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20 settembre 2018

Il lavoro e la fatica nell’arte del Secondo Ottocento

Il lavoro e la fatica nell’arte del Secondo Ottocento

Il lavoro e la sua nobilitante fatica è stato un soggetto delle tele di numerosi artisti-realisti che dal 1848, anno delle rivoluzioni in tutta Europa, sentirono l’esigenza di un mutamento artistico che potesse affiancarsi ai risultati democratici della politica e della vita sociale. Tale esigenza prevedeva che l’arte fosse sempre più attenta alle nuove realtà del tempo e quindi in grado di rappresentare il vero volto della realtà moderna. Questi artisti si fecero portatori e promotori di voci e volti fino ad allora ignorati perché considerati troppo inadatti, infimi e addirittura sporchi. L’elemento che più fra tutti li contraddistingue è la terra, che col suo colore, la sua friabilità e porosità contamina la pelle e le vesti di questi uomini, rendendoli lerci e buffi. Non hanno quasi mai né il sorriso né la grazia e lo sforzo del lavoro li tramuta in esseri goffi e spesso ricurvi su se stessi, ma non privi di bellezza. La loro bellezza non riguarda il mero aspetto, piuttosto essa risiede nel loro animo semplice, nelle espressioni spontanee e persino nelle azioni legate alla cura e all’attenzione richiesta dal loro mestiere.
Questi sono i nuovi umili e significativi soggetti della seconda metà dell’Ottocento.

C’era un uomo che si alzava sempre presto al mattino, che andava a lavorare sempre nello stesso posto e che compiva sempre le stesse azioni. Solo il sole gli faceva compagnia, restava con lui dal suo sorgere al suo tramontare. Quell’uomo agli occhi di tutti non era nessuno, ma lui si sentiva ripagato da tutta quella fatica che gli dava la possibilità di andar a dormire sereno con la pancia piena. Era grato a Dio per quel lavoro.

Quell’uomo, agli occhi di Jean-François Millet, era perfetto. Un lavoratore instancabile, che non si lamentava mai e che viveva giorno per giorno apprezzando ogni singola cosa della vita. Millet lo osservava salire e scendere dalla collina, studiava i suoi gesti e le sue abitudini. Così, in un giorno qualunque del 1850 si mise lì, davanti a lui e lo immortalò nella sua tela. Era il suo eroe. Un eroe invisibile per la società, ma con addosso un profumo rivoluzionario che segnò la storia della pittura.

Millet era affascinato dal mondo contadino, gli ricordava la sua adolescenza e le giornate passate fra i campi fino ai vent’anni. Per l’artista francese questo mondo rappresentava la spina dorsale della società e si impegnò a rappresentarlo in termini quasi religiosi: l’intento di Millet era quello di svelare al pubblico la devozione di questi soggetti per il proprio lavoro, un lavoro manuale che seppur duro, nelle sue tele non veniva mai rappresentato negli attimi di maggior sforzo e così facendo donava ai suoi soggetti una grandezza eroica. Millet trasformava i tratti fisici dei suoi contadini in valori simbolici, rendendo l’idea della sacralità del lavoro. Prendendo ad esempio proprio “Il Seminatore”, l’artista lo rappresenta con un possente braccio in movimento: questo dettaglio rappresenta la carica vitale che contrasta con l’umiltà dell’uomo al lavoro.

Millet adorava rappresentare questi soggetti come figure positive e mai idealizzate che, colte nei momenti di vita quotidiana, si trasformavano paradossalmente in personaggi pieni di nobiltà e pathos. Voleva mostrare la loro intrinseca, quanto celata, bellezza non compresa dal pubblico dei Salon.

Nel contesto francese compaiono altri due fondamentali artisti che hanno nobilitato nelle proprie opere il lavoro ed i suoi esecutori. Il primo è l’impareggiabile maestro del realismo, Gustave Courbet, uno tra i primissimi artisti che iniziarono a svincolarsi dalle norme accademiche ricorrendo a fonti sia alte che basse. La sua pittura venne definita ‘democratica’, per via della volontà dell’artista di rappresentare su tele di grande formato (a quel tempo riservate solo alla celebre pittura di storia) i soggetti della vita quotidiana raffigurati con un realismo quasi accecante. L’obiettivo di Courbet era “fare dell’arte viva”.

Quella degli “Spaccapietre” è una scena aspra e nobile al contempo. I due lavoratori – uno giovane ed un più anziano – sono colti nel momento dello sforzo: uno solleva il pesante cesto contenente le pietre, l’altro impugna saldamente l’attrezzo per frantumarle. Ogni dettaglio dell’opera sottolinea la loro povertà, a partire dalle vesti sporche e lacere alla pentola e il pezzo di pane conservato per la meritata colazione. L’artista celebra la fatica di questi lavoratori goffi, rozzi e sgraziati. Del resto, Courbet stesso amava esibirsi come umile pittore plebeo, dalle vesti modeste e i capelli spettinati. Lo conferma una fotografia di Nadar, che lo ritrae con un coltello in mano, intento a mangiare qualcosa.

Altro indimenticabile captatore di scene di realtà contemporanea, celebre per il senso dell’istantaneità e per il rigore classico presente nelle tele: il pittore Gustave Caillebotte, che – al contrario di Courbet o di Millet – è un agiato borghese e pertanto nella sua opera è assente qualsiasi rivendicazione sociale o intento moralizzatore o politico. Lo studio documentario dei dettagli (gesti, strumenti, accessori) lo colloca tra i realisti più abili ed esperti.

Questo quadro è una delle prime rappresentazioni del proletariato urbano. Se i contadini o i lavoratori delle campagne sono stati spesso raffigurati, raramente gli operai della città hanno costituito un motivo di ispirazione per i pittori. La prospettiva accentuata dalla visione dall’alto e dall’allineamento delle tavole del parquet è conforme alla tradizione. L’artista ha disegnato, una ad una, tutte le parti del suo quadro, prima di quadrettare questi elementi su tela. Il torso nudo dei piallatori è simile a quello degli eroi antichi. Tuttavia, lungi dal limitarsi a meri esercizi accademici, Caillebotte ne utilizza il rigore per esplorare, in maniera del tutto inedita, l’universo contemporaneo.

Il mondo operaio è stato, invece, approfondito dai pittori inglesi tra cui Ford Madox Brown, il cui principio fondamentale per la sua pittura è la rappresentazione del valore morale del lavoro, riconosciuto sia alle speculazioni di un intellettuale sia alle fatiche di un operaio.

Il contributo principale di Brown alle tematiche sociali è costituito da “Il lavoro”, opera ambientata nel sobborgo londinese di Hampstead, dove abitava l’artista. Il centro della scena è dominato da una squadra di sterratori dai gesti quasi eroici, le cui pose ed espressioni evidenziano la fatica del lavoro stesso più che la sua nobiltà. Questi operai continuano a svolgere il proprio lavoro, senza lasciarsi distrarre dal repentino chiacchiericcio della classe agiata che li circonda.

Di grande importanza sono gli affreschi di William Bell Scott, l’artista che raccontò le storie del lavoro svolto nelle officine della Robert Stephenson & Co.


FONTI

Studio dell’autrice

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