18 dicembre 2018

Il viaggio dell’Utopia da Platone al Novecento

Il viaggio dell’Utopia da Platone al Novecento

Il termine utopia, (dal Greco: ou-non e topos-luogo), fu coniato da Tommaso Moro (1478-1535), (richiamando anche la radice greca eu-bene), come luogo del bene inesistente. La sua opera, L’Utopia, era appunto il non-luogo di una felicità inaccessibile, che aveva avuto un solo precedente classico che faceva riferimento a Platone. Nel suo dialogo La Repubblica, infatti, veniva indicato il modello di uno stato ideale retto da filosofi, guerrieri e lavoratori in un disegno armonico e organizzativo, in cui ogni individuo trovasse collocazione in funzione della sua virtù prevalente: la saggezza, il coraggio e la temperanza. A Platone, inoltre, si faceva riferimento anche per il modello della città ideale di Atlantide da lui descritta nei suoi dialoghi Timeo e Crizia.

Questi riferimenti platonici fornirono la spinta alle utopie rinascimentali che – oltre all’opera L’Utopia che Moro scrisse in forma di romanzo nel 1516 definendone anche il termine – diedero impulso ad una serie di altri testi come La città del sole di Tommaso Campanella del 1623, Nuova Atlantide di Francesco Bacone del 1627 e La Repubblica di Oceana di James Harrington del 1656. Si trattava di opere importanti e innovative viste come progetti politici e filosofici di stati libertari che realizzavano ideali di uguaglianza, giustizia e tolleranza religiosa.

Il successo di questi scritti fece scaturire un cospicuo filone di opere minori, catalizzatori di un profondo e diffuso bisogno sociale di superare i conflitti e le antitesi della società del tempo. Si trattava, infatti, di forme di critiche sociali, più o meno esplicite, ai regimi ed alle società degradate e degenerate di quel tempo, che venivano comparate con i progetti utopici di città ideali in cui la vita si svolgeva in pace e giustizia.

La Repubblica di Platone rimase comunque l’archetipo delle costruzioni utopiche dell’età rinascimentale e moderna e il riferimento per tutti gli umanisti. Per Platone l’anima individuale e la città si corrispondevano come un micro e un macrocosmo e la felicità veniva raggiunta nell’equilibrio tra l’anima individuale e la città. Allo stesso modo, queste utopie moderne rappresentano la visione di un ideale politico e umano, in uno stato perfetto che spesso è definito secondo un rigoroso piano razionale.

Un altro elemento che metteva in comune queste utopie col modello platonico fu quello di essere delle sofocrazie (sophia-sapienza e kratos-potere), ossia organizzazioni sociali la cui perfezione poteva essere assicurata dal comando del sapere, differenziato nei vari modelli di utopia. Così come nel modello di utopia di Platone il potere era identificato nei filosofi e assimilato alla sapienza, per Moro risiedeva nella ragione naturale, nella letteratura e nella scienza greca di Aristotele, per Campanella corrispondeva al sapere nella sua totalità della comprensione umana e per Bacone, invece, era rappresentato dal sapere scientifico e tecnologico.

Si trattava di esempi di società fondate sul lavoro, limitato alle esigenze della comunità e che impegnava gli individui per quattro o sei ore al giorno (impensabile a quei tempi in cui si lavorava anche fino a 14/16 ore al giorno). Erano, inoltre, ideali di organizzazioni sociali che non prevedevano la presenza di proprietà privata ma optavano per la distribuzione dei beni alla comunità e che predicavano il rispetto dell’uguaglianza degli individui e delle donne. La ricerca della pace e il rifiuto della guerra, se non di pura difesa, la libertà di religione, anche se principalmente riferita al cristianesimo senza essere religione di stato, erano i principi fondamentali che guidavano le collettività di questi stati utopici.

Questo genere di utopie, che continuarono a proliferare anche nel XVIII secolo, raccoglievano le delusioni sociali e le insoddisfazioni di pensatori che perseguivano la loro critica sociale nella ricerca letteraria e visionaria del sogno di un mondo diverso non ancora realizzabile. È in questo contesto che si fece strada anche il modello politico di James Harrington (1611-1677) con il saggio La Repubblica di Oceana, un connubio di utopia e modello politico sull’esempio della repubblica di Venezia di tipo democratico in cui la proprietà e il potere erano adeguatamente bilanciati.

Nel 700 l’utopia barocca, tuttavia, si confrontava con il libertinismo di matrice illuministica che metteva in crisi l’utopia filosofica di cambiare il mondo. Il racconto utopico diventò l’antitesi irrealizzabile dell’unico mondo possibile rappresentato dallo specchio delle passioni umane. L’utopia, quindi, si trasformò in un’antropologia pessimistica come quella raccontata da Jonathan Swift (1667-1745), nei sui racconti I viaggi di Gulliver. Il viaggio e il luogo dell’utopia apparivano distopici e quindi negativi, come riflesso della critica di Swift alla scienza e alle filosofie degli uomini del suo tempo, chiudendo ancora una volta l’utopia in un mondo immaginario e irrimediabilmente fallace.

Mentre l’utopia si allontanava sempre più dal mito, si occupava dei costumi e della psicologia umana con un diverso atteggiamento degli utopisti disposti a veder realizzato il proprio progetto in modo più graduale. Louis-Sébastien Mercier (1740-1814), che fu il maggiore rappresentante delle utopie di quel tempo, pubblicò nel 1770 il racconto L’anno 2440, dando inizio, di fatto, al genere letterario dell’ucronia. Egli, infatti sognava, di risvegliarsi dopo 670 anni in una Parigi profondamente cambiata e anticipando profeticamente i temi della rivoluzione francese in cui si trovano realizzate la libertà di stampa, la riforma del diritto penale, il riconoscimento del ruolo degli intellettuali, in una forma di ideale repubblicano non comunistico.

