A partire da giugno 2018 è stato avviato un progetto nell’intera Lombardia col fine di inserire uno “sportello del garante” all’interno degli istituti penitenziari in difesa dei diritti civili dei detenuti. Questo sportello garantirebbe l’ascolto dei detenuti e delle richieste o delle segnalazioni di eventuali disagi da essi esposte, il miglioramento del loro rapporto con gli organi della pubblica amministrazione, il regolare svolgimento di corsi scolastici e professionali, nonché l’accesso ai servizi sanitari.

L’iniziativa è stata inizialmente accolta dalla casa di reclusione di Opera (MI), prima in tutta la Lombardia a ospitare il suddetto sportello, ma è stata presto seguita dalla casa circondariale di Monza e, negli ultimi giorni, anche dalle carceri della provincia di Pavia. Si auspica, però, che il progetto venga abbracciato da tutte le altre carceri milanesi e lombarde in genere.

Se, infatti, a giugno la casa di reclusione di Opera è stata la prima ad accogliere il progetto, è stata subito seguita, nel mese successivo, dal carcere di Monza e, negli ultimi giorni, anche dalle carceri di Pavia, Vigevano e Voghera.

La Costituzione stessa, soprattutto l’art. 2, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità”. Dunque, contrariamente a quanto qualcuno potrebbe credere, durante la detenzione, sebbene vengano ridotte le libertà del recluso, questo conserva comunque dei diritti che garantiscono anche il rispetto della sua dignità.

L’art. 15 dell’ordinamento penitenziario in merito a come debba essere trattato un detenuto recita:

“Il trattamento del condannato e dell’internato è svolto avvalendosi principalmente dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia. Ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurato il lavoro. Gli imputati sono ammessi, a loro richiesta, a partecipare ad attività educative, culturali e ricreative e, salvo giustificati motivi o contrarie disposizioni dell’autorità giudiziaria, a svolgere attività lavorativa o di formazione professionale, possibilmente di loro scelta e, comunque, in condizioni adeguate alla loro posizione giuridica.”

Il diritto alle relazioni familiari e affettive è uno dei principali elementi del trattamento riservato al recluso. Infatti, nel caso di trasferimento, dovrà essere scelto come istituto di destinazione l’istituto più vicino al luogo di residenza della famiglia. Anche nella fase di accoglienza viene sempre favorita al detenuto la possibilità di contattare e informare familiari o altri affetti, da lui eventualmente indicati al momento del proprio ingresso in un istituto penitenziario. Il rispetto verso i diritti delle famiglie dei reclusi può essere attuato anche nella stessa istituzione dello “sportello del garante” che, oltre ad ascoltare eventuali richieste o istanze dei detenuti, ascolta anche quelle dei loro parenti e familiari.

Il diritto alle relazioni familiari è favorito anche dalla possibilità dei colloqui e della corrispondenza con i congiunti e altre persone. Inoltre sono autorizzate corrispondenze telefoniche con i familiari.

La salute è un altro dei diritti fondamentali, forse il più importante di tutti, di cui godono i detenuti come tutti i cittadini liberi. Già all’ingresso del detenuto in un istituto penitenziario è tutelato questo diritto, difatti, il nuovo arrivato è sottoposto a una visita medica volta ad attestare, prevenire e curare eventuali patologie. L’ordinamento penitenziario prevede un servizio medico e farmaceutico che risponda alle esigenze dei detenuti, nonché la garanzia della presenza di almeno uno specialista psichiatra. Inoltre si capisce l’importanza dei collegamenti con il territorio, laddove si presenti la necessità del trasferimento in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura. Lo “sportello del garante” anche in questo caso rappresenta un supporto per il detenuto nella prenotazione di esami clinici o nella somministrazione di cure.

