12 novembre 2018

Colonizzazione 2.0: la Cina invade l’Africa

Colonizzazione 2.0: la Cina invade l’Africa

Forse nasconderlo è più facile, ma tutti dovrebbero conoscere cosa sta accadendo negli ultimi decenni in Africa. I cinesi stanno colonizzando (nel vero senso della parola) l’Africa. Tutto accade sotto gli occhi del mondo, eppure sembra che quasi nessuno ne sia realmente consapevole. Durante i telegiornali non capita spesso di sentire parlare della colonizzazione cinese e forse qualcuno non sa nemmeno di che cosa stiamo parlando.

Ognuno di noi è perfettamente conscio che in Cina ci sia un’eccessiva sovrappopolazione. Dai dati di Maggio 2018 emerge che il paese sia popolato da 1.414 miliardi di persone su una superficie di 9 milioni di chilometri quadrati e questo dato è destinato a crescere. Si sta cercando una soluzione a questo problema e i governanti sono convinti che l’Africa potrà diventare il loro prossimo stato “satellite”. Il continente nero, popolato da circa 1,3 miliardi di persone, data la sua estensione di 30 milioni di chilometri quadrati, si presta perfettamente ad essere sfruttato come “seconda casa” dai cinesi.

Negli ultimi decenni già 750000 cinesi si sono trasferiti in Africa, per alleggerire il proprio paese da un fortissimo stress demografico e il governo ha stabilito che dovranno emigrare dai 300 ai 500 milioni di persone per risolvere i problemi del sovrappopolamento e dell’inquinamento. La preoccupazione principale non è tanto l’immigrazione cinese, ormai viviamo in un’era altamente globalizzata, in cui persone, merci e capitali, si spostano alla velocità della luce e chiunque è libero di trovare il proprio posto nel mondo. Questo però non è quello che sta succedendo in Africa. I cinesi, infatti, non sono spinti dalla bramosia di conoscere, esplorare ed adattarsi ad un nuovo modello culturale.

Già a partire dal XVI secolo sotto la dinastia Qing, i cinesi esploravano e si trasferivano all’estero al fine di imparare nuove tecniche lavorative, commerciare con gli stranieri per arricchirsi e poi riportare in patria le conoscenze acquisite e soprattutto i capitali guadagnati. Ed è proprio quello che i cinesi stanno facendo oggi, sia in Europa sia in Africa. La differenza tra i due casi, però, è largamente percepibile, perché, seppur nei paesi europei i cinesi siano entrati in possesso di aziende molto importanti, abbiano aperto ristoranti e negozi, possiamo dire che in un certo modo la loro colonizzazione sia ad un livello più superficiale. In Africa, al contrario, questo non è successo purtroppo.

La popolazione cinese ha iniziato ad invadere letteralmente il continente africano; fino a qualche anno fa l’Africa era un’importantissima sfera di influenza europea, ma dopo aver ottenuto l’indipendenza, i leader africani sono stati felici di fare affari con i cinesi per un semplice motivo: il denaro. Ogni trattato commerciale, che l’Europa stipulava con i paesi africani, doveva rispettare i diritti umani ed era volto all’introduzione di riforme in senso democratico per abbattere le dittature, dunque la vendita di armi iniziò a subire una battuta d’arresto. Inoltre, l’Europa chiedeva trasparenza nell’utilizzo del denaro, per non rischiare di favorire finanziamenti a ribelli o dittatori, che in un modo o nell’altro continuano ad ingrandire le file delle guerre civili, senza dare tregua ai milioni di innocenti coinvolti. Date queste considerazioni, è naturale capire perché i dittatori africani abbiano deciso di rivolgersi verso un altro Paperon de’ Paperoni, la Cina, forse senza rendersi conto che stava iniziando una vera e propria colonizzazione.

