Come insegna la tradizione, Venezia è da sempre focolare di grandi passioni: da Shakespeare a Goldoni la città è stata più volte teatro di storie d’amore, intrighi familiari, commedie e farse. Non appare complesso allora comprendere la ragione per cui “La Venexiana”, commedia erotica, sia chiamata, per antonomasia, la “Commedia veneziana”. Il tono frizzante della commedia, il fascino indiscusso di personaggi stravaganti, il senso di trasgressione che aleggia per l’intera rappresentazione sono caratteri distintivi di una delle commedie più “fresche”, chiare, ma misteriose, della storia del teatro italiano. Infatti, nonostante risalga al 1500, è priva di una precisa data di composizione e rappresentazione e non è autografa. L’autore risulta tuttora anonimo, malgrado la descrizione testuale alla fine del manoscritto riportasse:

Non Fabula non Comedia ma vera Historia. Fidelis servus vester Hieronymus Zarellus. (Non favola, non leggenda, ma storia vera. Il vostro servo fedele Hieronymus Zarellus.)

Si supporrebbe che Zarello fosse il nome dell’ignoto autore: tuttavia la critica non è a conoscenza di alcun omonimo letterato vissuto nel 1500, né si ritiene possibile che possa essere uno pseudonimo, poiché l’unicità della commedia non consente comparazioni. Il mistero non si arresta agli aspetti tecnici: è incomprensibile e straordinariamente assurdo come una commedia priva di veli sia sfuggita alla censura e alle restrizioni religiose o sociali del XVI secolo. D’altra parte è necessario ricordare che la commedia è ambientata a Venezia, città mentalmente aperta e avanzata in usi e costumi.

L’erotismo de “La Venexiana” resta il protagonista indiscusso della commedia. Tuttavia esso non ha alcun legame con la sessualità volgare tipica della tradizione novecentesca. Tutti i personaggi, essenziali ed inseriti armonicamente nell’intreccio, sono completamente immersi nel sentimento della “gioia di vivere”, godono la pura libertà e leggerezza di manifestare i propri sentimenti e la bellezza della vita alla luce del sole.

Considerando la semplicità della trama (Iulio, forestiero, giunto a Venezia in cerca di piacere, si innamora della nobildonna Valeria e successivamente non riesce a resistere alle lusinghe della bella vedova Angela) e l’inesistenza di un vero e proprio nodo drammatico, appare chiaro come il fine ultimo della commedia non sia quello di impressionare lo spettatore con un evento inedito, quanto quello di immergerlo in un continuo fluire di sentimenti autentici. Il tabù della sessualità viene qui lasciato da parte, aprendo le porte ad un erotismo libero, ingenuo, addirittura puro. I personaggi, infatti, sembrano completamente liberi nella propria innocenza: non c’è nulla di peccaminoso nei loro gesti, nulla di “lussurioso”.

La libertà con cui il tema del sesso viene trattato stupisce persino un lettore (o meglio spettatore) degli anni duemila. Le frequenti scene d’amore non turbano la sensibilità e non destano foga emotiva: il dialetto veneziano del 1500 o la traduzione in un italiano aulico di Ludovico Zorzi rendono la commedia elegante. Lo psicologismo dei personaggi ridotto ai minimi termini e la mancanza di una trama impattante spostano l’attenzione sul corpo scenico e l’apparato sensitivo dello spettacolo. Nonostante le due nobildonne litighino perché gelose di Iulio, non c’è nessun tipo di autentica rivalità tra loro; l’idea è quella di sei personaggi che, nonostante vivano a pieno la loro vita, ne prendano distanza e la trattino come un gioco. Ciò avvicina i personaggi a caratteri della Commedia dell’Arte: seppur in modo stilizzato, la prevalenza dei sensi rispetto alla mente e la ricerca di una fisicità rispetto all’intellettualismo sono caratteri riscontrabili in Arlecchino, Colombina, Pulcinella.

La commedia entra nelle viscere della quotidianità dei sei cittadini veneziani, in una città fuori dal tempo e dalla storia: non ci sono, infatti, accenni politici o sociali che consentano di contestualizzare l’opera. La leggerezza dei personaggi e della vicenda suggerisce una ciclica ripetizione degli eventi: il singolo diventa esemplificazione dell’universale, di una società veneziana aperta alle bellezze della vita e al sentimento che passa e, quando passa, deve essere vissuto.

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