La disgrazia del crollo del ponte Morandi a Genova ha riacceso in tutta Italia un’aspra polemica sulle ricche multinazionali, che oggi, sempre più invasive, attraverso politiche spregiudicate, arrivano anche a dirigere se non proprio a governare gli stati. Il risentimento popolare si è così scagliato sui Benetton responsabili, secondo molti, di aver pensato solo alla logica del profitto, senza occuparsi della manutenzione delle strade a loro affidate in concessione dallo Stato.
Sembra proprio che questi grandi mercati non conoscano crisi: in Italia abbiamo per esempio Ferrero, Luxottica, Pirelli, Barilla, ecc.

Nel 2013 Federico Rampini pubblicava per “La Repubblica” una classifica dei “10 top: i marchi più potenti al mondo. Da allora la situazione non è molto mutata, in cima alla classifica troviamo Samsung, Apple, Panasonic, Nestlè, Procter & Gamble, Sony, PepsiCo. Rampini notava che la collocazione geografica di queste multinazionali non era in grado di influenzare il loro andamento, in quanto la loro ricchezza e capacità di penetrazione era tale da permettere loro di disporre di mercati globali senza limiti (anche un fallimento in alcuni territori in queste condizioni viene infatti facilmente riassorbito e recuperato in altre aree).

Un altro giornalista, Alfredo Jalife Rahme, ricavando le informazioni da fonti russe (“Russia today”) ha sottolineato il ruolo dell’inchiesta nel rivelare quali siano gli oligopoli finanziari anglosassoni: si tratta di 4 banche di Wall Street con 8 famiglie collegate, che avrebbero la capacità di dominare l’intera finanza mondiale. Stiamo parlando di BlackRock, State Street Corp, FMR/Fidelity e Vanguard Group. La notizia, nel 2015, ha fatto particolare scalpore in Russia perché ha permesso di scoprire che le banche di Wall Street, associate con la Banca Mondiale, favorivano la famiglia Bush. Rhame ha riportato anche le dichiarazioni del 2012 di Ron Paul, che nel 2012 affermava come i Rothshild – probabilmente la più ricca e potente famiglia del mondo – possedessero le azioni delle 500 maggiori multinazionali, che a loro volta erano controllate anche dalle 4 grandi banche di Wall Street. L’intreccio finanziario generato tra i due poli economici assume così dimensioni impressionanti.
Rhame ha anche segnalato le indagini di Lisa Karapova, la quale è riuscita a risalire a un gruppo di famiglie che dominano il mondo: queste sono per la studiosa un massimo di 12, ma i dati sono molto difficili da interpretare. Le famiglie che la Karapova addita come le moderne oligarche del mondo contemporaneo sono:

– Goldman Sachs, Rockefellers, Loebs Kuhn e Lehmans di New York
– Rothschild tra Parigi/Londra
– Warburgs di Amburgo
– Lazard di Parigi
– Israel Moses Seifs di Roma
A tal proposito Jalife è convinto che manchino ancora altri grandi nomi.

Il vero problema di queste enormi concentrazioni, oltre all’evidente e profondissimo dislivello economico che creano nella società, è che questi marchi riescono a influenzare i nostri comportamenti, sia per quanto riguarda i consumi, sia per quanto attiene alla sfera delle nostre abitudini. Attraverso la moderna tecnologia, con uno smartphone o un computer è facilissimo trasmettere a milioni di persone il messaggio che queste famiglie desiderano sia diffuso. Screditare una persona, un luogo, un’istituzione, addirittura un intero stato, è diventato oggi realizzabile in meno di un giorno. Da ciò deriva che è impossibile opporsi a questo sistema anche per gli stati stessi, questo perché le multinazionali sono intrecciate tra loro attraverso una rete di interessi e per questo motivo i loro obiettivi sono quasi sempre affini.

Anais Ginori propone nel suo articolo sempre per “Repubblica” un quesito intelligente e provocatorio: “C’è un problema: le multinazionali non hanno alcuna legittimità democratica”. Con questa frase avverte in maniera solerte che l’innovazione non è più nelle mani della politica, dunque si assiste oggi a un ristagno delle conquiste democratiche che abbiamo creduto di aver raggiunto. I marchi oggi influenzano più di quello che pensiamo qualsiasi iniziativa, decisione o risultato, tanto è vero che ormai “politica e marketing sono sempre di più la stessa cosa”.

In mezzo a tutta questa negatività emerge però una caratteristica positiva: oggi le grosse aziende sono controllate in parte dal giudizio dei consumatori. Per questo motivo la buona o cattiva reputazione di un marchio rischia di compromettere la sua attività stessa. Il comportamento dei consumatori, se effettuato con intelligenza, può ancora ribaltare le carte in tavola.