13 novembre 2018

“Gamification” e cultura: intervista a Biancamaria Mori

“Gamification” e cultura: intervista a Biancamaria Mori

Biancamaria è una millennial che non si accontenta: all’università non si accontentava solo delle nozioni apprese a lezione (ha frequentato la Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Brera), come non si accontentava mai dei “no” contro cui si è scontrata durante la sua esperienza di startupper. Nel 2012, cercando un risvolto applicativo di ciò che apprendeva a lezione, è entrata a far parte come studentessa del progetto MenteZero, tenuto dal professore Carlo Gioventù, dove gli studenti imparavano a fare ricerca sulle arti multimediali e interattive creando veri e propri prodotti professionali. Ne è diventata ben presto vicepresidente ed è arrivata a portare per la prima volta l’associazione alla Biennale di Venezia nel 2015, a cui prenderà parte in altre due occasioni. MenteZero si è evoluta negli anni, restringendo sempre più il numero di collaboratori, e oggi si occupa della produzione di opere d’arte multimediali e interattive, dello sviluppo di piattaforme e videogiochi per l’ambito Business e Culturale.

Biancamaria ce l’ha quasi fatta, non ha mai smesso di credere in se stessa e di imparare dai propri errori e da quelli degli altri, perché, come ci ha detto lei stessa, crede molto nell’insegnamento. Ora sogna che in futuro questo progetto possa diventare una S.r.l..

La “gamification” sfrutta l’interattività del videogioco o più semplicemente le tecniche e le dinamiche del gioco in contesti esterni, ad esempio per coinvolgere le persone a provare più divertimento in attività comunemente considerate noiose; tu in particolare parli di “gamificazione” applicata a diversi ambiti, come l’educazione. Nel concreto quali sono le strategie che si utilizzano per combinare attività apparentemente così lontane?

Al giorno d’oggi si parla tanto di gamification nel videogioco perché questo è il gioco più diffuso nel momento storico attuale. Il gioco ha una storia antica: consiste in una simulazione di un’esperienza all’interno di un ambiente protetto; la gamification si basa appunto su queste dinamiche, proprie di tutte le tipologie di giochi, da quelli da tavola a quelli sociali. I giocatori in Cina sono all’incirca duecento milioni, in Europa cento milioni, tutte queste persone si chiudono all’interno di un mondo virtuale perché qui è molto più semplice raggiungere obiettivi rispetto alla vita reale e sentirsi appagati per i propri sforzi, ad esempio ricevendo un premio o dei punti. È stimolante, inoltre, avere la possibilità di mettersi in contatto con una rete di giocatori e competere con loro per chi arriva a più punti. L’esempio più conosciuto in questo senso è l’applicazione Waze, un navigatore che contiene informazioni sempre aggiornate, perché gli utenti possono rendersi utili attraverso alcune segnalazioni come la presenza di traffico, di autovelox, delle stazioni di servizio più economiche eccetera, e così facendo accumulano sempre più punti. Da una parte c’è chi discrimina i giocatori, soprattutto genitori timorosi che i propri figli diventino dipendenti o emulino comportamenti sbagliati che si ritrovano in certi videogiochi violenti; dall’altra c’è chi si chiede perché non si possano sfruttare le potenzialità di questo mezzo per arrivare a qualcosa di proficuo a livello sociale.

Per dare vita ad una start up ci vuole molto coraggio e consapevolezza delle proprie capacità, soprattutto se sei un millennial, non è quindi un’impresa da tutti. Essere millennial per te è stato un ostacolo o piuttosto un’ulteriore motivazione per dare del tuo meglio?

Che bella domanda. Ho trovato una sorta di cannibalismo nei confronti dei millennials, uno sfruttamento imbarazzante sia delle loro energie, sia delle risorse che possono dare. Probabilmente se avessi avuto possibilità diverse, ad esempio trovare una valorizzazione della mia persona e delle mie capacità in un’azienda, le avrei sfruttate. Costruire qualcosa se sei un millennial è una difficoltà enorme, perché ti trovi di fronte un deserto e persone che non hanno la lungimiranza di pensare a quello che potrebbe essere utile in un dopodomani, ma è anche vero che il deserto crea opportunità, non avendo nulla o ti metti a costruire o ti fermi. Purtroppo non ci sono le possibilità degli anni Sessanta e Settanta. […] Il problema non è soltanto partire, è l’ampliamento del mercato che è difficoltoso e in Italia mancano le strutture adatte a far sì che un’impresa cresca oltre i due anni. Dove trovo i clienti e come li trovo?

