Ogni mattina, prima di uscire di casa, ogni individuo nel mondo segue i propri rituali: doccia, colazione, guardare una puntata su Netflix e via dicendo. Ognuno ha i propri, ma tutti abbiamo un’abitudine comune: vestirsi. Chiaramente ci sono diversi modi per farlo, seguendo uno stile personale alle volte colorato, altre tendente al grigio.

Il film Laurence Anyways di Xaveier Dolan parla propio di questo: dell’atto e del significato del vestirsi.
Sì, perchè i vestiti fanno i monaci, per certi versi.
Guardando come è vestita una persona si può identificare il suo sesso. Ogni vestito ha una sua destinazione, femminile o maschile. Certo, ci sono anche dei vestiti unisex, ma non è questo il caso.

In Laurence Anyways, infatti, il vestirsi diversamente da quanto definito dalla società rende tutto alquanto interessante, soprattutto dal punto di vista cinematografico. Il vestirsi rappresenta un momento di passaggio, per Laurence, da uomo a donna il tutto contornato da una società non ancora pronta (siamo agli Inizi degli Anni Novanta) ad affrontare questo genere di cambiamenti.

Il film di Dolan scorre lento, analizzando nei minimi dettagli le emozioni dei personaggi coinvolti, con una disinvoltura tale da permettere allo spettatore di addentrarsi nel mondo di Laurence.

Non è una vita facile, quella dei “travestiti”. Si, nella società in cui viviamo quando uno è un uomo e si veste da donna è, di fatto, un travestito. Vuole diventare una donna, si sente tale e non sa come dimostrarlo a chi gli sta intorno. Ma nel momento in cui riesce a infilarsi un paio di orecchini, dei tacchi rosa e un tailleur cambia tutto. La trasformazione (mentale) è radicale. Dolan riesce ad esprimere tutto questro attraverso il colore.

Nel mondo del cinema il colore permette di mostrare a chi guarda il film gli stati d’animo sia dei personaggi che della situazione in cui si trovano senza dar loro voce o espressione. Basta percepire il colore dei vestiti, la luce emanata dallo schermo e la posizione del sole per rendersi conto di come sta il personaggio.

Nel caso della pellicola di Dolan si passa da un chiaro pastellato a un luminoso intenso, alla Gus Van Sant per Elephant. Tutto sembra mostrare tristezza, si dà voce a un malessere interiore per poi passare alla felicità.

Non è un caso quindi se, oltre alla Queer Palm vinta a Cannes da Dolan, ci siano stati altrettanti premi per i costumi e il make up al Canadian Screen Awards, vinti rispettivamente da François Barbeau e Colleen Quinton, Kathy Kelso, Michelle Côté, Martin Lapointe.

Un altro ruolo importante è stato sostenuto da Suzanne Clément, la quale interpreta Fred Belair, la compagna di Laurence. La sua splendida valorizzazione del personaggio le è valsa Un Certain Regard a Cannes e il RiverRun International Film Festival come miglior attrice protagonista.

Secondo quanto detto da lei stessa in tante interviste, non è stato semplice interpretare la donna di un uomo che vorrebbe essere donna: si sentiva come tradita, incompiuta. Come se non fosse abbastanza bella, cadendo in una spirale di insicurezze e delusioni che la portano ad allontanarsi da Laurence.

Un ruolo, insomma, che le ha permesso di comprendere meglio le insicurezze di chi vive davvero queste esperienze. La pellicola è al contempo una storia di libertà e denuncia.

  • Melvil Poupaud as Laurence Alia
  • Suzanne Clément as Frédérique “Fred” Belair
  • Nathalie Baye as Julienne Alia
  • Monia Chokri as Stéfie Belair
  • Susie Almgren as Journalist
  • Yves Jacques as Michel Lafortune
  • Anne-Élisabeth Bossé as Mélanie
  • Anne Dorval as Marthe Delteuil
  • Sophie Faucher as Andrée Belair
  • Magalie Lépine-Blondeau as Charlotte
  • David Savard as Albert
  • Catherine Bégin as Mama Rose
  • Emmanuel Schwartz as Baby Rose
  • Jacques Lavallée as Dada Rose
  • Perette Souplex as Tatie Rose
  • Patricia Tulasne as Shookie Rose

CREDITS

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