Un simbolo millenario dal gusto esotico, diviso tra architettura, scultura e pittura. Un significato che gioca sul contrasto tra la fisionomia robusta dell’elefante e la sua natura fragile. L’arte interpreta tutto questo con un tocco distintivo per ogni artista. 

Pitture rupestri africane. Monete coniate da Alessandro Magno. Sculture di terracotta ai tempi della seconda guerra punica. Hanno in comune un simbolo ricorrente: l’elefante. La marcia di Annibale sulle Alpi è l’occasione per Plinio il Vecchio di omaggiare la natura statuaria del pachiderma. La sua resistenza si manifesta nei complessi scultorei di sostegno delle cattedrali romaniche, come quella di San Sabino a Canosa di Puglia.  La saggezza, la prudenza e la purezza religiosa dell’animale sono invece celebrati nei bestiari medievali, in particolare in quello di Leonardo Da Vinci. L’artista apprezzava particolarmente l’elefante e riconosceva nel suo gesto di gettare in aria l’erba con la proboscide un’invocazione religiosa.

Durante il Rinascimento il mondo cattolico si intreccia con la vita di un elefante albino di quattro anni, Annone. L’animale è un dono del re del Portogallo Manuele I a Papa Leone X e diventa presto gradito ospite della corte vaticana. La sua maestosità viene immortalata dai disegni di Raffaello Sanzio e in poco tempo diventa rappresentazione del potere e della sfarzosità papale. Il pachiderma abbandona gradualmente la sua aura sacrale per rafforzare l’immagine di potenza, dominio, battaglia. Le sue rappresentazioni lungo tutto il Cinquecento e Seicento sono accompagnate dall’immancabile torretta da combattimento sul dorso e dall’abbigliamento con eleganti e sfarzosi tessuti. Ne è un emblema l’affresco di Rosso Fiorentino al Castello di Fontainebleau.

L’Ottocento abbandona l’indagine simbolica dell’elefante a favore di un’analisi scientifica dell’animale. Ne è portavoce Eadweard Muybridge, che nel 1884 studia il movimento dell’elefante attraverso la tecnica della cronofotografia, dello scatto ripetuto. Ma il passaggio al nuovo secolo sancisce l’allontanamento dalla concretezza del reale a favore di immaginari surreali e onirici. Sono celebri gli elefanti di Salvador Dalì, dalle lunghe zampe esili, simili a quelle di un ragno, in connessione tra cielo e terra. La loro sottigliezza contrasta il peso dell’animale, crea una visione irreale nell’azione di distorsione dello spazio. È il 1944 e l’elefante compare per la prima volta nell’opera “Sogno causato dal volo di un’ape intorno ad una melagrana un attimo prima del risveglio”.

L’animale nasconde dietro un’ombra mastodontica una natura fragile, timida, riservata. I surrealisti colgono questa contrapposizione attraverso la sottile linea del disegno, utilizzata da Alexander Calder per rappresentare nello spazio il profilo del suo “Wire Elephant”. La fotografia contemporanea recupera la tradizione surrealista in un gioco di equilibrio, dove l’animale sfida la gravità in coreografie circensi. Ne sono un emblema le fotografie ipnotiche dell’artista polacca Beata Bieniak. L’elefante si configura così come un simbolo scisso tra la forza e la debolezza, in una tradizione artistica che lo veste da guerriero in una fiaba dal gusto esotico.