14 novembre 2018

Intervista a Daniele Arosio

Intervista a Daniele Arosio

Chi è Daniele Arosio? Classe 1957, lissonese da sempre ma girovago per indole. Alcuni lo conoscono come docente, altri come artista e chi è più fortunato per entrambe le cose. Custodisce gelosamente le passioni per cui vive e convive, se non lo si incontra in sella della sua amata bicicletta o tra i corridoi di scuola, mentre gironzola con i libri in mano, lo si può trovare in un luogo assai più intimo e speciale: un grande studio ancora tutto da sistemare.

È proprio qui che, con la voce ferma ma a tratti un po’ emozionata, Daniele Arosio ci ha raccontato la storia della sua carriera artistica.

Dopo gli studi artistici e aver frequentato la scuola di restauro, si laurea in Storia dell’Arte alla Statale di Milano ed inizia ad esporre i suoi lavori alla fine degli anni ’80. Nel 1995 fonda con altri cinque artisti il Gruppo Koinè con l’intento di vivacizzare il dibattito riguardante l’arte fornendo occasioni sistematiche di confronto fra gli artisti stessi e il pubblico favorendo la circolazione delle idee. Collabora con realtà artistiche presenti in Italia e all’estero, con un’intensa produzione di disegni e di altri lavori nati in studio, promuove manifestazioni generalmente di tipo installativo, operando con installazioni e interventi all’aperto, privilegiando i luoghi a diretto contatto con la natura, in un serrato confronto con essa.

Lo Sbuffo- Partiamo dalle origini, come si è avvicinato all’arte?

Arosio: Non mi sono avvicinato all’arte, è stata una passione che mi appartiene da sempre. La mamma si ricordava che a sei anni passavo le giornate a disegnare, in prima elementare mi avevano premiato per un disegno sulla seconda Guerra d’Indipendenza che mi ricordo ancora. Forse il primo segno di avvicinamento risale alla terza media, quando durante gli esami avevo fatto un quadro ad olio, era un paesaggio con il cielo arancione e si trattava di una copia di qualche artista Fauves; ma già dalla prima superiore in poi mi sono innamorato man mano di tutti gli artisti.

D. Arosio, “Cedimento”, plastica

Lo Sbuffo – Si ricorda grazie a quali contatti è riuscito ad ottenere la sua prima esposizione alla fine degli anni Ottanta? Che esito aveva avuto e si ricorda cosa aveva provato?

Arosio – Sì, certo che mi ricordo. Avevo appena aperto il mio primo studio in un cortile a Lissone, dopo aver chiesto uno spazio per non lavorare in casa: avevo l’urgenza di avere uno spazio dove potermi concentrare e dove poter vivere con i miei fantasmi. Quindi avevo affittato un minuscolo spazio nello stesso cortile dove lavoravano due artisti già abbastanza affermati. Con loro e con altri amici del liceo abbiamo organizzato la prima mostra. Prima di quel momento non avevo mai voluto farne una, per insicurezza sostanzialmente perché avevo paura dei giudizi degli altri, avevo paura di mettermi a nudo, esporre le opere che fai è un po’ come aprire te stesso. Se vivi l’arte come una forma (anche involontaria) di introspezione, esporre vuol dire permettere agli altri di ‘leggerti’, di osservarti. Però ricordo che era stato eccitante ed ho capito che le mostre servono per imparare: impari ad accettare i consigli e le critiche, impari a rifiutarli, impari a ragionare e a mettere in moto un meccanismo di revisione di tutto quello che fai, impari ad essere più sicuro quindi ad essere più convinto di certe scelte che hai fatto o di rivederne altre. È eccitante perché sei in gioco, perché hai modo di vedere se hai saputo comunicare a qualcun altro un’emozione: questa è proprio la cosa più preziosa di una mostra, ossia dare la possibilità agli altri di imparare e a te di ricevere qualcosa.

Lo Sbuffo – La sua famiglia l’aveva sostenuta fin da subito in questo nuovo progetto?

Arosio – Sì, non ho mai avuto ostacoli, anzi, ho sempre avuto tanti incoraggiamenti. Mia madre che viveva in mille difficoltà mi ha sempre sorretto. Poi è arrivata mia moglie, con cui ho condiviso tutto e mi ha sempre dato un appoggio incondizionato, sia economico che morale.