Quali imprevisti ti sei trovata ad affrontare e in quali situazioni hai messo in discussione te stessa, migliorandoti?

Sono migliorata a livello politico: quando ero in università ero molto più combattiva, ho capito che non è sempre giusto, quindi conviene fare meno le querce e più i bambù, capire quando è il caso di insistere o semplicemente di trovare un’altra strada. Spesso quando costruisci qualcosa di nuovo trovi grossi ostacoli, anche ingiusti, perché tanti non ti danno quello che pensi di meritare, o magari meriti davvero (il mondo fuori non è sempre bellissimo). Posso dire di avere imparato ad aggirare l’ostacolo e a non prendere tutto di petto come facevo prima; per fare questo ci vuole una testardaggine incredibile, invece vedo tanti giovani demoralizzati, che si fermano alla prima difficoltà  perché non si sentono apprezzati.

L’esperienza come insegnante ti ha aiutata in questo senso?

Sì, ad esempio ho capito che preferirei insegnare al liceo piuttosto che all’università, se dovessi scegliere. Ho tenuto e sto tenendo dei progetti nelle scuole e insegno come docente presso Camplus, un collegio di eccellenza che ha varie sedi in Italia. […] Ho imparato che i giovani sono molto più curiosi e coinvolti degli universitari, che spesso arrivano disillusi e stanchi, si fa molta fatica a trasmettere loro qualcosa. Credo che ci sia ancora un grosso gap tra tecnologie e scuole, la strada è ancora lunghissima.

Se dovessi ripartire da zero con il tuo progetto, avendo la possibilità di evitare gli errori e le valutazioni sbagliate, come agiresti?

La mia è una strada lastricatissima di errori. Sono partita da zero e ho dovuto costruire tutto da sola, in famiglia nessuno mi poteva indirizzare, mia madre è una maestra e mio padre un geometra, nessuno era un imprenditore. Probabilmente rifarei MenteZero molto più piccola e selettiva: ho sempre creduto che le vittorie condivise siano più belle di quelle che si conseguono da soli e per questo provato a collaborare con più persone possibili, ma mi sono resa conto che bisogna dare a tutti la possibilità di raggiungere i propri obiettivi e non “imboccarglieli”. Quando la strada diventa più difficile e non si vedono risultati immediati molti mollano, non tutti hanno la stessa capacità di guardare al futuro e se non vedono risultati immediati abbandonano prima. Avrei preferito imparare prima a combattere di meno, a lasciare indietro la testardaggine e ad aggirare di più gli ostacoli, perché ti porta a risultati più consistenti.

Se nel futuro tutto andasse per il meglio, come speri cresca la tua associazione? Come sarà Biancamaria Mori tra una decina di anni?

Tra una decina di anni è tantissimo (ride). […] Mi auguro che sempre di più il gioco sia parte della nostra realtà, dalle aziende all’istruzione e che si possa trasmettere la cultura anche in questo modo. Spero di non essere l’unica perché è un mercato ancora in espansione e c’è spazio. Vorrei riuscire ad avere una S.r.l., un team non amplissimo con cui sia possibile lavorare, e soprattutto dei clienti.

Se invece si creassero nuovi problemi e la situazione si complicasse, qual è il tuo piano B?

Ho sempre creduto di rimanere in Italia, perché penso che qui ci sia tanto da costruire, ma se in Italia non dovesse andare proverò all’estero, e se anche lì il progetto non funzionasse vorrà dire che non ho capito niente di come sta andando il mondo, quindi lavorerò come dipendente e mi dedicherò all’ideazione di videogiochi effettivi.

Cosa ti sentiresti di consigliare agli ambiziosi millennials che sognano di iniziare un percorso come il tuo?

Per prima cosa andate subito da un commercialista e trovatene uno bravo, poi non trascurate la parte burocratica – vedo che tanti si buttano nell’ambiente trascurando questo aspetto, io per prima –, cercate di rubare tantissimo e di imparare da chi è venuto prima di voi evitando gli errori commessi da altri, credo molto nell’insegnamento dato dalle esperienze altrui.

FONTI

Intervista di Ginevra Braga a Biancamaria Mori

CREDITS

Copertina by Lo Sbuffo

Immagini © Biancamaria Mori

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