13 dicembre 2018

La sentenza Provenzano: tra orgoglio e pregiudizio

La sentenza Provenzano: tra orgoglio e pregiudizio

Lo scorso giovedì 25 ottobre la prima sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso la sentenza di condanna dello Stato italiano per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), baluardo dei diritti fondamentali e inalienabili di ogni essere umano fin dalla nascita.

Cosa c’è da sapere?

Tale organo giurisdizionale, vale la pena un breve inciso, non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea. Nonostante abbia sede a Strasburgo, non ne è un’istituzione, tanto da vantare tra i suoi membri (47 in totale) la Svizzera, l’Ucraina e addirittura la Russia.

L’art. 3 CEDU impone il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, in via assoluta e inderogabile. Il reato di tortura è stato, per altro, inserito recentemente nel nostro codice penale. Per chiudere il cerchio, è la nostra stessa Carta Costituzionale a garantire a ogni uomo i diritti inviolabili, anche a coloro sottoposti a restrizioni di libertà e, in ogni caso, stabilisce che le pene irrogate devono tendere alla rieducazione del condannato.

Da un lato, quindi, il nostro sistema fa propri i principi avanguardisti di Cesare Beccaria e dall’altro inserisce nell’ordinamento penitenziario l’art. 41 bis c.p. del 1986, il c.d. (carcere duro), inasprito nel 1992 dopo le stragi che hanno ucciso i magistrati Falcone e Borsellino. Quest’ultimo è stato fin dall’inizio voluto, invocato come necessario, dibattuto, ma anche contestato e passato in più occasioni al vaglio della Corte Costituzionale.

Cosa si intende con il cosiddetto carcere duro?

Il condannato è già soggetto alla pena detentiva, limitativa di per sé della libertà personale, alla quale si aggiungono ulteriori restrizioni: isolamento, ora d’aria limitata, sorveglianza costante da parte di uno speciale corpo della polizia penitenziaria, limitazione delle visite parentali e familiari, consegna di beni provenienti dall’esterno sottoposta a rigidi controlli. Nella storia italiana è una pena notoriamente associata ai grandi boss della mafia, come Totò Riina e Bernardo Provenzano, i quali sono stati seminatori di terrore, mandanti e/o diretti esecutori di aberranti omicidi e stragi che hanno segnato la storia del nostro Paese.

Chi è Bernardo Provenzano?

La sentenza fa un breve excursus storico: temuto mafioso siciliano di Cosa Nostra e  latitante per 40 anni grazie all’omertà, alla rete e alla potenza di un’organizzazione capace di avere occhi, orecchie e mani ovunque, tanto da sfuggire alla potenza dello Stato, sino alla sua cattura nel 2006. Egli è stato condannato, ancora prima della cattura, a 3 ergastoli e ha avuto alle spalle ulteriori procedimenti penali per traffico di droga, omicidi, sequestro di persona, possesso illegale di armi e strage. Vien da sé che con un tale curriculum vitae si è guadagnato il titolo di capo mafia dal 1995 sino, almeno formalmente, al suo arresto nel 2006. Da allora è stato sottoposto al trattamento 41 bis c.p., quel “carcere duro” mai messo in discussione neanche dall’opinione pubblica, unita e compatta contro uno spietato assassino che ha destabilizzato per anni il Paese.

Bernardo Provenzano, negli ultimi anni, era malato di cancro. La malattia, che gli ha causato la morte nel 2016, nello stesso anno si era irrimediabilmente aggravata.

È importante osservare il fattore temporale di un destino che sembra sbeffeggiarci tutti: dallo Stato, che ha dispiegato risorse in un folle gioco a nascondino, alle vittime, ai cittadini italiani che hanno vissuto nella paura. Il boss ha scontato solamente 10 anni di carcere (seppur duro) a fronte dei 40 anni passati da criminale libero. Una irritante, frustrante ma soprattutto ingiusta realtà.

Il figlio e la compagna di Provenzano, durante gli anni della malattia, hanno continuamente presentato istanze chiedendo la revoca della misura coercitiva aggravata, che, a loro dire, non permetteva a Provenzano di ottenere cure adeguate ed efficaci. Dall’autorità giudiziaria competente è sempre arrivato un secco no. Egli, si precisa, pur rimanendo sottoposto al 41 bis, era stato inserito in un reparto ospedaliero ad hoc al fine di permettergli le cure necessarie.

Figlio e compagna di Provenzano hanno adito pertanto la Corte di Strasburgo, la cui sentenza è arrivata dopo la sua morte.

La decisione della Corte

Sintetizzando, la Corte non ha disquisito sull’applicazione dell’art. 41 bis c.p., affermando di aver colto appieno il significato del ruolo svolto da Provenzano, della sua pericolosità sociale in quanto maggior esponente della mafia. La Corte ritiene che lo Stato italiano, nella persona del ministro della Giustizia, abbia rinnovato l’applicazione delle restrizioni anteponendo le finalità di prevenzione e sicurezza (e molto poco punitive), rispetto alle condizioni di salute del detenuto, non rilevate nelle motivazioni del Ministro. La condanna ruota pertanto intorno alla giustificazione latente data dal Ministero della giustizia.