Lo Sbuffo – Mi parli dell’origine del Gruppo Koinè.

Arosio – È stata un’esperienza meravigliosa! Mi sono ritrovato con due miei compagni di liceo ed altri tre della zona di Vimercate ed abbiamo deciso di condividere le nostre esperienze artistiche facendo mostre e dibattiti per sollecitare il mondo dell’arte sub-contemporaneo. C’era anche lo scopo di aver più forza contrattuale nella richiesta di spazi pubblici: avevamo deciso di rifiutare le gallerie. Era una scelta molto precisa, non volevamo avere alcuna forma di condizionamento né aver a che fare con il mercato.

Lo Sbuffo – Il gruppo aveva uno stile omogeneo oppure ogni membro ne aveva uno proprio?

Arosio – Ci siamo sempre domandati quale fosse il nostro stile (veniva naturale influenzarsi reciprocamente, il che era rischioso per il proprio linguaggio personale), ma quel che realmente ci rendeva omogenei era il modo di sentire l’arte:  avevamo la convinzione che essa potesse e possa tuttora avere un impatto sulle persone – avendo così anche una funzione sociale – e per coglierla a pieno l’arte doveva uscire dai luoghi a lei deputati e risiedere nei giardini e nelle piazze ed ovunque vi sia gente. Poi ognuno aveva il suo linguaggio, alcuni erano più vicini per via della formazione culturale ed altri più lontani.

Lo Sbuffo – Sa definire il proprio stile? Come l’ha raggiunto e quali sono stati gli artisti che l’hanno ispirata?

Arosio – Non ho ancora trovato il mio stile. Navigo a vista e so che ci sono delle costanti nel mio lavoro, delle quali solo poche conosco razionalmente. Sento che c’è una continuità al di là della differenza dei materiali che uso. Nei disegni, invece, ho uno stile assolutamente riconoscibile ed inconfondibile, persino in certe tecniche sono inconfondibile, come nell’uso della plastica. Su altre cose sono più variegato. Questo aspetto a volte mi crea angoscia, perché mi sembra di non avere coerenza, ma col tempo sto imparando a percepirlo come una forma di ricchezza e non di limite. Del resto anche Picasso, Fontana e tantissimi altri hanno avuto vari linguaggi, quindi credo che siano semplicemente tante sfaccettature del mio modo di vivere l’arte e prima ancora del mio modo di vivere la realtà. Di conseguenza approccio alla realtà con strumenti e tecniche adeguate a quello che voglio esprimere.

Di artisti che mi hanno ispirato ce ne sono una valanga… Primi fra tutti quelli degli anni Sessanta e Settanta, sono cresciuto nella loro orbita ed anche se non vedevo le loro opere, la presenza di Manzoni, Fontana, Burri, Capogrossi, Melotti e tanti altri si sentiva, era nell’aria. Ci sono anche autori lontanissimi che mi hanno condizionato, come i maestri dei rilevi assiro-babilonesi, piuttosto che Fidia, Prassitele fino ad arrivare agli artisti della trans avanguardia. Da ciascuno ho rubato qualcosa, non tanto da un punto di vista tecnico, ma a loro ho rubato il modo di intendere l’arte, ossia cercare di cogliere gli elementi che hanno scatenato la creatività.

D. Arosio, “Bosco”, blu di metilene

Lo Sbuffo – Parliamo di materiali. Nelle sue opere cerca sempre un contatto diretto con la natura, di conseguenza i materiali utilizzati per le installazioni all’aperto la rispettano o la inquinano?

Arosio – Uso materiali rigorosamente naturali quando lavoro all’esterno. Il blu per esempio (da molti è visto come un elemento pesantemente inquinante) ho iniziato a usarlo dopo che ho avuto in mano i certificati della ‘Food and Drug Administration’ che garantiscono che non possiede alcuna forma di tossicità e che è un materiale eco compatibile. Oppure ho provato ad usare il blu di metilene, spesso usato nel mondo alimentare per la colorazione degli alimenti e soprattutto per l’uso delle bevande. Quindi lavoro sempre nel massimo rispetto della natura al punto che io non ho mai voluto che le mie opere restassero nella natura, ho rinunciato a quella forma di inquinamento visivo: l’ambiente naturale deve tornare ad essere quello che è sempre stato e tale principio è irrinunciabile nella mia arte.