Purtroppo la salute nelle carceri italiane sembra essersi ridotta al minimo e si è creato un vero e proprio stato d’emergenza. Le malattie più diffuse causano problemi psicologico-psichiatrici, ci sono molti casi di patologie osteoarticolari e cardiovascolari. La tossicodipendenza è sicuramente uno dei problemi più rilevanti del carcere. Inoltre, gli istituti penitenziari rappresentano, senza dubbio, una fonte di infezioni, causate soprattutto dalla condivisione di numerosi oggetti tra i detenuti. Le infezioni più comuni generano l’epatite C e l’Hiv, che spesso porta con sé anche la tubercolosi. Il suicidio è la prima causa di morte in carcere, e solitamente sono i giovani arrestati per la prima volta a essere sconvolti dalla situazione e a pensare al suicidio, ma anche per i più anziani ci sono momenti difficili, come i conflitti familiari o le difficoltà legali. La prevenzione in questo caso è ritenuta fondamentale.

Da tempo le carceri hanno sostituito il loro ruolo punitivo con un ruolo rieducativo, per cui nel processo di rieducazione e risocializzazione del recluso è fondamentale anche l’istruzione. L’ordinamento penitenziario prevede che essa sia curata “mediante l’organizzazione di corsi della scuola dell’obbligo”.

Sono erogati più di mille corsi per il progetto di una “buona” scuola nelle carceri italiane, grazie a cui sono stati rilasciati numerosi attestati e qualifiche. È stata fondamentale anche l’attività di istruzione realizzata dal sistema scolastico nelle carceri, con il contributo del sistema di formazione professionale e anche l’autorizzazione di molti posti e cattedre.

Il lavoro è un altro dei diritti dei detenuti e appartiene al progetto rieducativo delle carceri. Questo deve essere assicurato al condannato, così come la remunerazione perché il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo. In base alla posizione giuridica del condannato, può essere favorita la possibilità di lavoro anche all’esterno dell’istituto. L’organizzazione del lavoro negli istituti penitenziari deve praticamente riflettere quella della società esterna, col fine del reinserimento sociale del detenuto. Le ore di lavoro non possono superare i limiti fissati dalle leggi vigenti in materia di lavoro e, a fronte delle suddetti leggi, deve essere garantito anche il riposo festivo, così come la tutela assicurativa e previdenziale.

I detenuti hanno anche il diritto di professare la propria fede e di praticarne il culto. Negli istituti penitenziari è prevista la celebrazione del rito cattolico e la presenza di almeno un cappellano. I detenuti di altra religione, hanno comunque diritto a ricevere, su richiesta, assistenza dai ministri del proprio culto e a celebrare i riti di esso, purché rispettino la legge.

Anche in questo caso quando il nuovo detenuto arriva in carcere, tra le domande a cui deve rispondere, c’è anche quella del credo di appartenenza, probabilmente per prevenire eventuali conflitti con altri detenuti. Si è però notato che molti non rispondono alla domanda, qualcuno sicuramente perché ateo, ma altri, si pensa, potrebbero tacere questo dato per evitare pregiudizi e per non essere sospettati di radicalismo islamico. Esiste un ulteriore differenza tra gli appartenenti alla religione cattolica e coloro che, invece, hanno un altro credo. I primi posseggono come spazio per la preghiera la cappella di cui è prevista la presenza nei nostri carceri, per gli appartenenti ad altre religioni sono destinati luoghi solitamente utilizzati per altro, quali teatri, biblioteche e via dicendo. Inoltre il cappellano degli istituti penitenziari è stipendiato dall’amministrazione penitenziaria, i ministri delle altre religioni, invece, entrano negli istituti o in virtù di convenzioni prestabilite o in qualità di volontari. Come possiamo vedere, quindi, il diritto a praticare il proprio credo attualmente non mette tutti allo stesso livello, creando delle disparità che stando alla legge non dovrebbero esserci.

Lo “sportello del garante” è un’iniziativa che si è rivelata importante per il superamento di certe mancanze e potrebbe anche individuare soluzioni ad eventuali criticità che, a loro volta, andrebbero a limitare situazioni di ostilità che spesso si verificano nelle carceri.

Poiché “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”, come affermava Dostoevskij, lo “sportello del garante” è un progetto che preserva i diritti civili dei cittadini e che, forse, migliorerà il grado di civilizzazione delle carceri lombarde e della società in genere.

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