14 dicembre 2018

Millennials al Gallaratese: il Partizan Bonola

Millennials al Gallaratese: il Partizan Bonola

Due anni fa nasceva Stare al Galla, forma aggregativa spontanea come rete informale organizzata dai ragazzi del quartiere Gallaratese di Milano. Questo quartiere, costruito negli anni del boom economico degli anni Sessanta per le famiglie degli operai delle fabbriche della zona industriale di Milano ovest, ha visto susseguirsi le diverse generazioni che storicamente si sono stabilizzate nel territorio. Organizzato nelle sue infrastrutture e luoghi di ritrovo per gli anziani e per i bambini è invece carente per gli adolescenti e i giovani che non hanno luoghi di aggregazione e iniziative istituzionalizzate.

Stare al Galla rappresenta la prima iniziativa autonoma di giovani millennials che si sono identificati nell’esigenza di attivarsi in un’azione diretta racchiusa nello slogan “agire nel quartiere per il quartiere” il cui scopo e bisogno primario è quello di stare insieme e catturare le potenzialità inespresse dei giovani residenti.

Jacopo Nedbal, classe 1991, nipote di una famiglia che vive da sempre nel quartiere, porta negli occhi e nelle parole, l’orgoglio di appartenenza alla storia e al tessuto di questa zona ed è uno dei promotori di queste iniziative sociali che organizzano feste e attività solidali come cene gratuite e collette alimentari. Nell’ambito dell’associazione di promozione sociale STAG che organizza questi eventi, Jacopo – che ne è socio fondatore – è anche presidente di un’altra associazione sportiva: il Partizan Bonola.

Jacopo, come è nata l’idea del Partizan Bonola?

È stata una iniziativa condivisa con altri ragazzi quella di creare un’associazione sportiva dilettantistica per rispondere all’esigenza di avere momenti aggregativi in un ambito importante della nostra vita come lo sport. Il Partizan Bonola nasce informalmente nell’aprile del 2017, al parco di Trenno, all’evento di Mediterraneo antirazzista, una giornata di sport e aggregazione organizzata ogni anno da reti antirazziste milanesi e centri di accoglienza per migranti. La partecipazione con una squadra di calcio a questo evento e il successivo entusiasmo che ne è seguito ci ha spinto a partecipare a settembre 2017 al Campionato Popolare di calcio a 7, organizzato con 22 squadre della realtà milanese, e che ci ha visto chiudere il torneo a giugno 2018 posizionandoci al terzo posto. Questo ulteriore successo ci ha portato alla decisione di registrarci come associazione sportiva dilettantistica, di organizzare una squadra con allenamenti fissi e iscriverci al campionato a 11 dell’UISP (Unione Italiana Sport Per tutti).

Come hanno risposto i ragazzi e le persone del quartiere a questa iniziativa del Partizan Bonola?

L’idea di aprire il più possibile spazi aggregativi, per consolidare nel quartiere i tessuti di amicizia già esistenti e fondarne di nuovi anche attraverso lo sport, è la sfida di tutte le iniziative di Stare al Galla. In questo quartiere dormitorio socialmente disgregato, pensiamo che l’aspetto sociale sia la dimensione principale da valorizzare attraverso le nostre iniziative per restare insieme nel nostro quartiere senza evaderne per trovare degli altri spazi comuni. Oggi per la squadra abbiamo una tifoseria consolidata che ci seguirà in ogni settimana in casa e in trasferta e quasi 100 persone hanno partecipato al nostro pranzo gratuito organizzato con la partita. Questo perché nel deserto della socialità del gallaratese non appena viene creato qualcosa l’aggregazione avviene spontaneamente. Siamo Millennials come gruppo organizzativo ma ci rivolgiamo a tutto il quartiere.

Questa squadra di calcio è aperta a tutti ragazzi e adulti?

Al momento la squadra conta di 25 persone tra i 25 e i 31 anni tutti ragazzi Millennials del Gallaratese che già si conoscevano e a cui è bastato il passaparola per aggregarsi. Ora però stiamo ricevendo moltissime richieste di adesione da ragazzi di tutto il quartiere. Questo ovviamente ci pone un problema di finanziamenti e di come organizzare e sostenere economicamente le iniziative in maniera più allargata.

Come finanziate le vostre attività?

