Il museo delle speranze

È di qualche settimana fa una bella notizia che arriva dalla martoriata Siria. Dopo ben 6 anni di chiusura inevitabilmente forzata, lo scorso 28 ottobre è stata riaperta una parte del Museo Nazionale di Damasco. Quest’ultimo è il principale museo archeologico della capitale siriana in cui sono racchiusi reperti e collezioni storiche, testimonianze dell’evoluzione di una civiltà araba antichissima.

La decisione di chiuderlo nel 2012 era stata tanto sofferta quanto necessaria, a causa della guerra civile in corso che minacciava la sopravvivenza del museo e dei suoi preziosi tesori.

Con la sua preventiva chiusura si è così evitata una distruzione che era stata annunciata. Per altre bellezze e siti archeologici non è stato purtroppo possibile lo stesso: nel 2015 hanno fatto il giro di tutto il mondo le immagini della barbarica deflagrazione di Palmira, città millenaria e patrimonio UNESCO, rasa al suolo senza pietà dall’esercito dell’ISIS. Stessa sorte è toccata ai magici Souk di Aleppo, tenuta sotto assedio per settimane intere, nonché alla bellissima moschea di Al Oumari di cui rimangono solo macerie ammassate a terra, verità di una morte senza resurrezione.

Un mix di sdegno, rabbia, impotenza e disgusto smuovono le coscienze per queste seppur ignoranti ma consapevoli azioni. Come ci saremmo sentiti se durante la Seconda guerra mondiale avessero distrutto il Colosseo? O avessero attentato alla Cappella Sistina? Ci saremmo sentiti privati della nostra identità, delle nostre radici, violentati nella nostra anima più profonda.  Questo è quello che hanno subito e provato i siriani sotto gli occhi del mondo intero. Niente sopravvive alla potenza di una guerra, che distrugge qualsiasi cosa tocca. La guerra è una mano di Mida in cui però l’oro è nero e sa di cenere e macerie.

A ogni modo, sono piccoli gesti come la riapertura di un museo, salvato e sopravvissuto alle barbarie e alle violenze, a infondere speranza nella ripresa di una sana normalità priva di paura e in un futuro possibile nella vita dei Siriani. Un po’ come l’innocente felicità che genera il primo tepore primaverile, dopo un lungo e freddo inverno.

La Siria non è stata lasciata da sola, tale impresa è stata possibile grazie anche al sostegno dell’UNIDO (Agenzia Onu per lo sviluppo) e di numerose istituzioni occidentali e orientali sia pubbliche che private.

La riapertura del museo nazionale di Damasco è stata subito ottimisticamente paragonata alla graduale e progressiva ripresa della vita in Siria. In effetti è da un certo periodo che non si sentono notizie particolarmente eclatanti e sanguinose riguardo alla prosecuzione del conflitto interno siriano. Anche se l’ottimismo è sempre un buon palliativo, non lasciamoci ingannare.

La guerra civile siriana è nata, sulla scia delle primavere arabe, come rivoluzione inizialmente pacifica da parte della popolazione stanca dell’oppressione della famiglia Assad, al potere incontrastato dal 1971. Dopo 7 anni milioni di vite sono andate perdute con la speranza di poter assaporare il gusto della democrazia.

Rinascita di un nuovo o ripresa del vecchio? C’è(ra) una volta la guerra in Siria

Partiamo da una indiscutibile certezza: la guerra non è finita. La pace è l’unica condizione primaria e imprescindibile che può permettere alla popolazione siriana di dormire sonni tranquilli, alle scuole di riaprire e alle attività di riprendere da zero. Vero è che l’ISIS si è dovuto ritirare ed è stato scacciato da importanti e strategici territori, ma esso non è che una parte del problema e dunque uno dei tanti ostacoli al ritorno a una vita normale. Non era neanche il primo cruccio dei siriani quando hanno iniziato a manifestare per i propri diritti.

Dall’altro lato, è bene menzionare l’atteggiamento latitante della comunità internazionale: tra l’indifferenza americana, l’impotenza di un’Europa confusa, l’aperto sostegno della Russia al regime di Assad e l’egoistica posizione della Turchia che accoglie e allo stesso tempo perseguita.

