07:16 am
20 agosto 2018

Lacan

Lacan

Esecuzione di Lacan v3.4

Soggetto: Giorgio Parisi

«Dagli archivi delle chat (Whatsapp, Facebook, messaggi etc): il soggetto ha inviato il 34% di messaggi in più rispetto a quanti ne ha ricevuti, con un incremento di +2,7% nell’ultimo mese –> il soggetto era frustrato dalla delusione delle sue attenzioni, con una flessione negativa nel periodo finale. Probabile delirio solipsitico [atteggiamento mentale o etico che il soggetto assume quando risolve ogni realtà in sé medesimo, o dal punto di vista pratico o da quello gnoseologico-metafisico] ˂– confermato da 36 riferimenti alla parola “diario” associata in 27 casi a “mio”. La pratica di scrivere un diario è tipica dell’adolescente, in un adulto denota un mancato superamento di questa fase.

Presenti 41 casi in cui il soggetto si lamenta del tempo, con frasi quali “che palle questo tempo”, “pioggia maledetta”, “non ne posso più di questo freddo”. Ascritti a questo gruppo casi che rientrano nella categoria della “lamentela” [parole con cui si esprime il proprio disappunto; doglianza, lagnanza, lamento, protesta]. 18 di questi casi si sono verificati negli ultimi 40 giorni, con un picco di 4 lamentele soltanto nell’ultima settimana, dove le temperature sono scese a -6° ed è stata emessa allerta meteo per tre giorni di fila, secondo Ordinanza del Comune n°73. Nell’ultima settimana ha nevicato. Queste lamentele si associano a 7 casi in cui il soggetto si dichiara “metereopatico” [insieme di disturbi psichici e fisici di tipo neurovegetativo, che si verificano in determinate condizioni e variazioni del tempo metereologico o delle condizioni climatiche stagionali], nonostante dalle sue cartelle cliniche non risulti alcun riferimento a questo disturbo.

Dalle chat con Anna P. (prima “Anny” e prima “Anna Paolis”): evidente delusione amorosa, risalente a Settembre dell’anno scorso. Presenti più di 12 casi in cui il soggetto ha ricevuto messaggi contenenti i gruppi di parole “ti lascio” e “è finita”. Il soggetto ha opposto solo negazioni a questi messaggi. L’ultimo contatto è del 24 Settembre. Dopo di che Anna P. ha bloccato il soggetto. Fra il 25 Settembre e il 31 Gennaio presenti 19 casi in cui compare il nome “Anna” o “Anny” in chat con altri contatti. Presenti frasi come “sto male”, “non l’ho superata”, “non lo accetto” 5 messaggi prima/dopo la comparsa del nome, in 13 di questi casi –> il soggetto non ha superato la rottura e non sembra nemmeno essere entrato nella fase di elaborazione del lutto. Completa non accettazione del fatto e rifiuto della realtà. Conferma del delirio solipsitico, v. sopra.

Progressivo isolamento del soggetto dalla società: negli ultimi quattro mesi diminuite del 28% i messaggi mandati e ricevuti, con flessioni crescenti di mese in mese. Dei 12 contatti usuali, con 9 di questi non vi è più alcuna interazione. Scese anche le interazioni social del 74% nello stesso periodo. Per alcuni social (Instagram e Twitter) ridotte a 0. Il 93% delle interazioni dell’ultimo mese sono avvenute su Facebook e sono “mi piace”, che non comportano effettiva interazione con altri soggetti, o necessità di risposta –> ulteriore chiusura in sé e rifiuto del contatto con gli altri.

Il soggetto aveva perso il lavoro due settimane prima per “scarsa adempienza ai propri doveri e scostanza degli atteggiamenti” –> probabile crisi nevrotica-depressiva.

Dalle riproduzioni di Spotify aumento del 64% di canzoni con i tag “sad” e “loneliness”. Artista più riprodotto “The Smiths”.

Il tempo passato di fronte al proprio computer ha subito un aumento del 39% fra i mesi di Ottobre e Gennaio e del 126% nelle ultime due settimane, da cui si deduce che il soggetto non ha avuto contatti con l’esterno per quasi 14 giorni.

Dopo la rottura con Anna P/Anny/Anna Paolis il consumo di materiale pornografico è aumentato del 62%, con esso il tempo passato a vedere i video –> profonda insoddisfazione sessuale e della capacità del proprio ego di affermarsi <– il 78% di questi video rientra nelle categorie di “umiliazione”. Il soggetto incapace di affermarsi sulle donne cerca l’umiliazione di queste nei materiali pornografici. L’identificazione con i personaggi maschili di questi video denota grave incapacità di percezione dei confini della propria identità.

Dalle ricerche su Google del soggetto: “nodo impiccato” (2 Febbraio).

Nella stanza è stata trovata una copia de “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo + 3 casi di suicidi divulgati dai media negli ultimi 12 giorni –> Effetto Werther [la notizia di un suicidio pubblicata dai mezzi di comunicazione di massa provoca nella società una catena di altri suicidi]. Il soggetto è stato spinto all’ultimo passo per emulazione causata dalle sue letture e dalle notizie dei telegiornali.»