Se, con l’Europa, ogni trattato commerciale doveva rispettare determinati criteri, tutto questo non avveniva con la Cina, infatti il paese persegue una politica di non ingerenza negli affari degli altri Stati. Ciò significa che quello che gli altri capi di Stato fanno con le merci/armi acquistate dai cinesi, a loro non interessa. Da questo si capisce perché tutti i miliardi inviati dai cinesi, non abbiano praticamente raggiunto le tasche degli 800 milioni di persone che vivono in povertà. Essi esportano le loro merci perché hanno bisogno di nuovi mercati. In cosa consistono questi commerci? Sostanzialmente vendono armi e prodotti di uso comune in cambio delle ricchissime materie prime presenti nel suolo africano, di cui la Cina è ormai sprovvista dato l’estremo sfruttamento che ha subito nel corso del tempo.

Ciò che interessa loro è soprattutto il cobalto, che in natura è presente per il 60% in Africa, ma che per la maggior parte è esportato in Cina, precisamente il 90%. Nella filiera congolese del cobalto, tra le varie aziende, è presente la Congo DongFang International Minning, che fa parte di Zhejiang Huayou Cobalt, uno dei più grandi produttori di cobalto al mondo. Altri beni di non secondaria importanza sono i diamanti, le pietre preziose, le risorse minerarie, il petrolio, il rame, senza dimenticare il 70% del legname africano che viene esportato proprio in Asia. In cambio i cinesi vendono loro armi senza alcun limite e senza interessarsi della gravità del problema che causano: con queste armi, infatti, contribuiscono a finanziare le continue guerre, soprattutto civili, che devastano il territorio.

Eppure, nonostante i danni evidenti che queste iniziative causano a tutta la popolazione africana, in cambio delle materie prime sopra citate, oltre alle armi, i cinesi concedono lautissimi finanziamenti, impiegati da loro stessi, in Africa, per costruire, edificare, cementificare. Oltre ai miliardi già arrivati dalla Cina, è stato previsto un piano da 60 miliardi di dollari. Quale sarebbe lo scopo di tutto ciò? Rendere l’Africa un paese sviluppato, in modo che la Cina possa rafforzare il suo ruolo di principale partner commerciale. I cinesi stanno costruendo tantissime città (fantasma), industrie, strade, linee ferroviarie, fabbriche, dighe che inondano le riserve naturali, al fine di dare impulso all’economia africana e trarne altissimi profitti, essendo loro i proprietari di tutte queste strutture.

Per quando riguarda le industrie, Angola ed Etiopia sono i principali paesi colpiti da questa invasione. L’Angola conta un’altissima percentuale di cinesi nel proprio territorio, tanto che, il governo corrotto dagli ingenti finanziamenti, ha stabilito che il 70% delle opere pubbliche debbano essere appaltate ad imprese cinesi, che non utilizzano manodopera locale.

Una piaga ormai costante vede i cinesi produrre in Africa vestiti con materie prime locali per conto di importanti catene di negozi europee e americane (Guess, H&M, Levi’s, ecc.), in  modo che essi evitino di portare tutto il necessario dalla Cina e possano così risparmiare nelle spese di trasporto. Amnesty International ha denunciato che moltissimi ragazzini africani, quasi 40mila, a partire dall’età di sette anni lavorano 12 ore al giorno per guadagnare 2 dollari. Non soltanto loro, anche gli adulti sono costretti a lavorare in condizioni disumane. Inoltre, molte fabbriche tessili africane sono state soppiantate a causa della concorrenza cinese. In Kenya per esempio, delle duecento fabbriche presenti cinque anni fa, ne sono rimaste soltanto dieci. L’Africa non rischia di diventare una colonia cinese, purtroppo lo è già.

La colonizzazione cinese è pressoché chiara; anche le multinazionali di Pechino hanno delocalizzato le loro strutture produttive e importato la manodopera, preferiscono impiegare carcerati cinesi (che hanno il divieto di tornare in patria). Inizialmente essi rimanevano nella penombra, nascosti all’interno di questi immensi cantieri, ma con il passare degli anni hanno iniziato a venire allo scoperto e addirittura ad occupare prepotentemente gli spazi strategici nelle aree urbane. Dalla loro rinascita è sorta una classe media che domina tutto il mercato della città. Sono state costruite scuole private per i bambini cinesi, centri di Confucio in cui si insegna la cultura generale cinese, centri commerciali, negozi e ristoranti con prodotti tipici asiatici.

