11 dicembre 2018

Viaggiare per scoprire se stessi

Viaggiare per scoprire se stessi

“Viaggiare è camminare verso l’orizzonte, incontrare l’altro, conoscere, scoprire e tornare più ricchi di quando si era iniziato il cammino”.

Così Luis Sepúlveda descrive il vero senso del girovagare, quello più profondo.

Dal latino viatĭcum  –  che indicava la provvista necessaria al pellegrino per intraprendere il cammino – il viaggio porta inevitabilmente con sé cambiamento e arricchimento. Non è soltanto un semplice e banale spostamento. È ampliamento di orizzonti, scoperta ed esperienza. Viaggiare significa scoprire luoghi nuovi, ma anche scavare dentro se stessi, dialogare con il proprio animo, fare i conti con la propria coscienza.

Ci sono viaggi di piacere e divertimento. C’è chi viaggia per curiosità, e chi per noia. Ma c’è anche chi si sposta per evadere da una realtà meno piacevole, in cerca di fortuna altrove. Qualcun altro scappa dalla guerra. I fedeli peregrinano per spirito religioso. Gli esploratori lo fanno come mestiere. Vari e diversi sono i motivi all’origine dell’errare. Ma forza, coraggio e curiosità sono le virtù necessarie qualsiasi sia la motivazione che porti al viaggio. Bisogna avere audacia di lasciare la propria casa, fermezza di allontanarsi dalla comoda quotidianità, e abbandonare le certezze per imbattersi in una strada meno sicura.

Si dice che sia più importante la meta della destinazione. Ma è davvero così? Curiosità, interesse e voglia di mettersi in gioco caratterizzano il viaggio contemporaneo. Intraprendere un cammino nuovo e sconosciuto significa portare la propria storia a incrociarsi con quella di altri popoli. Intrecciare il proprio vissuto con quello di persone diverse. Confrontarsi con luoghi differenti, scoprire odori, sapori e colori che prima si ignoravano. Ed ecco che il bagaglio culturale del viaggiatore si amplia. Ogni esperienza, ogni contatto è un valore aggiunto. Chi vaga torna più ricco di prima. La persona che rincasa è diversa da quella che era partita: la sua mentalità è cambiata.

Storia, arte e letteratura ci offrono infiniti esempi di viaggi: da quello eroico di Ulisse a “Il milione” di Marco Polo. Dal fatal errare di Enea al moderno colonialismo. Dal medievale Dante a Italo Calvino con “Le città invisibili”. Ma è il Settecento a portare una grande novità: il Gran tour.

È un viaggio che si compie una sola volta nella vita, dunque va ricordato, annotato e tramandato; quaderni, appunti, lettere alla mano e un compagno come guida. Esito finale è la maturazione del giovane studente. Non si tratta di un semplice passatempo, ma di apprendimento e conoscenza. Come un rito di iniziazione, comprende anche delle prove da superare: sia fisiche sia mentali.

L’esperienza dura mesi o persino anni. Si attraversa l’Europa per arricchirsi; per acquisire le più svariate nozioni: cultura, politica, arte e molto altro ancora. Le élites europee si formano percorrendo le rovine del mondo antico. Sono giovani che perfezionano i loro studi, preparati, curiosi e attivi vogliono infatti partire per imparare. Così la loro educazione si estende fino a completarsi.

Johann Wolfgang von Goethe ne è l’esempio lampante. Nel suo “Italienische Reise” annota:

Lo scopo di questo mio magnifico viaggio non è quello d’illudermi, bensì di conoscere me stesso nel rapporto con gli oggetti”.

Trento, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo sono solo alcune delle tappe del suo Gran tour. L’autore illuminato e attento viaggiatore elogia e critica le diverse città. Basandosi su tali riflessioni e scontrandosi con altre culture, sviluppa coscienza di sé e del suo mondo interiore, il suo spirito cambia.

Ma non è solo l’incontro con un’altra realtà a mutare il viaggiatore. Allontanarsi da casa, spaventarsi di fronte ai problemi, affrontare le novità e risolvere le disavventure sono tappe doverose nel tragitto e necessarie per lo scontro con la propria coscienza. Ecco perché diciamo che viaggiando si impara.

Ma i passaggi non sono automatici. Nemmeno uguali per tutti. Bisogna essere consapevoli di ciò a cui si va incontro. Marcel Proust infatti scrive:

“Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi”.

Curiosità ed elasticità mentale. Occhi nuovi, sguardo differente per percepire nuove emozioni e sensazioni. Non solo in relazione al luogo straniero, ma anche riguardo a se stessi.

Viaggiare significa raccontare le proprie esperienze. Ma anche esprimere singole sensazioni e riflessioni. Significa raccontarsi, mettersi a nudo e dialogare con il proprio animo, cambiare e talvolta anche maturare. Il viaggio è un insegnante duro, severo. Un maestro di vita. Presenta problemi, imprevisti, difficoltà, suscita frustrazione ma anche voglia di imparare. Permette di apprendere curiosità su altri popoli e sulla sfera privata e personale.

È un’esperienza collettiva ma al tempo stesso intima. Un contatto con realtà diverse ma anche con la propria interiorità, un confronto con paure e punti di forza. Con passioni ed emozioni. È un processo di autoconoscenza, di scoperta di un mondo profondo e introspettivo per il viaggiatore.

Il viandante è portato a esaminarsi da solo. Il viaggio è anche fonte di pensiero e di autocoscienza. Spesso ci si chiede quale sia la miglior forma di educazione ma soprattutto formazione dell’uomo. Viaggiare può essere una valida risposta.

 

FONTI

www.superando.it

Franco Cambi,  Il viaggio come esperienza di formazione. Tra diacronia e sincronia, in “Studi Sulla Formazione/Open Journal Of Education”, 2012

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