Era il (non troppo) lontano 1988 quando Anna Wintour, all’epoca direttrice del magazine di interior design House & Garden, prendeva il posto di Grace Mirabella alla direzione di Vogue USA, la più autorevole rivista di moda in fatto di costumi e attualità, con un consistente apparato fotografico ove venivano presentati i più grandi marchi e i maggiori stilisti.

Oggi, nel 2018, la Wintour è la regina incontrastata di questo impero del fashion, e nonostante le dicerie su un suo presunto abbandono del colosso editoriale Condé Nast (lo riferisce il New York Post in un articolo datato aprile), il potere di Anna è totale e autoritario. Trent’anni dopo rimane la stessa persona -e qui lasciamo parlare la leggenda- che disse all’allora direttrice di Vogue, durante un colloquio di lavoro, che la sua ambizione più grande sarebbe stata quella di prendere il suo posto.

Una carriera in ascesa

Anna Wintour, per certi versi, è sempre stata “Anna Wintour”. Ovvero carismatica, temibile nella sua gentilezza quasi sibillina, implacabile nei giudizi e nelle critiche. Nata a Londra da Charles Wintour, direttore di un quotidiano, manifesta fin dall’adolescenza il suo interesse per il mondo della moda e il giornalismo, collaborando in modo saltuario per alcune riviste. Sono gli anni delle prime ribellioni giovanili, e Anna si trova nel posto giusto al momento giusto: il Sessantotto, la minigonna e Mary Quant, i Beatles e la Swinging London, è questo l’ambiente nel quale la Wintour riceve la sua prima, importante formazione direttamente sul campo. Riceve il primo incarico all’inizio degli anni Settanta per Harper’s and Queen a Londra, successivamente lavora come assistente editoriale per Harper’s Bazaar, dove la sua determinazione e la forte perseveranza la guidano a passi larghi e ben distesi verso il successo. Nel 1985 è editor-in-chief per Vogue UK; solo tre anni dopo, l’occasione della vita, che la consacra definitivamente nell’Olimpo della moda: la direzione di Vogue America.

Vogue America, novembre 1988

È questo il primo numero realizzato sotto la sua supervisione. A quel tempo Vogue soffriva una specie di competizione con il magazine Elle, e la Wintour era giunta nel momento giusto per rompere questo embargo. Lo scatto di copertina di quel numero fu un evento senza precedenti, tanto che inizialmente i redattori pensarono si trattasse di uno scherzo. A differenza dei primi frontespizi, dove compariva soltanto il volto della modella, il numero di novembre 1988 rappresentava una ragazza, Michaela Bercu, con un paio di jeans Guess (“un paio di jeans da 50 dollari”, disse una volta a proposito Wintour) e una maglia-gioiello di Christian Lacroix; sullo sfondo, la City per eccellenza, New York, simbolo della modernità che avanza inesorabile. Lo shock fu inevitabile, tanto si distanziava da tutti i precedenti che negli anni avevano contraddistinto la rivista; tuttavia questo e l’utilizzo massiccio di celebrità nei servizi fotografici diedero la spinta a Vogue per rinascere e primeggiare.

Controllo totale, successo mondiale.

Fin dal suo primo incarico di alta responsabilità nel 1985, Anna Wintour si è contraddistinta per la presenza di un potere fortemente accentrato sulla sua figura, con la scelta di entourage competente dove sia comunque l’unica ad avere voce in capitolo. Un atteggiamento che, pur da molti criticato, ha visto una fronte impronta legata alla comunicazione di autorevolezza in un mondo dove mano ferma e nervi saldi sono il tratto distintivo per una carriera di successo. Che non si ferma qui: nel 2013 è direttrice artistica del gruppo Condé Nast, su richiesta esplicita dell’amministratore; è dello scorso anno, invece, l’onorificenza ricevuta dalla regina Elisabetta per i suoi meriti artistici e filantropici. Oltre a questo, ha avuto il merito di rafforzare la figura del direttore-capo distanziandola dai subalterni, con l’aumento del suo compenso annuo fino a 2 milioni di dollari e un rimborso spese di alcune centinaia di migliaia di dollari solo per l’abbigliamento. Cifre da capogiro, anche nel mondo dell’editoria.

Il diavolo veste Wintour

Lauren Weisberger, autrice del popolare romanzo Il diavolo veste Prada, l’ha sempre negato, ma pare ormai certo che la figura di Miranda, la temibile direttrice del magazine Runaway, sia stata ispirata proprio da Anna Wintour, della quale l’autrice era stata assistente alcuni anni prima. Nonostante entrambe si siano opposte fermamente a qualsiasi indiscrezione di questo tipo, il parallelismo rimane tuttavia evidente, tanto che molte collaboratrici di Vogue hanno commentato ciò che si vede nell’omonimo film dichiarando: “Tutto ciò che viene mostrato è vero.

Che il suo sia un prossimo addio, non è dato saperlo. Certo è che la sua presenza tra le pagine patinate dei fashion magazines non è mai passata inosservata, portando alta la bandiera di un vero e proprio apparato industriale, quello della moda, che è in continua e sempre più rapida evoluzione. Ma con un accento classicamente british.