14 novembre 2018

Bitcoin e criptovalute sono il futuro della moneta?

Bitcoin e criptovalute sono il futuro della moneta?

Si parla sempre più spesso di criptovalute, ma troppo di frequente la comunicazione ci aggiunge un ingiusto alone di oscurità e di esoticità, quasi si trattasse di qualcosa adatto solo ad hacker o esperti economisti. In realtà Bitcoin e criptovalute dovrebbero interessare tutti, perché potrebbero rappresentare il futuro della moneta, così come è avvenuto in passato per l’oro, la moneta contante, le carte di credito ecc.

Il principio che sta dietro a strumenti come i Bitcoin non è diverso da quello delle monete che usiamo tutti i giorni: nonostante i media spesso possano indurci a pensare diversamente, la definizione “cripto”, che caratterizza queste nuove soluzioni, non sta a indicare qualcosa di nascosto e occulto tra i meandri della Rete, ma piuttosto chiarisce che i Bitcoin sono strumenti che per convalidare transazioni e generare moneta si basano proprio sui i principi della crittografia, cioè metodi per rendere un messaggio “offuscato” in modo da non essere intellegibile a persone non autorizzate a leggerlo.

Come il denaro non ha un valore in sé, ma lo acquista per il fatto che tutti abbiamo l’aspettativa che sarà accettato da altri agenti secondo un valore convenzionalmente condiviso. Nell’era della digitalizzazione del sapere, delle informazioni e perfino delle relazioni sociali non poteva che sorgere l’aspirazione di qualcuno a digitalizzare anche gli scambi economici, svincolandoli da ogni referente fisico. È da questa aspirazione che nascono le criptovalute, e la crittografia è il sistema con cui riescono a garantire che la condivisione convenzionale di valore sia possibile.

Se la moneta ha un corso legale – non può cioè essere rifiutata come saldo di un debito –, strumenti elettronici che ambiscano a rimpiazzarla devono assolutamente trovare un modo per garantirsi un valore significativo in un contesto come quello di Internet, dove tutto può essere duplicato con un costo marginale nullo. Bitcoin è nato e si è fatto rapidamente strada proprio perché per primo è riuscito a trovare un modo di soddisfare queste esigenze. Per mettere al sicuro da manomissioni questa valuta elettronica, che nei fatti non è nulla di più che un registro elettronico (blockchain), la si è resa pubblica, in modo che chiunque ne possa custodire una copia sul proprio computer. E per garantire uno stato uniforme di aggiornamento del registro e evitare che alcuni computer ne falsificassero i dati, si è ricorso a uno stratagemma da teoria dei giochi, per indurre un comportamento virtuoso tramite un incentivo economico: il comportamento malevolo risulta troppo costoso e quindi meno conveniente rispetto a quello onesto. Si è assegnato a chi aggiorna il registro, infatti, la rendita di signoraggio, cioè il guadagno di chi stampa la moneta, ma vi si è associato anche un “puzzle crittografico” che richiede un costo in termini di energia elettrica, minore del guadagno ottenuto con il signoraggio. In questo modo le transazioni sono rese sicure e vengono rivestite di un evidente valore economico.

Questo è il sistema rivoluzionario, tanto a livello tecnologico quanto a livello organizzativo, ipotizzato e realizzato a partire dal 2008 da Satoshi Nakamoto – lo pseudonimo, dietro a cui non è chiaro se si nasconda una persona o un gruppo di esperti – che ha dato vita ai Bitcoin. Il sistema si è rivelato particolarmente efficace nel dare valore condiviso alla trasmissione di dati, dal momento che nessuno è mai riuscito a portare a compimento con successo un attacco alla piattaforma; è riuscito poi a garantire la trasferibilità, ma non la duplicabilità di un bene incredibilmente scarso in un mondo come quello della Rete, in cui è difficile trovare qualcosa che non sia replicabile.

Mentre è aumentato sempre di più il successo di queste criptovalute, sono però emerse anche criticità tutt’altro che irrilevanti, che soprattutto negli ultimi tempi sono balzate agli onori delle cronache. La natura decentralizzata e poliarchica di una simile tecnologia spesso si dice che minacci gli interessi di banche e grandi centri finanziari. In realtà i Bitcoin appaiono sempre di più come un’opportunità di diversificazione degli investimenti: non a caso negli ultimi tempi sono già iniziate aggressive speculazioni finanziarie. Anzi, il valore economico di queste valute economiche continua a oscillare grandemente, proprio per queste operazioni di investimento.

Non va nemmeno dimenticato che non è del tutto vero che Bitcoin e simili siano poi strumenti tanto democratici: il mining è un’attività così energeticamente ed economicamente costosa che per essere redditizia richiede data center che non sono affatto alla portata di tutti e che possono perfino costituire un’ulteriore minaccia di inquinamento atmosferico. Così anche nell’ambito delle criptovalute sembra profilarsi all’orizzonte quella dinamica di accentramento che ha segnato il destino di strumenti in origine plurali come Internet, social networks e new media. In questo caso le conseguenze sarebbero potenzialmente molto più esplosive per i riflessi geopolitici che potrebbe avere la mancanza del controllo di Stati, Banche centrali e Authority su un mondo finanziario e bancario completamente virtualizzato: a prima vista si potrebbe gioire del crollo di grandi potentati economico-bancari e immaginare una finanza libera dal controllo di Stati e Autorità, ma dietro l’angolo forse potrebbe esserci molto di peggio, un anarchismo che, come è connaturato a ogni sconvolgimento rivoluzionario, finirebbe solo per creare nuove forme di potentati economico-politici, o, ancora più probabilmente, risolversi in una semplice trasformazione dei vecchi centri di potere finanziario e bancario nelle nuove forme digitali. Rimane sempre più saggio diffidare dagli slogan rivoluzionari e, semmai, impegnarsi per conservare quanto ci è stato consegnato per integrarlo in un futuro in evoluzione.

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