Il nome del filosofo Jacques Derrida, nato ad Algeri nel 1930 e morto a Parigi nel 2004, è indissolubilmente legato alla parola decostruzione. Il pensiero e la filosofia di Derrida furono più volte tacciati, soprattutto dai filosofi analitici, di essere troppo oscuri e criptici, fino ad arrivare all’accusa di nichilismo. Il filosofo ha sempre risposto a queste critiche sottolineando come il suo sia un decostruzionismo al positivo, che non mira a distruggere i concetti ma, anzi, ha lo scopo di mostrarne i meccanismi e le trame che ne stanno alla base, rendendoli così più solidi agli occhi di chi vi si approccia.

Derrida si è interrogato su cosa sia la letteratura, sottolineando come la sua domanda non si riferisca al concetto di letteratura, ma alla letteratura in senso concreto e pratico. Il filosofo algerino la definisce una strana istituzione. Strana innanzitutto perché è estremamente difficile, se non impossibile, cercare di capire cosa sia. Secondo Derrida la letteratura ha una filiazione diretta con la Bibbia, perché la Bibbia ha un innegabile primato storico, essendo la prima narrazione, e perché chiama in causa Dio come soggetto e come oggetto del racconto. Questa, infatti, è caratteristica essenziale di ogni narrazione: le storie che scriviamo da un lato vivono di vita propria, ma dall’altro portano sempre con sé la traccia del loro autore, che si fa così soggetto e oggetto del suo testo. Allo stesso modo, nella Bibbia, Dio parla, ma parla della sua creazione e, per estensione, di se stesso.

In particolare, la letteratura – sostiene Derrida – avrebbe origine nel capitolo XXII della Genesi, nel quale Dio chiama Abramo per chiedergli di sacrificare Isacco. Abramo, dopo aver osservato gli ordini di Dio, gli chiederà perdono per avergli obbedito, perché facendolo ha eseguito l’ordine più immorale che Dio potesse fargli. Perdono è dunque un’altra parola chiave che diventa fondamentale per comprendere meglio il legame che Derrida vede tra la Bibbia e la letteratura. Infatti, la letteratura attinge dalla Bibbia il senso del perdono: come Abramo deve chiedere perdono per aver obbedito a una richiesta così atroce, così la letteratura deve chiedere perdono per qualcosa. E questo qualcosa sta nella perduta innocenza del linguaggio. Il linguaggio non è mai innocente, perché è sempre manchevole, labile, impreciso. E di questo la letteratura, che fa della lingua la sua linfa vitale, si fa carico.

Ma si può davvero chiedere perdono? E a che prezzo? Infatti, secondo Derrida si può concedere la grazia solo a qualcosa di imperdonabile. Dunque, perdonare qualcosa significa classificarlo automaticamente come imperdonabile. Qui entra in crisi il percorso del filosofo, e la letteratura inizia a mostrare l’impossibilità della definizione della sua origine.

L’aporia del perdono non è la sola che riguarda la letteratura. Derrida parla di aporia anche riguardo la responsabilità che un autore ha nei riguardi del testo scritto cui ha dato vita: se da una parte la firma è espressione di assoluta responsabilità, dall’altra l’opera ha una vita propria, che dipende dall’interpretazione del lettore indipendentemente dalla volontà dell’autore.

Insomma, definire che cosa sia la letteratura risulta impossibile perché, quando ci avviciniamo a essa, questa strana istituzione mostra di sé solo aporie. Forse però c’è un’altra domanda a cui si può rispondere con maggiore accuratezza: qual è il segreto della letteratura? Forse, sostiene Derrida, che non manca mai di lasciare un certo margine di incertezza a ogni sua affermazione, il segreto della letteratura sta nel rapporto esclusivo che intercorre tra il singolo lettore e il singolo testo. Una relazione, dunque, è quella che sta alla base della letteratura. Una relazione a due, unica e irripetibile. Un legame che ha le sue radici più antiche in quella chiamata che Dio fece ad Abramo, alla quale questi rispose – instaurando il vincolo stesso e il primo segreto – con: «Eccomi».


FONTI 

J. Derrida, Donare la morte, Jaka Book, 2002