Alla luce di quanto detto, cosa può significare per l’Italia essere condannata per violazione del divieto di tortura nei confronti del boss della mafia che per anni è scappato dai suoi crimini, che ha sfidato l’autorità dello Stato per oltre 40 anni e alla fine ha scontato solo 10 anni di carcere?

Impulsivamente verrebbe da dire: oltre al danno anche la beffa. Ma vi è di più.

Quando si parla di mafia emerge irrimediabilmente quel sentimento univoco che lega tutti gli italiani. Una radice comune, che ci piaccia oppure no; niente sembra unire di più gli italiani. La mafia fa parte della nostra cultura politica e storica, ahimè, da oltre un secolo si insinua ovunque con i suoi tentacoli.

Gli italiani, da sempre divisi sui temi sociali quali l’evasione fiscale, l’immigrazione, la spesa pubblica, quando si parla di mafia fanno fronte comune. In quell’occasione la musica cambia ed è una sola. I magistrati Falcone e Borsellino sono eroi, che ci impegniamo a non dimenticare mai, così come i procuratori della DDA che vivono sotto scorta dopo aver arrestato l’ennesimo capo mafia, noti e meno noti paladini di una legalità che nel nostro Paese stentiamo a vedere in altrettanti contesti. Centinaia di cittadini ogni anno ricevono minacce di morte per aver provato a liberarsi dall’opprimente sistema mafioso. Un sistema che toglie l’ossigeno, lega i piedi e, neanche troppo metaforicamente, scioglie i figli nell’acido.

Sebbene consapevoli che la battaglia è ancora lunga e che le morti ancora troppe, ci si riempie di orgoglio quando in Sicilia le associazioni di commercianti marciano a viso scoperto contro il pizzo. Un orgoglio comune ci abbraccia, paragonabile forse solo a quello provato con la vittoria dei mondiali 2006 (curioso, lo stesso anno in cui Provenzano è stato catturato).

Questo è lo scenario italiano in cui la pronuncia si inserisce ed è bene pertanto contestualizzarla.

All’estero hanno la stessa percezione o la mafia è percepita come un sistema criminale qualunque?

A livello europeo è stata istituita Eurojust, l’unità operativa di cooperazione giudiziaria con competenza nella lotta contro la criminalità organizzata. Essa rappresenta il segno tangibile di quanta diffusione e crescita ha avuto la “nostra” mafia nel controllo per esempio dei traffici di droga a livello europeo e della conseguente necessità di combatterla unendo varie forze. È ormai noto che le mafie moderne pensano in grande, la globalizzazione ha agevolato anche i loro mercati e vanno alla ricerca di sempre più grossi e redditizi; neanche la crisi economica è riuscita a indebolirle. A detta del procuratore di Catanzaro e saggista Nicola Gratteri, che da anni vive sotto scorta, l’Ndrangheta è presente in tutta Europa, su larga scala, ma la percezione del fenomeno mafioso in tutta la sua potenzialità, pericolosità e insidia non è altrettanto percepita ancora come in Italia.

Nessuno Stato può capire quanto sia potente la mafia fino a quando non si è costretti a trattare direttamente con essa per evitare la morte di ulteriori innocenti. Ancora, nessuno Stato può dire di conoscere davvero il fenomeno mafioso fino a che ha le mani sporche di sangue per non essere riuscito a preservare sicurezza e legalità, nonostante investa le migliori risorse per combatterla. Infine, nessuno Stato sa cosa significhi lottare contro una forza camaleontica, dal network capillare che colpisce dall’interno, finché non gli irrompe brutalmente in casa senza essere stata invitata.

Non c’è da stupirsi allora se l’Italia ha accolto questa sentenza con malumori e un esplicito malcontento, in un periodo già di nervosismo e schizofrenia umorale. Dai più permalosi è stata letta simbolicamente come un’offesa alle vittime di Provenzano e più in generale della mafia.

Nell’immagine collettiva mondiale, la mafia riecheggia nella figura di Marlon Brando, nei panni di Don Vito nel film di Coppola Il padrino. Ma in Italia la mafia non è un film da Oscar e neppure affascinante come Marlon Brando. Essa è quotidiana realtà, che non merita premi e non fa sconti a nessuno.

Ci siamo forse dimenticati di vedere Provenzano come un semplice uomo perché troppo abituati a considerarlo uno spietato e sanguinario criminale?

Questo sembra essere il messaggio subliminale lanciato dalla Corte di Strasburgo: anni di guerra alla mafia ci hanno reso meno sensibili alla dignità umana dinnanzi a un uomo malato.

In questi anni di lotta e studio del fenomeno mafioso, abbiamo imparato una cosa: una volta diventati mafiosi non si smette mai di esserlo. Parafrasando: «Un mafioso è per sempre». E chi glielo spiega questo all’estero? Un capo mafia comanda con gli occhi, soprattutto coloro come Provenzano e Riina che non sono mai diventati collaboratori di giustizia, che non si sono mai piegati, diventando così eterni dannati, se non oltre la morte quanto meno nella vita terrena.

 


 

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