Siamo una società totalmente autofinanziata e i fondi derivano dalle quote che vengono pagate dai soci e attraverso le iniziative che organizziamo. Ci tengo inoltre a precisare che il Partizan Bonola è una squadra di “Calcio Popolare”, ovvero un movimento che si sta espandendo in tutta Italia e conta già quasi una ventina di squadre nelle serie superiori della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) e UISP. Si tratta di un nuovo modello societario non solo autorganizzato su base volontaria e autofinanziato ma che vuole riprendere tutti quei valori che nello sport moderno sono andati persi e sacrificati sull’altare del denaro. Sono quei valori come l’amicizia, la solidarietà, il riconoscersi tra persone, il rispetto e l’antirazzismo contro ogni barriera culturale. Questi valori inderogabili sono inseriti nel nostro statuto e ci rappresentano come squadra. Giocare assieme quindi diventa per noi, anche e soprattutto, un motivo di orgoglio e di riscatto portando in giro per tutta Milano il nome del nostro quartiere senza essere più etichettati solo come “gli zarri di Bonola”.

Come ha influito la tua esperienza generazionale di Millennal in questa iniziativa concreta e operante nel tessuto sociale in cui siete inseriti?

C’è questa narrazione che va per la maggiore sui media in cui veniamo rappresentati come una generazione di svogliati che non esce di casa, non trova lavoro e che riesce ad ottenere il successo solo individualmente con una grande idea o che, altrimenti, è relegata all’insoddisfazione. Siamo invece una generazione diversa, cresciuta in un mondo che non ci considerava e che si sta costruendo i propri spazi e cerca di rispondere autonomamente alle sue esigenze. Quello che sembrava un limite come la mancanza di strutture organizzate pronte ad accoglierci e ad organizzare i vari aspetti della nostra vita lo stiamo utilizzando come possibilità. In un mondo che non ci dà nulla noi ci prendiamo tutto quello che ci serve da noi stessi.

Il rapporto con le altre generazioni precedenti o quella dopo di voi come lo valuti?

Le generazioni più anziane si possono dividere in due grosse categorie. La prima, molto più consistente, di quelli consapevoli del fatto che questo mondo gli aveva già promesso una serie di cose che non si sono realizzate, sono molto contenti di quello che stiamo facendo e approvano le nostre iniziative svolte in autonomia. L’altra categoria più improntata allo scetticismo, al quieto vivere e che ha ormai interiorizzato la dimensione del quartiere dormitorio, percepisce le nostre feste e le nostre iniziative più come un disturbo alla quiete che scombussola la normalità. La generazione X dei quarantenni è più difficile da coinvolgere visto che sono spesso dedicati ai figli piccoli mentre per gli adolescenti, quelli della generazione Z, occorre sconfiggere una certa diffidenza poiché ci percepiscono come “grandi” anche se comunque ci guardano con una certa curiosità.

Questa vostra associazione rivolta al sociale pensi che sia replicabile per altre realtà di quartiere nella città di Milano o in forma più ampia e generale?

Penso che questa iniziativa sia assolutamente replicabile, anzi direi che noi non ci siamo inventati niente ma abbiamo messo in campo tutta una serie di pratiche che già esistono e sono in atto, sparse in vari quartieri e zone d’Italia. Ogni quartiere di Milano per esempio potrebbe vivere questa realtà sociale e sportiva ma molto spesso mancano solo le competenze per iniziare a realizzare queste iniziative. Va infatti superata la sfiducia indotta da chi non crede nell’autorganizzazione e vede solo quello che non si può fare. Se mi fossi fermato a questi “NON“, non sarei qui oggi a raccontare questa positiva esperienza. Queste bugie vengono raccontate per scoraggiare l’organizzazione diretta delle persone e per rimandarle sempre ad una mediazione. Quando invece si riesce a superare questi timori di cosa poter fare e prendersi carico direttamente delle proprie vite allora si aprono infinite possibilità, sia per una associazione sportiva o uno spazio di mutualismo nel quartiere, sia per pensare in futuro a una rete dei quartieri popolari di Milano che riconoscano di avere delle esigenze in comune in una città pensata diversamente su queste esigenze.

Puoi fare oggi fare un bilancio tra le cose negative e positive di questa esperienza?