Il presidente e i filo governativi hanno riottenuto il controllo di oltre il 60% del paese, all’ISIS rimangono solo piccoli territori, il restante è in mano agli oppositori alla famiglia Assad.

Nel maggio 2018 Damasco è stata messa in sicurezza e il governo, mai caduto, sta portando avanti opere di ricostruzione. I cittadini di Damasco stanno piano piano rientrando, con speranze e paure, nelle loro case, quelle che non sono state bersaglio dei bombardamenti. Sensazioni ed emozioni che forse solo i nostri nonni hanno conosciuto alla fine della Seconda guerra mondiale.

Apparentemente la vita sembra gradualmente riprendere ma non è facile dopo così tanti anni di brutalità e sofferenze. Alcune perdite non potranno mai essere restituite e alcune ferite mai rimarginate: pensiamo ai bambini, che in 7 anni di guerra hanno perso la loro infanzia, molti di loro anche i genitori. Giovani a cui è stata negata la soddisfazione di ricevere il diploma e la naturalezza di giocare all’aperto senza sentire il rumore di una bomba in lontananza. Ci si chiede che futuro potranno avere questi bambini cresciuti a base di paura, insicurezza e violenza, diventati grandi troppo in fretta.

L’apertura del museo è, sotto questo punto di vista, un bellissimo messaggio di conservazione della tradizione culturale siriana e insegna che la vita può riprendere da dove la si è lasciata.

Cosa è rimasto dei sogni e delle speranze di cambiamento dei Siriani quando marciavano nel marzo 2011 pacificamente contro la dittatura di Assad?

Dopo anni di lotta e resistenza al potere opprimente e brutale di un presidente che si sospetta abbia usato armi chimiche contro la sua stessa popolazione, contro donne e bambini inermi e innocenti, ci si chiede come si possa ricominciare con lo stesso soggetto al potere. Chi lo vuole un presidente che ha tentato di uccidere la sua stessa gente? Si sospettano circa 106 attacchi chimici nel territorio siriano.

7 anni di guerra e c’è il rischio che i siriani si ritrovino con la casa distrutta, un paese fragile e vulnerabile da ricostruire ma a farlo sarà ancora la famiglia Assad, mandante, in parte, delle stesse distruzioni. È questo il futuro per il quale tanta gente ha sacrificato la la propria vita?

Non sembra esserci spazio per la transizione ma per un ritorno al vecchio regime, forse più brutale, in quanto si dubita fortemente che Assad siglerà un armistizio per coloro che hanno manifestato contro di lui fino ad arruolarsi tra i ribelli indebolendo il suo potere. Anno nuovo, vecchie abitudini. Il presidente non ha mai dimostrato nessuna apertura di fronte alle richieste del suo popolo che chiedeva più democrazia e progresso.

Ci si chiede quanti sopravvissuti alle torture dei militari di Assad vorranno tornare a casa. Domande a cui non si può dare una risposta ora, ma solo semplici supposizioni immedesimandoci in loro.

Finché la comunità internazionale non prenderà una seria posizione riguardo alle violazioni del diritto internazionale umanitario perpetrate dal regime di Assad, da ultimo durante l’esodo di Douma nel 2018, aprendo la possibilità che venga accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, la popolazione siriana non si sentirà sicura a tornare tra le braccia di Assad.

Dare risposte in termini di giustizia è il primo passo per poter costruire qualcosa di nuovo, di migliore, di finalmente giusto.  La storia ci insegna anche però quanto questo sia altrettanto difficile, basti prendere per esempio la fine della ex Jugoslavia rimasta profondamente segnata dal conflitto interno.

Chi è riuscito a ottenere lo status di rifugiato in Europa vorrà probabilmente rimanerci e rifarsi una vita, a costo di rinunciare a rivedere la propria terra. La Siria per molti di loro è solo ricordo di una felicità perduta. Non è facile lasciare la propria casa e scegliere di non tornare più per il bene dei propri figli, ci vuole uno straordinario coraggio e uno spregiudicato atto di fede. Lo stesso coraggio che ci vuole a tornare nella nuova e vecchia Siria di Assad, ove di fede però non ne esiste più.

In conclusione, in Siria il seme della speranza ha la forma di un museo, ma l’ombra del vecchio regime.

 


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