11 dicembre 2018

Caro Zuckerberg, c’è qualquadro che non cosa

Caro Zuckerberg, c’è qualquadro che non cosa

“Dal momento che non rispetta le nostre normative in quanto contiene un’immagine che mostra eccessivamente il corpo o presenta contenuti allusivi, la tua inserzione è stata rimossa”

Con questa frase automatica Facebook censura ogni immagine o post che non rispetti gli standard comunitari del social network. A decidere cosa sia pornografico o meno è un algoritmo. Un algoritmo non troppo sveglio, però, viste le ultime polemiche nel mondo dell’arte. Il primo a imbattersi nella rigidità di Facebook è stato Jerry Saltz. Il critico d’arte del New York Magazine aveva postato il dettaglio di un affresco di Pompei che vedeva protagonista una coppia intenta ad amoreggiare. Cancellata. Stessa sorte è toccata all’immagine di una donna nuda di Gerhard Richter, postata dalla pagina del museo parigino del Centre Pompidou e ad uno studio sul nudo del fotografo francese Laure Albin Guillot, pubblicata dalla pagina del museo parigino Jeu de Paume. Anche l’Italia non è scampata al puritanesimo del social. Ad essere censurati i nudi palermitani di Piazza Pretoria, condivisi dagli operatori culturali che volevano promuovere il capoluogo siciliano ed i suoi monumenti. Purtroppo, si potrebbero fare tanti altri esempi, l’algoritmo ha bloccato l’inserzione pubblicitaria che riportava un dipinto di Schiele, in occasione dell’uscita del film Egon Schiele. A fare la stessa fine, una donna supina in un celebre quadro di Modigliani, scelta da un museo di Losanna per pubblicizzare una mostra.

Il direttore della casa d’aste Mossgren, Paul Summer, si è così espresso a riguardo:

Non sembra di stare nel XXI secolo. Su Facebook vediamo costantemente gente seminuda e poi bloccano un dipinto che non ha nulla di sessuale. Siamo al ridicolo.”

La risposta più forte ed ufficiale è stata data però dal Rubenshuis di Anversa, casa museo del pittore Rubens. Dopo che Facebook aveva rimosso le immagini dei dipinti del maestro barocco dalla profilo del museo, il Rubenshuis ha deciso di creare e postare un video ironico (link video: https://www.youtube.com/watch?v=UZq3cVgU5AI) in cui degli agenti dell’fbi (scritto con la stessa grafica del social network) chiedono visitatori ai visitatori se posseggono un account sulla piattaforma zuckerberghiana. In caso di risposta affermativa, vengono spinti ad abbandonare le sale immediatamente.

“Siamo lieti di sostenere questa particolare iniziativa i nostri maestri fiamminghi attirano ogni anno centinaia di migliaia di visitatori nelle Fiandre e ne siamo orgogliosi. Con il nostro programma pluriennale incentrato su Rubens, Bruegel e van Eyck, partito nel 2018, puntiamo ai tre milioni di visitatori entro la fine del 2020. La diffusione della nostra eccezionale eredità culturale oggi non è possibile attraverso i social media più popolari. La nostra arte viene classificata come oscena e addirittura pornografica. Un vero peccato, perché impedisce di promuovere i nostri maestri.”

– Peter De Wilde, ceo di Visit Flanders, l’ente del turismo delle Fiandre

A giudicare le molteplici e sempre più frequenti polemiche, caro Zuckerberg, questo algoritmo andrebbe rivisto. O pensiamo davvero che la cultura e la bellezza debbano essere qualcosa di segreto, da guardare al nascosto da occhi indiscreti, nel buio della propria cameretta?


CREDITS
Copertina
Immagine 1

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.