17 novembre 2018

Le donne di Manet tra sesso e tabù

Le donne di Manet tra sesso e tabù

L’artista stravolge i canoni morali ottocenteschi attraverso una rappresentazione del corpo femminile nella sua cruda realtà, senza veli simbolici. È una sfida al tabù della sessualità, da cui Manet ne esce vincente.   

Manet si prefigura come un precursore della liberazione del corpo femminile. Priva il nudo della sua rappresentazione accademica e mitologica, dotata di un’aura eterna e atemporale, e la colloca violentemente nella quotidianità del contemporaneo. La sua musa è Victorine Meurent, una ragazza parigina, il cui corpo diventa emblema di due opere destinate a rimanere nella memoria collettiva: La colazione sull’erba (1863) e Olympia (1863). Il loro ricordo è tuttavia sempre legato alla parola “scandalo”, ad un’impudente violazione dei tabù dell’epoca sulla raffigurazione del corpo femminile. Manet tuttavia non vuole offrire una provocazione al suo spettatore, ma rappresentare la donna in tutte le sue sfaccettature, anche quelle che vorrebbero rimanere nascoste dietro la porta di una camera da letto. Per questo accanto alla Victorine sensuale e disinibita, l’artista ne offre anche un ritratto immerso in una quotidiana borghesia, come ne La Ferrovia (1872-73).

Victorine Meurent ne “La Ferrovia” (1872-1873)

La rottura del tabù si verifica attraverso la particolare resa del ritratto femminile. In entrambe le opere Manet adotta un’impostazione scenica di derivazione tizianesca, tuttavia non c’è confronto tra l’idilliaca e simbolica figura de La Venere di Urbino di Tiziano e Olympia di Manet. Nel secondo caso l’artista dona alla sua modella lo sguardo lascivo e volgare tipico dell’ambiente malsano da postribolo. Il corpo si dota di un candore inquietante che evoca uno scenario di morte e che accompagna anche la figura de La colazione sull’erba, illuminata dall’iridescenza della luce solare. Le due donne di Manet sono colte in uno scatto istantaneo, fortemente realistico e collocato su una tela di grandi dimensioni con il fine di agire sulla psiche dell’osservatore.

L’artista gioca sulla provocazione pur non volendolo. Disegna Victorine su un prato tra due uomini in abiti borghesi e poi la dipinge in una camera da letto. Da un lato quindi capovolge i canoni della morale vittoriana, mentre dall’altro rappresenta la donna nella chiara veste di una prostituta. Il nome “Olympia” non è casuale, poiché richiama l’arcigna nemica de La Signora delle Camelie di Alexandre Dumas e designa il nome con cui le cortigiane si chiamavano tra di loro all’epoca. Inoltre l’orchidea posta tra i capelli corvini è un richiamo simbolico all’organo sessuale maschile, da cui deriva il suo nome greco. Manet omaggia la sensualità femminile, in un equilibrio tra visibile e nascosto che non disdegna di mostrare il lato più torbido della corporeità umana.

La Venere di Urbino di Tiziano (1534) a confronto con L’Olympia di Manet (1863)

La Parigi ottocentesca è la culla della donna libertina e intraprendente. Questo è il messaggio rivoluzionario di Manet, il suo grido di cambiamento che rompe per sempre il tabù millenario sulla sessualità.


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