Nella sala scarsamente illuminata il programmatore Ettore Spada e lo psicoanalista Giuseppe de Viti osservano il monitor muti. Il caffè nelle tazzine si è ormai incrostato lungo i bordi, e non un movimento era stato fatto per lunghi minuti. La stasi completa viene rotta da Spada che si toglie gli occhiali per pulirne le lenti su un lembo della giacca. Il suo gesto riporta anche l’amico alla coscienza. De Viti dà un lungo sbuffo prima di iniziare a parlare.

“Quindi è così ovvio?”

“Cosa?”

“Perché un uomo decida di uccidersi nella propria camera da letto.”

Corrono altri attimi di silenzio imbarazzati fra i due studiosi.

“Perdi il lavoro, l’amore, gli amici, ti ritrovi solo senza più niente. E ti uccidi.”

È ancora de Viti a parlare, con una tragica risolutezza nella voce ferma.

“No, Giuseppe, non può essere così. Abbiamo sbagliato noi. Abbiamo insegnato ad una macchina qualcosa che non avrebbe potuto capire.”

“Il perché un uomo si uccida?”

“No. Cosa invece lo faccia vivere.”

I due uomini sentono di trovarsi di fronte all’assoluto. Il nocciolo profondo dell’esistenza dispiegarsi di fronte ai loro occhi, in tutta la sua insondabilità. L’avere fra le mani, sfuggente e scivoloso, il dubbio metafisico, che fonda le vite degli uomini e dai quali questi scappano ogni giorno. Come la gazzella scappa dal leone, per puro istinto.

“Abbiamo spinto la macchina a fare qualcosa che non poteva discernere fino in fondo.” Riprende Spada “Le abbiamo detto di capire chi fosse questo individuo e capire perché si sia ucciso. Le abbiamo praticamente detto di correlare qualunque elemento del suo carattere al motivo del suicidio. L’abbiamo sviata.”

“Perché? Ha semplicemente analizzato la questione usando i metodi che noi le abbiamo fornito, quelli che noi useremmo per capire il fatto e quelli che un uomo userebbe per decidere se compierlo o meno.”

“No. Non le abbiamo spiegato cosa spinga un uomo a effettivamente farlo. Cosa spinga un uomo a farlo e cosa a non farlo. Perchè persone che stanno molto peggio decidono di non farlo e invece Giorgio Parisi, che così male non stava, ha deciso di farlo. Prima di chiederle perché ci si uccide le avremmo dovuto far capire perché si vive, no?”

Continuano ad essere gli insistenti silenzi a dettare il ritmo della conversazione. Ad ogni due tre battute i dialoganti tornano a chiudersi nel mutismo. Si ripiegano in loro stessi, alla ricerca del motivo di quella perturbante inquietudine. Di quel tarlo che si è insinuato nelle loro menti.

“Giuseppe, io apprezzo il nostro lavoro, e intendo continuarlo, migliorarlo. Ma devi capire che una macchina ragiona in modo consequienziale. A causa, effetto. Automatico. Una macchina non può prendere in considerazione ciò che un uomo si tace, ciò che si non si dice, o al contrario ciò che riesce a superare nonostante le avversità. Non poteva essere in grado di capirlo, dobbiamo noi stessi capire se lei mai potrà apprendere qualcosa di simile. Se mai potrà apprendere che la mente umana non è così immediata, lineare. È la disfunzionalità del nostro pensiero la variabile assente nel nostro algoritmo, Giuseppe.”

“Hai detto bene, Ettore. Una macchina non prende in considerazione quello che ci tacciamo, le menzogne che diciamo. In questo è più simile a uno psicanalista di quanto pensi. Lei non le considera e noi le sveliamo.”

Ettore ride sommesso, credendo l’affermazione del compagno una battuta.

“Ma forse stavolta ci ha visto giusto.” Continua lo psicanalista, fissando lo schermo, gli occhiali illuminati dal bianco virtuale. “È riuscita a vedere qualcosa che tutti ci mentiamo, che ci nascondiamo. Ti stupisci che abbia addotto a ragioni del suicidio cose futili come i messaggi senza risposta? Sbagli. La mente odierna è così complessa e fuori controllo che basterebbe quello a spingere al suicidio. Ha fatto bene ad ammassare queste informazioni apparentemente così poco importanti. Senza saperlo, o senza volerlo, ha capito qualcosa delle nostri menti che ci rifiutiamo di accettare noi stessi.”

“Che cosa?”

Giuseppe de Viti si gira verso di lui, scuro in volto, con lo sguardo perso. E triste. “Ha capito che potenzialmente potremmo tutti spararci in testa per gli stessi motivi di Giorgio Parisi, da un momento all’altro. Che ci siamo spinti così in là, siamo diventati così intelligenti, che non sappiamo più darci un motivo per vivere. Nulla più basta alle nostre menti, nulla sa dare un senso al resto. Che forse siamo tutti a un passo dall’abisso.”

Il silenzio cala ancora sulla sala, per l’ennesima volta. I due studiosi guardano il computer e non osano quasi toccarlo. Muti si alzano e si infilano i cappotti sulle spalle stanche. Ancora muti lasciano la stanza. Rimane solo il computer, ancora acceso, con il suo messaggio di morte a brillare nella stanza vuota. E la barra verticale che scompare e riappare, come un infallibile metronomo, dopo l’ultimo punto.


credits

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