Le città fantasma che sorgono a ritmi impressionanti, non possono essere occupate dalla popolazione africana, perché non può permettersi di vivere in tali strutture. Vengono costruiti grattacieli straordinari, edificati con ottimi materiali, circondati da rigogliosi giardini e dotati della migliore tecnologia, ma, se non per la popolazione locale, a cosa serve tutto ciò? Questa ricchezza non è per gli africani, sarà, al contrario, per i prossimi immigrati cinesi. Questi, una volta poste sotto il loro controllo tutte le maggiori città, situate nei punti strategici per i commerci, si trasferiranno definitivamente in Africa. La loro volontà e necessità di predominare ha fatto sì che nascessero diverse comunità chiuse ed esclusivi resort, alle quali solo i cinesi potevano avere accesso.

Ogni condominio, ufficio, casa, che viene costruita è assolutamente fuori dalla portata della povera popolazione sfruttata: sono state lanciate sul mercato case che costano dai 100 mila ai 250 mila dollari. Una dimostrazione di una costruzione cinese pensata per il futuro è la Nova Cidade de Kilamba, situata a 30 km a sud di Luanda, capitale angolese. Questa inquietante città fantasma è costata all’Impero Celeste appena 2 miliardi di sterline e per poi essere disabitata. Il complesso è composto da 750 edifici a 8 piani, con una capienza di mezzo milione di abitanti; completano il quadro 12 scuole e 100 spazi commerciali. Considerando che un angolano medio guadagna circa 5 mila dollari all’anno, è evidente che i prezzi sopra citati siano decisamente proibitivi per loro. Purtroppo questo scempio non è presente solo in Angola, ma anche a Dar es Salaam, capitale della Tanzania, che grazie alla sua posizione strategica, esposta sull’Oceano Indiano, è un buon punto d’approdo per i cinesi a caccia di altri mercati.

Come detto in precedenza, il suolo africano è stato interessato anche da un pesantissimo cambiamento: sono stati costruiti chilometri e chilometri di linee ferroviarie, che servono innanzitutto per portare miliardi di tonnellate di materie prime lungo il continente. Tutti i treni sono collegati alle coste e ai loro porti, così da raggiungere facilmente le navi che salperanno alla volta di Pechino, anche se i tratti sono spesso difficili da percorrere a causa degli assalti ai carichi da parte delle bande armate.

La colonizzazione cinese non si limita a questo, infatti da qualche anno è preoccupante la presenza di moltissimi militari cinesi in Mali, Sudan, Nigeria, a Gibuti e in molti altri stati. Secondo i dati dell’Onu in merito alle operazioni di peacekeeping in Africa, la Repubblica popolare cinese si colloca all’ottavo posto per numero di unità militari che partecipano e addirittura il primo tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La loro presenza si è intensificata sempre di più in proporzione ai crescenti interessi economici in questo territorio. Gli africani ormai sono abituati a vedere sfrecciare nei loro cieli aerei da guerra il più possibile tecnologici e i fucili d’assalto e le granate cinesi sono continuamente utilizzati nelle interminabili guerre civili, che i cinesi stessi contribuiscono a intensificare. L’aumento di armi, come proiettili, veicoli blindati e granate, è dovuto al fatto che i cinesi in cambio di questi oggetti abbiano preteso contratti per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. Grazie a questi accordi, la Repubblica Popolare Cinese ha l’esclusiva per l’aquisto della metà del petrolio presente in Sudan.

Insomma, questi sono i preoccupanti effetti che la colonizzazione cinese sta causando sul territorio africano. Si spera che per il futuro le altre potenze mondiali possano frenare questa corsa allo sfruttamento, ma tutto fa pensare il contrario. Probabilmente sarà impossibile porre fine alla distruzione di quel meraviglioso territorio, a meno che i governanti africani smettano di far prosciugare le proprie risorse ad altri ed inizino a sviluppare progetti meno distruttivi, magari impiegando l’immensa risorsa umana di cui sono a disposizione in modo proficuo.

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