19 gennaio 2019

La giustizia (mediatica) è uguale per tutti?

La giustizia (mediatica) è uguale per tutti?

È ormai chiaro a tutti che accanto alla giustizia ufficiale, quella amministrata dalla magistratura e dai tribunali, esiste un altro sistema giudiziario, molto più importante e influente: i mass media. La civiltà giuridica, che sembrano esprimere gli autoproclamati rappresentanti dell’opinione pubblica, pare proprio quella del più totale arbitrio, un po’ quello che aveva magistralmente rappresentato Franz Kafka nel suo romanzo incompiuto Il processo: un ente misterioso le cui regole sfuggono al nostro controllo e anzi sono assurde e totalmente incoerenti.

Un esempio permette di mostrarlo in maniera eloquente, non tanto nel merito, che non è il senso di questo articolo, ma per quanto riguarda il metodo. Cioè non si tratta di dire “È giusto che in quel caso i mass media o la magistratura si siano schierati in questo modo, pro o contro”, ma prendere coscienza di quali meccanismi totalmente incoerenti ci siano dietro i processi mediatici.

Gli ultimi trent’anni sono stati costellati da continui processi ai danni di importanti partiti e figure politiche di spicco: la narrazione è tendenzialmente sempre stata la stessa, adottata anche dagli stessi accusati, quasi in una sorta di sindrome di Stoccolma:

“Rispetto per la magistratura… Bisogna lasciar lavorare la magistratura… È importante garantire l’indipendenza della magistratura…”.

Si ironizza sempre (con cialtroneria) sul dogma dell’infallibilità papale, ma nelle democrazie laiche occidentali sembra che ci sia una vera autorità che non può mai sbagliare, la cui voce è garanzia di sicura certezza: la magistratura. E, ancor più curiosamente, non ci si riferisce alla magistratura quando arriva a un meditato verdetto, ma alla magistratura inquirente, le cui indagini non si sa ancora nemmeno se alla fine porteranno a un vero processo. E così, in una veloce carrellata, abbiamo avuto, per esempio, Di Maio che diceva “Ci vuole rispetto per la magistratura” allo scoppio del (dimenticato) caso Diciotti, Delrio, che nel presentare una timida – poi fatta fallire – riforma sulla responsabilità civile dei magistrati, si sentiva in dovere di esordire con un “Massimo rispetto per la magistratura: i nostri provvedimenti non sono punitivi”, o De Luca che, da indagato (e alla fine assolto), per ottenere l’insediamento a presidente della Regione Campania doveva profondersi in un “Ribadisco il mio pieno rispetto per la magistratura”, perfino Berlusconi ha dovuto più volte esprimere “un pensiero di rispetto alla magistratura”. Un perfetto compendio di questo genere letterario è il messaggio che gli eurodeputati del PD hanno affidato alla stampa in occasione dello scoppio del caso Riace: “Abbiamo il massimo rispetto per la magistratura e riteniamo che la procura di Locri debba lavorare in serenità”.

Ma nel caso di Riace sia gli eurodeputati del PD sia molti mass media a queste dichiarazioni di rito hanno sentito l’esigenza di far seguire un “Tuttavia…” di varia natura. Anche questa non sarebbe una novità assoluta, perché a parte casi di totale sindrome di Stoccolma, degni dei migliori tribunali sovietici, tutti gli accusati (in realtà semplicemente indagati, e per questo oggetto di avvisi di garanzia, che nella rappresentazione mediatica sono diventati però preannunci di condanna) hanno sempre voluto mettere in chiaro la propria versione dei fatti con un più che legittimo “Tuttavia…”. Quello che nel caso dell’avviso di garanzia al sindaco di Riace ha stupito sono state le parole che alcuni dei maggiori rappresentanti del mondo mediatico hanno riservato alla magistratura. Roberto Saviano ha accusato addirittura la magistratura di colpo di Stato, in una maniera del tutto inusuale per il mondo progressista di cui è espressione, che è solito considerare la magistratura come una divinità laica in lotta contro le forze del male del crimine organizzato:

Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, da cui Mimmo saprà difendersi in ogni sua parte, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell’Italia da democrazia a stato autoritario.

Le parole di don Luigi Ciotti, presidente di Libera e da sempre paladino della legalità, sono più involute per rispettare maggiormente le apparenze linguistiche dell’area politica di riferimento, ma concordano nella sostanza, arrivando a evocare la necessità di un’adesione selettiva alle leggi:

Sono convinto che le leggi vadano rispettate, ma sono anche convinto che, se Mimmo ha imboccato delle scorciatoie, lo ha fatto per un eccesso di generosità: nessun tornaconto personale, nessun potere da prendere o conservare ma solo il desiderio di sostenere la speranza di persone fragili, garantendo loro un futuro e una vita dignitosa. È un reato l’umana solidarietà? Si ripropone qui l’antico dilemma tra leggi dei codici e leggi della coscienza. Ripeto, bisogna stare sempre dalla parte della legalità, ma anche chiedersi se certe leggi non contraddicano la vocazione liberale e inclusiva della democrazia, vocazione che ha ispirato ogni passo dell’esperienza di Riace e del suo generoso sindaco.

Il punto qui non è chiedersi se abbiano ragione o meno, ma notare con stupore come pochi giorni prima, quando con il caso Diciotti il ministro dell’Interno Matteo Salvini veniva indagato dai giudici, questo stesso mondo mediatico difendeva a spada tratta la magistratura, censurando veementemente le parole di Salvini sul “golpe giudiziario”. Saviano in quell’occasione aveva sostanzialmente detto l’esatto contrario, biasimando con forza chi fa politica oltrepassando le leggi:

Ministro della Mala Vita, oggi gode di un consenso popolare che cavalca come un’onda, pronta a richiudersi su di lei. Ha giurato sulla Costituzione e se la viola in maniera palese come sta facendo con la nave Diciotti, non è più politica ma eversione. E per quella c’è il carcere.

Allo stesso modo i mass media pochi mesi fa irridevano come sconsiderata, quasi di sapore fascista, la scelta di Luigi Di Maio di annunciare dal balcone di Palazzo Chigi la prima approvazione della manovra finanziaria:

Di Maio e la voglia di balcone. Il populismo da Masaniello al Duce. La presa di Palazzo Chigi evoca immagini (inquietanti) del passato.

Però, di fronte al sindaco di Riace agli arresti domiciliari che si affaccia dal balcone per arringare i suoi sostenitori che lo acclamano al canto di “Bella Ciao”, nessun commentatore ha fatto ironia o ha trovato nulla da eccepire o ha colto l’occasione per ricordare l’importanza delle decisioni della magistratura contro cui non si può scendere in piazza senza compiere atti eversivi.

L’impressione insomma è che la giustizia mediatica non sia uguale per tutti, anzi, per dirla con la (tragica) conclusione della Fattoria degli animali di George Orwell, siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.

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