13 novembre 2018

Good bye protezione umanitaria

Good bye protezione umanitaria

È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge 4 ottobre 2018, n. 113 recante «Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata».

È il 24 settembre quando il consiglio dei ministri approva all’unanimità il cosiddetto “Decreto Salvini su immigrazione e sicurezza”. Frutto della lunga campagna elettorale che ha visto protagonista il centro-destra, il suo rappresentante leghista e il suo elettorato, affascinato dalle promesse che ora vogliono divenire fatti. La politica di Salvini non vuole restare una chiacchiera e per farlo il vice premier è intento a proporre a Mattarella quanto da lui elaborato (il testo è stato firmato dal Presidente della Repubblica nei primi di ottobre):

«Un passo in avanti per rendere l’Italia più sicura. Per combattere con più forza mafiosi e scafisti, per ridurre i costi di un’immigrazione esagerata, per espellere più velocemente delinquenti e finti profughi, per togliere la cittadinanza ai terroristi, per dare più poteri alle Forze dell’Ordine. Dalle parole ai fatti, io vado avanti!».

Così commentava il portavoce di Lega Nord su ciò che stava succedendo nel consiglio dei ministri quasi un mese fa.

Il decreto, tuttavia, è stato oggetto di dibattito, non tanto per gli intenti del vicepremier, quanto per gli oggettivi risultati che potrebbe raggiungere e in particolare modo riguardo l’immigrazione. Critiche a cui il leghista ha risposto:

«Noi rispettiamo le convenzioni, la Costituzione, i trattati internazionali ma non vogliamo passare per fessi. Noi diamo accoglienza a chi porta qualcosa in Italia, non a chi porta via qualcosa dall’Italia».

Sono quarantadue i punti definiti all’interno del testo e il più preoccupante è quello che vede l’abrogazione dell’art.19 del Testo Unico sull’Immigrazione, il quale preclude la possibilità di espulsione o respingimento di chiunque possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali, eliminando così la possibilità di richiedere una protezione umanitaria.

Prassi che, secondo il vice premier, ha solo comportato la concessione di un titolo a chi, al momento dell’ingresso in Italia, i requisiti per la protezione internazionale non ne aveva. A ciò si aggiunge la critica del leghista verso ciò che definisce una prassi esclusivamente italiana. Ma a contraddirlo vi è l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), che gli fa presente come ciò sia ammesso in più di venti stati, seppure con differente denominazione. Va oltretutto detto che la protezione umanitaria è uno status vicino a quello di “rifugiato” assegnato dalla Convenzione di Ginevra del 1951 a chi

«temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese»

e a quello della protezione sussidiaria, prevista dall’UE per chi possa incorrere in gravi danni in caso di rimpatrio.

Sempre sul tema immigrazione, il decreto vorrebbe l’abrogazione dell’art.5 comma 6 del già citato Testo Unico. L’abrogazione dell’articolo, e precisamente del suddetto comma, solleverà un problema di incostituzionalità. Come ha ipotizzato il Presidente della Repubblica che, con una lettera riguardante la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta, ha ricordato il famoso articolo 10 della Costituzione Italiana; esso prevede che l’ordinamento giuridico italiano debba essere conforme alle norme del diritto internazionale e che uno straniero, qualora impossibilitato a esercitare le proprie libertà nel proprio paese di origine, abbia il diritto di venire accolto nel territorio italiano.

Ad accompagnare le preoccupazioni del presidente Mattarella vi sono anche le critiche di Emma Bonino, la quale definisce l’atto il decreto «dell’insipienza e del cattivismo», causa di futuri  malumori e di un aumento di insicurezza.

A rendere infatti ancora più problematica è la possibilità che non potendo ottenere il permesso di soggiorno, chiunque raggiunga l’Italia senza documenti possa vivere in uno status di illegalità, che non porterebbe in alcun modo all’aumento dell’inclusione degli immigrati ma come afferma Maragia sarebbe solo

«un modo per aumentare i consensi incrementando il disagio e attribuendo la colpa agli stranieri».

A ciò si aggiunge l’abolizione dello SPRAR e «una vera e propria riforma dell’espulsione», volendo citare Pezzati, preoccupato per un possibile arretramento dei diritti umanitari.

Le istituzioni sono così al centro di un’evoluzione che vede sempre più l’affermazione di valori supportati dal populismo; perché tutto parte dal basso, da una popolazione malcontenta del flusso abbondante di immigrati che arrivano giornalmente sul territorio italiano. Le forze si concentrano sulle notizie di stupri per mano di immigrati e ignorano tentativi di accoglienza e integrazione come quelli attuati dal Baobab Experience. Il centro di accoglienza è infatti ignorato dal comune di Roma, incapace di rispondere alle richieste dei volontari i quali vedono ora il centro  circondato da mura di newjersey alte tre metri, precludenti l’accesso al campo. C’è così bisogno di porsi una semplice domanda:

In una situazione in cui le istituzioni già adesso hanno difficoltà ad attuare un sistema sufficiente per l’accoglienza, la totale preclusione ai diritti di asilo a cosa potrebbe portare? Migliorerebbe veramente la situazione Italiana? La criminalità diminuirebbe? O, come afferma la stessa Bonino, le cinquecentomila espulsioni rimarrebbero solo promesse vane? Quello che si sta formando ora è solo un tentativo di ricerca di un capro espiatorio che sappia appunto aggiudicarsi le colpe di un sistema che oramai sta sempre più perdendo quelli che erano i suoi valori fondanti. La protezione umanitaria, frutto di una consapevolezza caratterizzante gli anni Novanta, ha reso gli uomini legittimi destinatari del diritto di tutela, rendendoli liberi dove e quando il Paese di origine non dava loro simili possibilità. Ora, invece, sembra che l’uomo abbia perso questo diritto e sia divenuto solo un numero che sembra pesare sulle spalle degli italiani.

 


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