Lo Stato è un’organizzazione burocratica finalizzata a ottenere e conservare il monopolio sociale dell’uso della forza. È una “speranza politica”, la definisce Ghezzi: perché risposta alla necessità di tutela da parte della cittadinanza. La legittimazione del potere statale consiste in una delega di potere da parte di un’entità sovraordinata a essa, quale la stessa cittadinanza (Rousseau).
«La politique se rèduit à un simple contrat de garantie mutuelle.»
(Proudhon, La révolution sociale démontrée par le coup d’État du 2 décembre, pubblicato nel 1852).
Lo Stato è stato così investito della funzione di sostituire il cittadino nelle sue capacità di autotutela che vanno dalla difesa personale fino all’autogestione della sicurezza sociale, lavorativa e sanitaria. Su ciò si fondano le costituzioni democratiche, quale quella italiana, e le più importanti dichiarazioni internazionali quale la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948: «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona» (articolo tre).
Quest’ultima non deve essere intesa come una banale percezione, ma una capacità effettiva che permetta ai singoli di esercitare i propri diritti, di agire liberamente e di vivere appieno la propria esistenza. Sicurezza è agire “sine cura”: senza preoccupazioni. È la possibilità di vivere con la consapevolezza che non possano verificarsi effetti negativi in seguito alle proprie azioni. Status raggiungibile, appunto, tramite un’azione statale e quindi tramite l’esercizio delle sue prerogative originarie.

Soddisfare un simile bisogno è di base difficile: lo dimostrano i dibattiti ai talk show e nella Camere dello stesso Parlamento. Tra le figure che spiccano in questo acceso dialogo vi è Salvini, il quale ha voluto rispondere con il  noto “Decreto Sicurezza”, con il quale promette di mettere a disposizione 16 milioni per le forze di polizia e 50 milioni entro il 2025. Di base il Decreto intende ricercare la sicurezza sfruttando forze dell’ordine e introducendo misure finalizzate a restringere la possibilità di azioni in materia di immigrazione e terrorismo.
A Roma, dopo la triste vicenda di Desirée nel quartiere di San Lorenzo, la sindaca Virginia Raggi ha invece dichiarato di voler intensificare controlli e imporre restrizioni, volti  più a prevenire che a dare una risposta appropriata alle necessità del quartiere. Le istituzioni dimostrano così di voler precludere al cittadino la possibilità di azione, favorendo un maggiore controllo nelle zone a rischio. Ma è davvero questo il modo per interrompere lo stato di insicurezza in cui sta cadendo l’Italia? Maggiori controlli e più restrizioni renderanno uno dei quartieri più abbandonati della capitale una zona tranquilla in cui passeggiare in qualunque ora del giorno?
La verità è che le istituzioni stanno dimostrando serie difficoltà a rispettare i propri doveri. Questo  perché non si è riusciti a individuare un altro significato di sicurezza, diverso dalla ricerca di maggior sorveglianza. Volendo tentare, si potrebbe riprendere quanto dice Amartya Sen, il quale, in seno al laboratorio delle Nazioni Unite, definisce il concetto di “people security” secondo una concezione multidimensionale: la sicurezza è economica, sociale, ambientale, di ordine pubblico, dimensioni a cui la sicurezza statale stessa deve essere funzionale.
Secondo questa accezione sarebbe giusto iniziare a volgere il capo non tanto verso la forza di polizia, ma verso la crescita individuale. Rendere agli uomini un’educazione, che non necessariamente debba fondarsi su principi scolastici, ma su valori ottimali alla convivenza sociale. L’uomo potrà così agire in un contesto condiviso con altri e fare le proprie scelte, senza danneggiare il prossimo e senza danneggiare se stesso. Da questa consapevolezza, raggiungibile con l’educazione, si arriva alla sfera politica e sociale. La prima, in particolare modo, deve offrire al cittadino un ambiente favorevole alla crescita di una propria identità. La sfera politica deve vedere una cittadinanza attiva, specificamente sicura delle proprie azioni, favorita ovviamente da uno stato democratico che incentivi la partecipazione. Alla base di ciò è però necessario un contesto economico esente da preoccupazioni. Infatti le stesse crisi finanziarie che hanno interessato il nostro Paese sono state le prime cause di insicurezze. Ovviamente è superabile ciò solo attraverso un’azione statale interessata a far estinguere le più evidenti diseguaglianze.
Fondamentalmente, che si parli di quartiere o di nazione, le istituzioni devono consacrare il proprio impegno alla creazione di un ambiente favorevole all’affermazione dell’identità del cittadino e non un suo annullamento. Superare l’idea che le restrizioni offrano tutela, e incentivare azioni consapevoli. In particolar modo lo Stato deve creare contesti adatti, politici, economici ed educativi e per fare ciò è necessario un governo che non risulti assente.