Nel XIX secolo vari esploratori fecero a gara per raggiungere il punto più settentrionale del pianeta, a 90° nord di latitudine. Per millenni una barriera praticamente insormontabile di ghiaccio impedì agli esseri umani questa impresa verso il Polo Nord. Le zone artiche, eschimesi a parte, rimasero isolate e inesplorate per secoli. Questa situazione cambiò quando i governi decisero di organizzare spedizioni in funzione dei propri obiettivi geostrategici e la scienza assunse un protagonismo crescente nelle esplorazioni. L’opinione pubblica divenne molto curiosa di queste avventure pericolose.

La Gran Bretagna iniziò a intraprendere una serie di spedizioni polari per raggiungere lo stretto di Bering attraverso il mar Glaciale Artico. Gli inglesi però non ottennero i risultati sperati poiché la banchisa bloccava l’avanzata delle navi. Poi nel 1845 una flotta di due navi con un centinaio di uomini agli ordini di Sir John Franklin scomparve nel nulla. La tragedia fu un duro colpo per la società anglosassone e nel giro di pochi anni salparono più di cento imbarcazioni alla ricerca dei dispersi. Nel 1852 Edward Inglefield pensò di cercare i sopravvissuti lungo il canale di Smith, tra la costa occidentale della Groenlandia e l’isola di Ellesmere. Non riuscì a trovare nessuno degli scomparsi né raggiunse i 90° di latitudine ma disse di aver visto un mare aprirsi davanti a sé in direzione nord.

John Franklin
Sir John Franklin, scomparso dopo la spedizione del 1945

Nel ventennio successivo molte spedizioni nordamericane tentarono di avanzare lungo il canale di Smith, riuscendo ad avvicinarsi sempre più all’estremo nord. La marina britannica guardava con timore ai progressi degli Stati Uniti e voleva dimostrare di essere ancora la potenza egemone nella zona artica. Nel 1875 inviò una missione agli ordini del capitano George Nares, il quale percorse il canale di Smith, oltrepassò lo stretto che da allora porta il suo nome e trascorse l’inverno alla latitudine più settentrionale mai toccata da un essere umano. Poi nel 1881 Adolphus Greely, esploratore americano, tentò di battere il record inglese, riuscendoci di soli 7 chilometri e a prezzo di 19 dei 25 membri dell’equipaggio.

L’esploratore norvegese Fridtjof Nansen, deciso a dimostrare la teoria secondo la quale esisteva una corrente marina che attraversava tutto il mar Glaciale Artico, iniziò la traversata nel 1893. Dopo più di un anno alla deriva, si rese conto che la rotta non lo stava portando verso il Polo Nord, così decise di abbandonare la sua nave per proseguire a piedi. Nansen non riuscì a raggiungere il polo però riuscì a superare il primato di Greely di 300 chilometri. Il suo viaggio di ritorno, durato oltre un anno, rappresentò una delle imprese più straordinarie nella storia delle missioni polari. Alla fine dell’ottocento i leggendari 90° di latitudine non erano ancora stati toccati malgrado gli svariati tentativi dei migliori esploratori.

Fridtjof Nansen

L’americano Robert Peary aveva tentato più volte di raggiungere la meta. Infatti in 18 anni aveva effettuato ben sei tentativi. Nelle sue avventure apprese le tecniche di sopravvivenza degli eschimesi e riuscì a migliorare i suoi risultati a ogni missione. Finalmente nel 1909 conquistò il punto più settentrionale del globo. Ma al ritorno scoprì che un suo compatriota, Frederick Cook, sosteneva di aver compiuto l’impresa un anno prima di lui. Nel resoconto di Cook emersero però incongruenze e lacune che misero in dubbio l’attendibilità. Il rapporto di Peary era più credibile, nonostante si presentassero alcune zone d’ombra come l’assenza di misurazioni precise e un’eccessiva rapidità di spostamento sui ghiacci che insospettirono molti specialisti. La maggioranza degli esperti di oggi sostiene infatti che né Cook né Peary abbiano toccato il polo.

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Robert Peary

Nel 1948, in piena guerra fredda, Stalin decise di anticipare gli Stati Uniti, che stavano per arrivare ai 90° con un sottomarino, trasportando una squadra per via aerea nelle vicinanze del polo. In questo modo lo raggiunsero per primi in maniera incontestabile. Infine nel 1969 l’esploratore britannico Wally Herbert attraversò in solitaria tutto l’Artico diventando così la prima persona a poter documentare in modo certo di essere arrivata al Polo Nord a piedi. Dopo quasi due secoli, il sogno di tutti gli avventurieri si era finalmente realizzato.

 


FONTI

Javier Cacho, La conquista del Polo Nord, in << National Geographic Storica>>, n° 114 (2018), pp. 108-123