Quelle negative farei fatica a trovarle. Rispetto a due anni fa oggi i dubbi si sono completamente dissolti e le prospettive si stanno concretizzando. Il bilancio è assolutamente positivo perché partendo da un punto zero ogni realizzazione è un passo in avanti in quanto prima non c’era nulla e le uniche forme di aggregazione generazionale in quartiere erano quelle di ritrovarsi a bere con gli amici, mentre oggi esiste un’alternativa concreta.

Come associazione Partizan Bonola e STAG avete degli obiettivi futuri a breve o lungo termine?

Ovviamente il primo traguardo immediato è fare bene il campionato col Partizan Bonola. Poi il nostro obiettivo primario rimane quello dell’apertura di uno spazio di incontro per l’associazione. In questo momento stiamo infatti partecipando ad un bando per ottenere uno spazio dedicato per poter dare slancio alle nostre attività, oggi itineranti e che si appoggiano su altre associazioni di zona o luoghi privati. Questo è un punto fondamentale per aprirsi in futuro a prospettive più ampie. Avere una nuova sede in quartiere significa mettere in atto le attività solidali e mutualistiche che abbiamo in programma con l’idea di aprire tre sportelli, uno legale, uno psicologico e uno medico, di fornire ripetizioni gratuite, gestire un mercatino dell’usato e molte altre idee in cantiere.

Avete già collegamenti con altre associazioni che hanno finalità simili alla vostra?

Si, all’interno di Quartiere aperto, che è una rete di associazioni di zona e del quartiere Gallaratese e con Zona Otto solidale. Abbiamo rapporti con altre squadre di Calcio Popolare che hanno progetti simili al nostro come L’ardita Giambellino (con la quale avremo il derby il prossimo 11 Novembre) o il Sant’Ambroeus prima squadra in FIGC che ha un presidente africano e primo progetto di integrazione tra italiani e migranti. Con queste squadre ovviamente emerge una sana rivalità sportiva a partire dall’amicizia e dalla similitudine che ci accomuna.

Quali sono i vostri strumenti di comunicazione, di collegamento e per farvi conoscere all’esterno del gruppo?

Facciamo un mix delle nuove tecnologie e di quelle tradizionali. Dalle sponsorizzazioni sui social network dei nostri eventi, all’attacchinaggio dei manifesti. La nostra associazione interna funziona tramite gli strumenti tipici dei millennials come Facebook e diversi gruppi WhatsApp anche se dovremmo organizzarci in modo più strutturato all’utilizzo dei social che oggi gestiamo in maniera spontanea.

Se qualche tuo coetaneo avesse la tua stessa volontà e spirito di iniziativa che consigli gli daresti?

Gli direi semplicemente fallo! Buttati! Soprattutto gli direi di informarsi e di rivolgersi a chi queste cose le sta già facendo e da cui può copiare le idee. Le idee, infatti, non sono di proprietà di nessuno e sono replicabili e soprattutto migliorabili col confronto, se hanno la stessa finalità. A un ragazzo della nostra generazione le forme organizzative e i modelli sociali del passato appaiono molto diversi e non più credibili. Quello che spesso viene confuso è che la nostra sfiducia generazionale in questo mondo non è sfiducia in noi stessi o in ciò che facciamo ma è sfiducia in ciò che ci è stato proposto. È un mondo che poco si adatta alle nostre esigenze e che invece ci chiede di sacrificare i nostri desideri per adattarsi alle esigenze di questo mondo. Nessuna figura educativa ci ha mai insegnato il valore dell’autorganizzazione o spinto a staccarci dall’esistente per costruire ciò che è desiderabile. Il solo modello a cui siamo spinti è quello del successo economico e del denaro, del posto fisso di lavoro e della tranquillità lontana dai valori della socialità. Con la nostra iniziativa la decisione che abbiamo preso è invece mettere al primo posto i nostri desideri anche a costo di rinunce e scelte personali di vita in controtendenza con il modello ideologico di realismo e pseudo-obiettività totale che toglie l’idea del futuro possibile e ci impedisce ogni slancio d’inventiva e innovazione.

 

FONTI: Intervista di Costante Mariani a Jacopo Nedbal

CREDITS:

Immagine di copertina: Copertina by Lo Sbuffo

Immagine 1: Partizan bonola squadra, Immagine © Jacopo Nedbal

Immagine 2: Partizan Bonola partita, Immagine © Jacopo Nedbal

Immagine 3: Partizan Bonola logo, Immagine © Jacopo Nedbal

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