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19 ottobre 2018

Big Mac Index: il Big Mac sul tavolo dell’economia

Big Mac Index: il Big Mac sul tavolo dell’economia

Il famoso panino servito al McDonald’s – una delle maggiori catene di ristoranti fast food statunitense oltreché simbolo della globalizzazione, di uno stile di vita frenetico e del consumismo moderno – è stato utilizzato come indicatore di comparazione delle valute.

Il Big Mac Index venne creato nel 1986 dal settimanale inglese di economia, finanza, politica e cronaca The Economist e si basa sul principio della parità dei poteri di acquisto . Tale indice consente di confrontare i livelli dei prezzi tra località diverse, appartenenti ad una stessa area valutaria o ad aree valutarie differenti (in quest’ultimo caso l’indice introduce una relazione tra i prezzi e il tasso di cambio).

I confronti possono prendere come punto di partenza non solo il dollaro ma anche l’euro, e l’assunto di fondo è che il tasso di cambio – ovvero il numero di unità di moneta estera che può essere acquistato con un’unità di moneta nazionale – tra due valute dovrebbe tendere ad aggiustarsi in modo naturale, così da generare lo stesso costo per un paniere di beni in entrambe le valute. Poiché il Big Mac e per estensione la catena McDonald’s sono diffusi in tutto il mondo, questo panino è stato usato non solo per soddisfare i palati ma anche per scopi economici.

Per calcolare il Big Mac Index non si deve fare altro che dividere il costo di un Big Mac in una nazione – e quindi nella sua valuta – per il costo dello stesso panino in un’altra nazione nella valuta nazionale. Dopodiché, il valore ricavato viene confrontato con l’attuale tasso di cambio: se tale valore è più basso, la prima valuta è sottovalutata rispetto alla seconda; mentre se è più alto la prima valuta è sopravvalutata. Ad esempio, a gennaio 2018 il costo medio di un Big Mac in America era di 5,28$, in Cina era invece di soli 3,17$ a tassi di cambio di mercato. Questo indica che in quel periodo lo yuan era sottovalutato del 40%. Di conseguenza, il dollaro poteva comprare un numero maggiore di Big Mac in Cina, la quale possedeva una moneta “meno cara”.

Sebbene inizialmente il Big Mac Index non voleva essere un indice di misurazione preciso dei disallineamenti di valuta ma solo uno strumento per rendere la teoria dei tassi di cambio più accessibile e meno complicata, con il passare del tempo è diventato uno standard globale, descritto in molti libri di testo di economia e soggetto di almeno venti studi accademici.

La sua utilità consiste nel darci un’idea di quanto una valuta sia sottovalutata o sopravvalutata rispetto alle altre. A gennaio 2018, per esempio, il Big Mac Index mostra che rispetto all’euro la valuta più sopravvalutata è il franco svizzero che svetta in prima posizione, seguito dalla corona norvegese al secondo posto e dalla corona svedese al terzo; mentre le tre valute più sottovalutate sono la grivnia ucraina posizionata all’ultimo posto, preceduta dalla sterlina egiziana e dal ringgit malese.

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