17 dicembre 2018

Il valore filosofico della dignità umana

Il valore filosofico della dignità umana

Cos’è la dignità? Cosa rappresenta per l’individuo il rispetto di questa condizione umana? Quali risposte ha cercato di dare la filosofia, la politica, la cultura dei popoli e il pensiero umano in tutte le sue variegate forme, a questo quesito fondamentale che pone la nostra natura di esseri intelligenti e autodeterminati?

Sembra scontato, oggi, dare al concetto di dignità umana una dimensione di appartenenza inviolabile al nostro essere e costitutiva del nostro agire. La dignità umana, infatti, intesa come valore e fondamento dei diritti dell’individuo in tutte le fasi della sua esistenza, è un concetto che appartiene a ciascun uomo e quindi come proprietà universale del genere umano.

Si tratta, nella sua accezione più elementare, di una universalità come prerogativa di ogni uomo, donna o bambino ad essere rispettato secondo un diritto connaturato ai concetti di eguaglianza e libertà, ma preservando anche il diritto alla diversità e all’identità che non può mai tradurre l’uomo in oggetto.

Tuttavia, la dignità, percepita come principale valore etico e fonte di ogni diritto umano che si è cristallizzata nel pensiero sociale e collettivo delle ultime generazioni, è una conquista relativamente recente. Infatti, è solo dopo la Seconda guerra mondiale e dal suo retaggio di orrori e persecuzioni che il concetto di dignità riceve la sua legittimazione giuridica.

Nello statuto dell’ONU e nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1949 viene giuridicamente definito il diritto oggettivo di uguaglianza e pari dignità nel rispetto delle differenze individuali, così espresso:

«L’unico e sufficiente titolo necessario per il riconoscimento della dignità di un individuo è la sua partecipazione alla comune umanità».

Tale diritto si estrinseca in modo inoppugnabile soprattutto nelle Costituzioni dei regimi totalitari sconfitti, Germania e Italia, in cui compare nei primi articoli la parola “dignità sociale”, non condizionata, non modificabile e simbolo cardine dello stato di diritto moderno.

Graffito di Hannah Arendt ad Hannover

Una visione cristallina del diritto alla dignità di ogni persona come valore oggettivo in sé, autonomo e intrinseco senza alcuna possibilità di ambigue differenziazioni soggette a interpretazione o giustificazione. Un’ambiguità manipolatoria del passato, non più tollerabile, che richiama il discusso caso del processo contro il criminale nazista Adolf Eichmann, tenuto in Israele nel 1961, e a cui prese parte la scrittrice Hannah Arendt in qualità di inviata speciale del periodico statunitense The New Yorker.

La Arendt espresse in quell’occasione il suo concetto di “banalità del male” e di come l’uomo privo di pensiero si limiti a mettere in pratica gli ordini ricevuti. Il successo del regime nazista, secondo l’autrice, fu quello di rendere partecipi la stragrande maggioranza di individui tedeschi di un potente meccanismo di morte, in cui essi erano visti non come assassini o convinti criminali, ma solo nel ruolo di efficienti funzionari del sistema, preoccupati di difendere la sicurezza dei loro familiari. Gli esseri umani degradati al ruolo di materiale umano, come lo stesso Eichmann definì le sue vittime al processo, non erano che oggetti privi di qualsiasi tipo di dignità umana.

Questo concetto di male assoluto e quindi banale, espresso dalla Arendt, era nascosto, come possibilità, in ogni momento del vivere quotidiano e legato ad una teoria del totalitarismo caratterizzato dalla negazione della realtà effettiva per farla coincidere con un’ ideologia.

La lontananza dalla realtà e la mancanza di coscienza rappresentano, tuttora, i pericoli potenziali ed i presupposti del totalitarismo. La tentazione totalitaria tende, infatti, ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale e lo trasforma a funzione di puro ingranaggio in una macchina in cui il rispetto della dignità umana viene totalmente annullato dalla supremazia della diversità e dall’ambigua forma di distacco dal senso di colpa. Quel senso di colpa che fu estraneo ai gerarchi nazisti colpevoli di inauditi crimini contro l’umanità e di violenza irrazionale contro ebrei, zingari, omosessuali e dissidenti politici, considerati come puri oggetti di estranea diversità.

Una condizione che purtroppo si ripete nella storia come un virus mai debellato e che ciclicamente si risveglia nei focolai totalitari sparsi nel mondo. Ne sono esempi la Cambogia di Pol Pot, il Libano di Sabra e Shatila, il genocidio del Ruanda e della Bosnia fino a quello recente in atto nel Darfur in Sudan.

Di fronte alla visione ideologica passibile di subdole giustificazioni, rimane quindi la sola barriera della nostra coscienza con cui si esprime la consapevolezza che il rispetto della nostra dignità personale è indissolubilmente legato con quello dell’altro nostro simile, nella comprensione delle reciproche diversità sociali e culturali. Ciò che rappresenta la dignità sociale è appunto il diritto che ci accomuna agli altri e che dobbiamo tutelare nella vita di ogni giorno.

È in questo contenitore concettuale della dignità umana che si possono quindi compiere tutte le successive scelte democratiche e libertarie a tutela e a protezione di ogni vita umana. Temi fondamentali come la libertà di espressione individuale in tutte le sue forme, scelte come l’aborto, l’eutanasia o il diritto d’amore che possono trovare dignità completa solo nella accettazione reciproca di essere un patrimonio di diversità umana e di pari dignità da tutelare.

Inoltre, va considerato ancora un altro elemento che può salvare la dignità dell’uomo nel nuovo millennio e nelle sue generazioni ora protagoniste: la memoria. Si tratta di mantenere vivo il ricordo del percorso di conquista del concetto di dignità umana, passata attraverso immani atrocità e milioni di vittime. Dimenticare ciò che è accaduto mette a rischio la conquista ottenuta del riconoscimento del valore della dignità umana e apre un varco alle sue possibili degenerazioni sempre in agguato.

L‘esempio dello stereotipo del diverso, dello straniero, del migrante a cui associare la pari dignità dell’uguaglianza, rappresenta ancora una sfida di accettazione in atto nelle società più avanzate. Questo confronto, che non può trasformarsi in conflitto o prevaricazione tra le diverse rappresentanze umane, rimane il banco di prova su cui si dovrà misurare il valore reale della dignità umana. L’obiettivo di difendere e mantenere il diritto alla propria dignità va infatti perseguito anche attraverso i valori della solidarietà e dell’accoglienza, senza porre barriere a quegli individui che ancora combattono per la conquista del diritto alla loro dignità.

FONTI:

Marcello Flores, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Barbera Editore, Firenze, 2008

Stefano Rodotà, La rivoluzione della dignità, Ed. La scuola di Pitagora, Napoli, 2013

Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano, 1964

Nicola Casaburi. Il cammino della dignità. Peripezie, manipolazioni, fascino di una parola, Ediesse Editore, Roma, 2015

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