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20 agosto 2018

Faith Ringgold: la voce della comunità afroamericana contro la discriminazione di razza e di genere

Faith Ringgold: la voce della comunità afroamericana contro la discriminazione di razza e di genere

Una donna afroamericana sullo sfondo di una Harlem negli anni Sessanta diviene la portavoce dell’integrazione di razza e di genere attraverso l’arte. Le sue opere sono il simbolo dell’incontro tra la tradizione africana e l’innovazione Modernista.

Faith Ringgold nasce nel 1930 ad Harlem. Cresce in una famiglia felice e amorevole, nonostante il contesto storico della Grande Depressione impervi sullo sfondo. Sua madre è una sarta, suo padre uno scrittore di talento. L’atmosfera creativa e stimolante che circonda l’ambiente familiare le permette di sviluppare la passione per l’arte. È la nonna ad avvicinarla alla tecnica della trapuntatura, caratteristica delle sue quilt stories degli anni Sessanta. La tradizione dell’Harlem Reinassance degli anni Venti viene tramandata da genitori a figli. È il ricordo di un movimento artistico e letterario in seguito alla “Grande Migrazione” di inizio Novecento, che portò all’esodo delle comunità di colore del Sud nelle città industriali del Nord, intensificando le tensioni razziali. Figlia di un movimento di lotta per l’integrazione e i diritti civili, Faith fa dell’arte uno strumento di critica contro la discriminazione di razza e genere.

Gli anni Sessanta fanno da sfondo alla lotta per i diritti civili e alla guerra del Vietnam. È il momento in cui Faith si fa portavoce della comunità afroamericana e soprattutto del suo genere. Nel 1971, dopo non essere stata integrata nel gruppo artistico attivista Spiral, perché donna, fonda Where we alt, un movimento artistico di sole donne impegnate nella critica politica e sociale. Tuttavia la sua indagine sui concetti di genere e razza comincia già durante gli anni’60. È del 1963 la raccolta American People. In particolare l’opera “Die” del 1967 mostra l’esplosione della tensione razziale con una forte crudezza rappresentativa, che coinvolge anche donne e bambini. Non si tratta di un conflitto momentaneo, ma di qualcosa di pervasivo, destinato a crescere nel tempo. Il dipinto è una voce di denuncia, che si appella alla tecnica cubista, al Modernismo americano e alla tradizione delle maschere africane. Dal 1967 al 1969 la serie Black Light racconta i volti della comunità nera in una cornice geometrica satura di colore, dove il nero è prevalente. Traspare una malinconia di fondo dietro gli sguardi ritratti.

Una delle opere più rappresentative del percorso poetico dell’artista è però sicuramente Tar Beach, letteralmente “spiaggia di cemento”. Il termine fa riferimento alla terrazza di un tetto condominiale, dove le famiglie si rifugiavano nelle sere d’estate per fuggire dal caldo opprimente degli angusti spazi d’appartamento. Qui Faith rivive la sua infanzia, tra sogno e realtà. La tecnica usata è quella della trapuntatura che si rifà ai thangka tibetani, superfici dipinte decorate in stile barocco. La cornice, intrisa di elementi floreali, è intessuta con elementi descrittivi che raccontano la storia dell’artista. Un elemento caratteristico della Ringgold sarà sempre l’intreccio tra storia personale e storia sociale. Il libero volo di una bambina sopra il ponte di George Washington è la speranza di un futuro libero per la comunità afroamericana.

È proprio un ponte, questa volta il Golden Gate, a fare da protagonista della serie “Woman on a bridge”. Tale raccolta segna il passaggio da una politica attivista di critica ai pregiudizi sullo sfondo di un immaginario conflittuale, ad un modello di vita positivo per i giovani afroamericani dove la donna assume il ruolo guida con una personalità forte ed eroica.


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