The catcher in the rye, lanciato nel 1951 a New York, oggi è un long-seller che ha percorso con il suo successo numerosi anni e svariati chilometri. È noto ormai che uno dei più importanti meriti di Jerome David Salinger, suo autore, fu quello di rivolgere lo sguardo al linguaggio giovanile degli anni 50, lo slang dei primi blue jeans, per plasmarlo poi in un vero e proprio stile letterario sorprendentemente quotidiano e innovativo.

È adolescente il forte io della storia, che fa del monologo il bisturi più preciso, e adolescente è la parola che si fa stile, con tutti i turpiloqui e le volgarità del caso. Un linguaggio frammentario e paratattico, di una brevità incisiva che lascia il lettore con quello stesso stupore che rimane nell’aria dopo le domande dei bambini. Ma se la lingua di questo romanzo ha lasciato un segno indelebile e influenzato generazioni successive di scrittori, ciò che probabilmente ha fatto più breccia nell’animo dei lettori di ogni epoca è il suo contenuto.

Una trama senza pretese e relativamente lineare, quella che racconta la storia del giovane protagonista, Holden Caulfield: appena sedici anni, canonicamente espulso da tutti gli istituti che frequenta, insufficiente in quasi tutte le materie, intelligente ma intollerante all’ambiente scolastico e alle sue dinamiche. L’intero percorso del libro è focalizzato sul suo tentativo di ritardare il più possibile il ritorno a casa e, perciò, il drammatico e temuto confronto con i genitori.

Un’analisi critica storicista a buon ragione potrebbe vedere nelle parole di Holden, nella sua confusionaria,  incostante e ironica ribellione alla vita e alla società, un taciuto ma vincolante asse portante: la tragedia della Seconda guerra mondiale, vissuta in prima persona dallo stesso Salinger e ferita ancora aperta della generazione del rock ‘n’ roll.

Ma se volessimo solo per una volta mettere in secondo piano le critiche e le contestualizzazioni storico-letterarie, se notassimo lo strato sottile e profondo, scopriremmo che tra le pagine de Il giovane Holden si nasconde qualcosa di molto più semplice.

Più che necessario ribadire la presenza di un ricamo psicologico di dolore e inadeguatezza attraverso il quale la pedagogia ha compreso molto dell’adolescenza e sviluppato metodi e considerazioni a riguardo. Ma queste pagine non sono solo l’antologia completa della giovinezza o il manuale in cui ogni adolescente si è riconosciuto e ogni uomo si è ricordato: le parole di Holden non celano solo la difficoltà di inserirsi nel mondo e le molteplici carenze dei meccanismi di integrazione che la società di allora proponeva e propone ancora oggi; le sue parole propongono un rimedio.

Presentandoci Holden, Salinger ci consegna l’immagine più vicina a quello che è il cuore di un adolescente, ma non solo come un prodotto già determinato, finito, da studiare, bensì corredato di una chiave per soccorrerlo, paradossalmente nascosta proprio nelle confuse parole del ragazzo, che continua a ribadire la sua indipendenza e a negare il suo disperato bisogno d’aiuto. La ricchezza di questo libro dunque non si ferma a un vagabondare cieco o a uno sguardo singolare e illuminato sul mondo, ma aggiunge un valore più grande: la mappa delle urgenze celate.

La vera esploratrice dell’animo di Holden è la sua sorellina Phoebe, l’unica che riesce a far breccia tra le sue tormentate ed ermetiche considerazioni.

«A te non piace niente, […] dimmi una sola cosa che ti piace.»

Lanciate come biglie le parole di Phoebe rotolano come la domanda che più raffredda il sangue del fratello, la domanda che, dopo vari giri di deviazione, porterà il lettore alla risposta più inaspettata.

«Sai cosa mi piacerebbe fare? Se potessi fare quell’accidente che mi gira, voglio dire. Sai quella canzone che fa “Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno”? Io vorrei…[…] mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.»

È in questa surreale immagine metaforica che pone le sue radici il motivo per cui ogni insegnante dovrebbe aver letto Il giovane Holden: per riconoscersi nel suo punto d’arrivo, per visualizzare gli obiettivi che troppo spesso sfuggono.

Si è sempre pensato che Holden fosse l’enigmatico paradigma dei sedici anni, che sussurrasse buoni segnali di orientamento alla pedagogia pur esprimendo totale distacco dalle sue questioni, ma la grande e sorprendente realtà è che Holden, il ragazzo che rifiuta la scuola e i suoi dogmi, pluriespulso e pluribocciato, esprime con la sua dichiarazione una missione e un desiderio.

La missione che dovrebbe essere comune a ogni insegnante: prendere al volo chi sta per cadere, e il desiderio più grande di ognuna di quelle teste dietro i banchi, di quei nomi sul registro, di quei volti alla lavagna: essere presi.

 


FONTI
Salinger, J,D, Il giovane Holden, Einaudi, 1970.