Molto diverso è il discorso del lavoro in studio, qui so di lavorare con materiali opposti: uso molto la plastica la concepisco come elemento cardine della civiltà contemporanea. Infatti ho concepito i “Sacchi” come dei contenitori (archetipi delle buste della spesa) che contengono cose totalmente inutili, non vendibili che si riducono in polvere col passaggio del tempo, al contrario della plastica che invece resta e diviene dunque emblema della modernità. Una delle cose che accomuna molti miei lavori è proprio lo sfruttare i vantaggi della plastica: è un elemento che vedi, ha il vantaggio di essere completamente trasparente, ma funge da contenitore o comunque da elemento che non permette di toccare quello che c’è oltre la sua superficie.

Lo Sbuffo – I materiali usati all’aperto sono, dunque, un nuovo modo per comunicare la necessità di rispettare la natura o comunicano semplicemente un nuovo modo di vederla?

Tutte e due le cose: se uso il blu per colorare una strada in alta montagna, creo uno scarto con la realtà che obbliga lo spettatore a riflettere, ma allo stesso tempo creo anche un altro modo di vedere quella montagna e ciò mi avvicina ancora di più alla bellezza di quel posto. Se invece lo uso in un ambiente urbano (ad esempio come quando ho colorato i tombini intorno al comune di Agrate) evidenzio certi elementi che di solito vengono trascurati (in quel caso mettevo in evidenza una comunicazione tra il sopra e il sottoterra) e dunque provo a far percepire qualcosa che solitamente non si noterebbe. Mi piace innescare meccanismi di riflessione legati alla percezione dell’ambiente che coinvolgono dunque entrambe le cose, ma come diretta conseguenza di questi obiettivi ho dovuto accettare che un’opera anziché durare cinque mila anni possa durare appena due giorni. Mi è persino capitato di aver avuto giusto il tempo di fotografare una mia creazione (come il “Bosco blu”), per poi vederla scomparire nella pioggia. Ho dovuto accettare che certe opere possano essere del tutto effimere.

Lo stesso discorso vale per quelle opere che per la presenza dell’anilina si sono stinte a causa della luce, anche non diretta dal sole: non è un dispiacere, il fatto che l’opera si trasformi nel tempo per conto suo – e dunque viva di vita propria –  è un qualcosa che mi affascina.

Lo Sbuffo – Lavora più sull’importanza della forma o del contenuto?

Arosio – Deve esserci sempre un’idea di partenza, però amo molto le forme. L’impatto visivo per me è assolutamente fondamentale. Tutto quello che faccio ha un contenuto, eccetto i disegni. Essi nascono dall’improvvisazione più totale senza alcuna forma di controllo e per questo rappresentano la forma più libera ed introspettiva. A volte mi piace addirittura disegnare con la mano sinistra, proprio per provare a me stesso questa incapacità di controllo mentale. In tal modo capisco che se lo desidero posso disegnare in modo perfetto, ma l’espressione acquisisce tutt’altro valore quando non è controllata dalla mano.

D. Arosio, “Kouros”, stuzzicadenti

Lo Sbuffo – Ha una sua opera a cui è particolarmente legato?

Arosio – Forse la creazione con gli stuzzicadenti, perché la persona che è al suo interno sono io e non ho ancora capito se sono chiuso dentro o se invece è il mio modo di proteggermi dal mondo.

Lo Sbuffo – Nella vita oltre che artista, è anche un docente. Tale professione è divergente o integrante alla sua figura?

Arosio – E’ stata una scelta, amo molto insegnare ed è ciò che mi permette di restare ancorato alla realtà. Volevo essere completamente libero di non dover dipendere dall’arte per vivere e per poter creare sempre quello che io desidero.

Lo Sbuffo – Qual è stata la critica più feroce ed il complimento più gradito?

Non ho mai avuto critiche particolarmente feroci, sono stato criticato per la discontinuità linguistica delle opere, che però io vivo invece come qualcosa di prezioso. Il complimento più bello è stato vedere una ragazza che si è messa a piangere osservando una mia opera, questo è il massimo della gratificazione.

Per maggiori informazioni:

– vistare la pagina personale dell’artista www.danielearosio.it

– visitare la sua pagina Instagram ‘daniele.arosio’.


FONTI
Intervista da parte dell’autrice
CREDITS
Forniti dall’artista

 

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