18 dicembre 2018

Recensione di Hundreds Of Days di Mary Lattimore

Recensione di Hundreds Of Days di Mary Lattimore
Mary Lattimore

Nata e cresciuta nel North Carolina, Mary Lattimore inizia a suonare l’arpa all’età di 11 anni seguendo le orme della madre. Con alle spalle un’educazione classica, esordisce nel 2013 con il disco The Withdrawing Room e successivamente si cimenta in colonne sonore per film. Tra le sue collaborazioni si annoverano nomi  dei calibro di Thurston Moore, Sharon Van Etten, Jarvis Cocker e Kurt Vile. Il 18 Maggio ha  rilasciato  per l’etichetta Ghostly International il suo quarto disco: Hundreds of Days.

Mary Lattimore, insieme a Joanna Newsom e Timbre Cierpke, ma anche Loreena McKennitt negli anni ‘90, è un’arpista che, muovendosi all’interno del panorama musicale contemporaneo, cerca di aggiornare i confini musicali dell’arpa, uno strumento con una lunga tradizione ma che non sempre ha trovato il giusto spazio che avrebbe meritato.

Se però Joanna Newsom e affini hanno dato un nuovo impulso al folk, configurando una prospettiva innovativa ma sempre solidale al passato, Mary Lattimore ha cercato di unire diversi generi: dall’ambient music a sonorità più elettroniche, sperimentazione ardita e comportamento pop. Gli esiti di queste scelte già evidenti in Collected Pieces (2017), trovano ulteriore spazio nel nuovo disco.

Le sei composizioni di questo nuovo lavoro sono il risultato dell’incontro con diversi artisti, incontrati negli ultimi due anni, e delle esperienze raccolte tra Los Angeles, Philadelphia, San Francisco e il Texas. La molteplicità dei luoghi viene richiamata ed impressa in questo disco variopinto e soave, carico di energia positiva e candida magia.

In Hundred Of Days l’arpa è sicuramente lo strumento dominante, ma non mancano chitarre, piano e violino, i quali stratificano ancora di più l’atmosfera, già impalpabile, del disco. Il percorso sonoro è infatti attraversato da sensazioni soavi e tranquille, di un minimalismo quotidiano e di un fascio di linee sonore rilassate, le quali sbocciano in incommensurabili frantumi sonori e note liquide. Nei quarantacinque minuti che compongono il disco l’ascoltatore viene trasportato da acque tranquille e profonde verso altitudini elevate; la fisicità del proprio corpo viene persa in funzione di una leggerezza data dall’armonia tra anima e ambiente circostante.

Infatti lo scopo del disco è quello di creare “microcosmic daily scenes and macrocosmic universal understandings”, in cui silenzi e parole dialogano tra di loro, il tempo e lo spazio assumono coordinate meno definite e la musica sembra affacciarsi ad una nuova dimensione, non più terrena.

 

FONTI

bandcamp.com

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