13 dicembre 2018

Charles Dickens: storia del romanzo di formazione

Charles Dickens: storia del romanzo di formazione

La produzione di Dickens è permeata da quella che è nota come «morale vittoriana». Nei suoi romanzi netta appare la distinzione tra buoni e cattivi, tra oppressi ed oppressori. Tendenzialmente le trame, infatti, ripercorrono uno schema fisso: l’inizio spesso coincide con la nascita del protagonista costretto a relazionarsi con un’infanzia terribile e caratterizzata dallo sfruttamento. Si tratta di una realistica ripresa dell’Inghilterra contemporanea, ma anche di un debito profondo con la vicenda biografica e personale dell’autore. Ci si relazione, dunque, con una situazione difficile, dove il rischio di venire sopraffatti e soccombere è molto forte. Tuttavia subentra una svolta risolutiva che conduce ad un forte mutamento e ad un lieto fine. Lo schema appena evidenziato ricorda fortemente una struttura fiabesca e propri delle favole sembrano essere gli stessi personaggi, privi di chiaroscuri, connaturati da una natura o esclusivamente negativa o esclusivamente positiva. Non c’è un tentativo di analisi psicologica, di motivare il perché il mondo sia così nettamente bipartito e perché la natura di un individuo sia tale. Piero Citati nel parlare di Dickens non manca di ricordare come «dei pupazzi […] che ignorano qualsiasi legge psicologica, finiscono per rivelarci le più inquietanti verità del cuore»[1]. Al centro del romanzo vi è una morale razionale che si ricollega a delle regole e che esercita una forza educativa. Si può sicuramente parlare di Bildungsroman, romanzo di formazione.
Protagonista dei suoi romanzi poi è anche la città di Londra. Dà grande importanza alla città e al tempo stesso condivide con altri autori del calibro di Wordsworth e Blake la paura per la folla e per la città stessa. Lo scenario urbano si presenta, infatti, come invivibile, popolato da ingiustizie. Quella di Dickens è certamente una denuncia sociale, un manifestare apertamente le diseguaglianze e i soprusi in atto. L’infanzia in particolar modo è il momento peggiore e, sebbene anche la vita adulta sia riconosciuta come infelice e piena di inganni, crescendo si acquisiscono maggiori strumenti per sopravvivere. I bambini sono calati da subito nel mondo lavorativo, una dimensione che per Dickens non garantisce libertà all’individuo, non costituisce un valore positivo, ma è sinonimo di sfruttamento e di povertà. Nell’ottica di una mentalità puritana ognuno deve fare il proprio dovere e come giustamente fa notare George Orwell[2] per Dickens il lavoro non è un’esperienza, ma qualcosa che bisogna fare. Per questo motivo l’ambizione dell’individuo rimane quella di essere un gentleman. La povertà iniziale del protagonista ha bisogno di un momento di riscatto, di una situazione in cui il subentro di un quantitativo di denaro, proveniente ad esempio da un’eredità, possa permettere al giovane di compiere una scalata sociale. Si tratta di un’elevazione che non costa, però, fatica, che non è collegata al lavoro, ad una carriera. Non c’è fluidità e possibilità di movimento all’interno della società che appare in Dickens molto più rigida. Ad una rigida morale corrisponde un mondo rigido che ha bisogno di un aiuto esterno per permettere ai suoi personaggi di mutare la propria condizione. In qualche modo il grigiore delle situazioni descritte nasconde l’elemento fiabesco della speranza, di una possibilità recondita, ma presente che permetterebbe al singolo di liberarsi dalle proprie costrizioni. Questo messaggio è importante perché con Dickens cambia anche il concetto di pubblico e di cultura. Il pubblico è nuovo, meno colto, meno elegante, meno letterario. Il richiamo alla platea shakespeariana è dovuto. Si può parlare di cultura popolare intendendo una cultura che ha successo e che viene seguita da una cospicua maggioranza[3].


FONTI

[1] Piero Citati, Elogio di Dickens, in Il Male assoluto. Nel cuore del romanzo dell’Ottocento, Milano, Mondadori, 2000.

[2] George Orwell, Charles Dickens, in Inside the Whale and Other Essays, Londra, Victor Gollancz, 1940.

[3] Giovanni Luciani, La grande e grigia Babilonia. Londra nella letteratura inglese, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2012.

 

CREDITS

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