il loro selfie, che lo abbiano controllato per essere sicuri di essere venuti discretamente bene e poi sperare che trascorra qualche minuto prima che un altro gruppo si riappropri dello spazio. Visitare un museo diventa così un’esperienza estenuante.

Per gli amanti dell’arte il Louvre infatti non è solo un contenitore di oggetti preziosi, ma un vero e proprio tempio. È un luogo spirituale dove si ha la possibilità di ammirare il sublime, di fare un viaggio nel tempo, di godere del bello e dell’eterno. L’utilizzo degli smartphone all’interno dei musei è paragonabile quasi all’utilizzo del cellulare in una chiesa, va ovvero ad inquinare la spiritualità del luogo.

Ovviamente questo può essere un giudizio del tutto personale e facilmente confutabile, pongo dunque un’altra questione: se dal momento in cui Duchamp fece diventare opera d’arte un orinatoio, sostenendo implicitamente che è il nostro sguardo contemplativo a fare di un prodotto un’opera, gli oggetti esposti nei musei oggi come possono rimanere opere d’arte privati dello sguardo contemplativo dello spettatore? Quando il turista si aggira per le sale con in mano il suo smartphone fotografando tutte le opere più famose, che sguardo ha sull’arte? Credo che si possa affermare che non sia più uno sguardo di tipo contemplativo, ma interessato. Questo sguardo è forse più di ogni altra cosa il fulcro di questo dibattito: perché bisognerebbe considerare di impedire l’uso dei cellulari nei musei?

Per tentare di rispondere a questa domanda riprendo le parole di una filosofa ungherese che si è particolarmente occupata del tema della dignità dell’opera d’arte, Ágnes Heller:

In uno spazio espositivo siamo tutt’occhi, in una sala da concerto siamo tutt’orecchi, se leggiamo un romanzo o una poesia non vogliamo essere disturbati da nulla che possa distogliere la nostra attenzione. Rendiamo spontaneamente omaggio alla dignità dell’opera d’arte, perché solo così è possibile trarne piacere. Un piacere di tipo essenzialmente diverso da quello d’uso. Un piacere disinteressato per citare Kant”.

Lo sguardo che non è più disinteressato colpisce la dignità dell’opera d’arte: l’arte diviene parte del grande movimento di commercializzazione a cui assistiamo oggigiorno, che toglie sacralità e dignità a cose, opere e persone.

Negare l’utilizzo degli smartphone nei musei, sottraendo l’arte alla contemporanea mercificazione dell’immagine, significherebbe quindi restituirle il rispetto che le è dovuto riportandola nella sfera del “piacere disinteressato”. Perché, come disse una volta Gustave Flaubert

se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte”.


FONTI

Ágnes Heller, La dignità dell’opera d’arte, Milano 2017

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