A partire da Mercier seguiranno un’ulteriore serie di altri “Profeti di Parigi”, utopisti della rivoluzione e libertari  che porteranno al Manifesto degli uguali di Babeuf del 1797. Le idee espresse nel manifesto diverranno simbolo del pensiero utopico dell’abolizione della proprietà privata e di un radicale rinnovamento sociale (una palingenesi) basato sulla totale uguaglianza degli uomini

Il fallimento dei progetti egualitari della rivoluzione portò successivamente gli scrittori del socialismo utopistico alla credenza di poter realizzare in modo efficace forme di comunità ideali senza dover attendere la decisione di un legislatore per darne legittimità. Fu Charles Fourier (1772-1837) ad inaugurare questa stagione della sperimentazione utopica costruita sui principi di una nuova scienza sociale attraverso l’istituzione di comunità di lavoratori da lui chiamati falansteri. Si trattava di una nuova struttura societaria in cui queste unità sociali agricole, autosufficienti nella produzione e nel consumo, si costituivano spontaneamente secondo i semplici principi dell’associazionismo e della cooperazione in una libera espressione delle passioni individuali.

Tuttavia, le originali idee di Fourier, che rappresentarono il primitivo tentativo concreto di utopia socialista sarebbero state spazzate via dalla condanna di Marx ed Engels nel loro Manifesto del partito comunista del 1848 orientato al processo rivoluzionario del socialismo reale.

Il Novecento, che si apriva con la grande illusione della realizzazione dell’utopia comunista, si diramò nel doppio binario della distopia, ovvero della prospettiva inquietante e spaventosa di un mondo indesiderabile. I maggiori rappresentanti di questa utopia negativa e apocalittica furono Aldous Huxley (1894-1963) con il romanzo L’isola e George Orwell (1903-1950) con i due romanzi La fattoria degli animali e 1984. L’intento satirico di queste opere prese a riferimento delle loro visioni distopiche sia il regime sovietico sia quello capitalistico della società industriale avanzata. Il tema del controllo pervasivo e collettivo di un sistema totalitario verteva, soprattutto da Orwell attraverso la metafora del “Grande Fratello”, sul pericolo dell’enorme potenzialità della tecnologia posta al servizio di qualsiasi progetto sociale.

La genealogia utopica che partiva da Platone e arrivava al comunismo sovietico, attraverso l’evolversi della scienza e della ragione, approdò quindi nel ʼ900 alla sostanziale critica dell’utopia ed ai suoi fallimenti. Inoltre, l’identificazione dell’utopia, attuata dalla martellante propaganda dei regimi totalitari, con i mali della società contemporanea, con la guerra di massa e la minaccia atomica, portò l’utopia positiva a ridursi alla percezione di un atto di pura ingenuità o di follia senza speranza, relegandola a emblema delle illusioni umane fuori dal tempo e dalla storia.

Tuttavia, oltre questa condanna, la predisposizione dell’uomo e la sua volontà di reprimere il male e realizzare la giustizia trovarono nuovamente forma in una rinascita intellettuale ed etica del concetto di utopia. Fu appunto nell’opera monumentale, dedicata all’utopia, di un autore come Ernst Bloch (1885-1977) e attraverso i suoi scritti, Spirito dell’utopia e Il principio speranza, che prese avvio una nuova concezione dell’utopia positiva. Per Bloch, infatti, era la speranza il motore e la tensione che conduceva al futuro e all’emancipazione. Il sogno e il bisogno di utopia rappresentavano quindi i segni rivoluzionari e anticipatori di una vita migliore, proiettata nel futuro a partire da una coscienza che volesse riconciliare l’uomo con la natura.

L’ultima grande stagione dell’utopia, risvegliatasi alla fine degli anni ʼ60 e l’inizio dei ʼ70 coi movimenti giovanili e studenteschi, le comuni e la controcultura hippie, vide protagonista anche un altro filosofo utopista, Herbert Marcuse (1898-1979) e il suo programma di liberazione della natura espresso nel suo saggio Eros e civiltà. I suoi principi rivoluzionari furono ripresi dagli studenti ribelli del ʼ68 insieme allo slogan dell’immaginazione al potere simbolo dell’utopia possibile per un cambiamento culturale ancor prima che politico. La “fine dell’utopia”, teorizzata da Marcuse, rappresentò la realistica visione di una possibilità che la modernità e la sua tecnologia fossero in grado di realizzare, nel presente e con le sue potenzialità economiche-sociali, la costruzione di un mondo più giusto, pacifico, creativo, estetico e non alienato.

 

FONTI:

Tommaso Moro, L’utopia, Laterza, Roma, 2015

Platone, La Repubblica, BUR Rizzoli, Milano, 2007

Tommaso Campanella, La città del sole, Adelphi, Milano, 1995

Francis Bacon, Nuova Atlantide, BUR Rizzoli, Milano, 2015

James Harrington, La repubblica di Oceana, UTET, Torino, 2014

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Garzanti, Milano, 2002

Louis-Sébastien Mercier, L’anno 2440, Dedalo, 1993

Aldous Huxley, L’isola, Mondadori, Milano, 2017

George Orwell, 1984, Mondadori, 2005

Ernst Bloch, Il principio Speranza, Garzanti, Milano, 2005

Herbert Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, Torino, 2017

Vittor Ivo Comparato, Utopia, Il Mulino, Bologna, 2005

 

 

 

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