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17 ottobre 2018

Noi, di Zamjatin: il fratello maggiore di 1984 e Orwell

Noi, di Zamjatin: il fratello maggiore di 1984 e Orwell

Noi (Мы 1921), romanzo distopico scritto dal sovietico Evgenij Zamjatin, è il fratello maggiore dell’orwelliano 1984. Chi al giorno d’oggi non ha mai letto o sentito per lo meno nominare 1984? Praticamente impossibile, basti pensare a quanti meme (2+2=5), dischi (Muse, The Resistance su tutti) o serie tv (Black Mirror) dal carattere distopico sono stati sfornati nella prima metà degli anni ’10 del nuovo millennio. Sebbene questa renaissance distopica sia velocemente finita col cadere in una sorta di crisi che è sfociata nel complottismo, il romanzo di Orwell, che ben conosceva il capolavoro di Zamjatin, è ancora nella mente di tutti, ma forse non più sulla bocca. Il successo avuto da Orwell si è diffuso a macchia d’olio, creando un genere che, unito a nuove e allettanti tematiche cyber,  probabilmente si è inflazionato pur di stupire una fetta sempre maggiore di pubblico.

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Evgenij Zamjatin

Se il romanzo di Orwell ebbe un successo per l’appunto incredibile, una sorte ben peggiore toccò a Zamjatin (1884 – 1937) che, oltre all’esilio parigino durato fino alla sua morte, ebbe non pochi problemi con la pubblicazione. In URSS (madrepatria di Zamjatin) il romanzo vedrà la luce soltanto postumo nel 1988, a sessant’anni dalla stesura originale, in occasione della prima edizione in russo del romanzo di Orwell.

Noi presenta una deriva negativa dell’utopia sovietica e del celebre «radioso avvenire» tanto promesso ai nuovi cittadini sovietici, che fino a qualche anno prima erano dei semplici contadini russi. Ambientato in un lontano futuro, il totalitarismo comunista viene raggiunto e portato all’estremo a tal punto che il concetto individuale dell’io, fonte di insormontabili problemi personali e individuali, viene annullato nel Noi. All’interno del Noi ogni problema viene gestito e soprattutto risolto dallo Stato Unico che controlla ogni aspetto della vita.  Per questo motivo anche il protagonista del romanzo (D-503), come tutti i cittadini dello Stato Unico, viene privato del proprio nome individuale. Nome che è di fatto sostituito da un codice in cifre, non tanto diverso dalle targhe automobilistiche che all’inizio del Novecento rappresentavano il futuro più di quanto non possa farlo per noi un’astronave:

“Io, D-503, costruttore dell’Integrale, io sono soltanto uno dei matematici dello Stato Unico. La mia penna, abituata alle cifre, non è capace di creare la musica delle assonanze e delle rime. Io cerco soltanto di prender nota di ciò che vedo, di ciò che penso — più precisamente di ciò che noi pensiamo (appunto: noi e che Noi sia il titolo delle mie note). Ma essendo appunto un prodotto della nostra vita, della vita matematicamente perfetta dello Stato Unico, non sarà, già per questa semplice ragione, opera di poesia? Sì — lo credo e lo so.”

Come in una possibile deformazione del darwinismo sociale, lo Stato Unico è composto soltanto da pochi superstiti che vivono conformi in un sistema «matematicamente perfetto», abitando un’unica grossa metropoli di vetro, tanto geometrica quanto piatta e senz’anima. Eliminato il libero arbitrio di ciascun cittadino ormai alienato nel Noi, il sistema tayloristico stabilisce e impone i compiti, al pari di una tabella per gli orari dei treni.

È interessante notare che, prima di dedicarsi alla letteratura da lui definita «eretica» (ovvero ostile a ogni tipo di controllo da parte del regime), Zamjatin lavorò come ingegnere navale in Inghilterra, la patria della rivoluzione industriale, dove avvenne la «svolta storica» o «l’incidente di percorso» dell’evoluzione della specie umana: l’industrializzazione e i primi orizzonti della meccanica/robotizzazione. Tematiche che sono il cuore portante del genere distopico.

Rispetto a Orwell e Huxley, Zamjatin non solo tagliò per primo la bandiera a scacchi della distopia, ma ha anche il merito di aver lavorato con meno materiale probatorio sulla costruzione totalitaria, prima dell’ascesa del Terzo Reich, del fascismo italiano e dello stesso stalinismo che costerà la morte a tanti suoi amici, tra cui lo scrittore Pil’njak.

 


FONTI
Eretici e sognatori: le nuove strutture della narrativa di Aleksandar Flaker in Storia della civiltà letteraria russa, vol. II, Torino, UTET, 1997
E. Zamjatin, Noi, Mondadori, 2018

 

 

 

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