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17 ottobre 2018

I cinque motivi per cui non dovresti smettere di scrivere lettere (a mano)

I cinque motivi per cui non dovresti smettere di scrivere lettere (a mano)

Tanto tempo fa, prima dell’avvento di internet e degli smartphone, prima della nascita stessa del telefono, se si voleva comunicare davvero si prendeva una carta, una penna, una busta e un francobollo (dalla metà dell’Ottocento). In realtà era più difficile di quanto sembri: per comporre una lettera decente ci voleva sudore della fronte, olio di gomito e tanto coraggio. I nuovi mezzi tecnologici sono così accusati di aver decretato la morte delle buone vecchie missive, determinando la fine della complessità e una regressione sensibile delle competenze culturali della popolazione.

In realtà, non è proprio così. Infatti, i fautori del progresso ribattono che, semplicemente, internet ha reso possibile una corrispondenza istantanea e più comoda (le chat e le mail), senza scalfire minimamente le implicazioni culturali ed etiche che soggiacciono dietro la parola scritta. Oggi chi vuole comunicare ha davanti a sé varie possibilità per farlo: può chattare su Facebook o WhatsApp, ma anche condividere immagini, foto e video e allo stesso tempo scrivere poemi epici cavallereschi per email. Un lavoro semplice, pulito e veloce. Qual è il vantaggio di scrivere ancora delle lettere cartacee, se non quello di indulgere in una sterile nostalgia?

1. Colpire il destinatario

Proprio perché ormai non lo fa più nessuno, se si decide di scrivere una lettera l’emozione che si provoca in chi la riceve è assolutamente travolgente. Significa che si è speso del tempo (molto più tempo rispetto all’apertura della casella di posta per cliccare su ”nuova email”) per scegliere la carta, la busta, per comprare il francobollo, per cancellare gli errori di distrazione e le frasi che non funzionano. O, in alternativa, per ricopiare il testo in bella copia. Quando scriviamo una lettera, di qualunque tipologia, stiamo già mandando un messaggio importante al suo destinatario: tu sei importante per me.

2. Qualcosa che non si può perdere con un clic di troppo

Semplici e veloci, l’unico difetto delle modernissime mail sembra proprio quello di poterle cancellare per sbaglio. Ma in realtà lo svantaggio è duplice: accatastandosi le une sulle altre, le mail si seppelliscono a vicenda, poiché è la più recente a reclamare per sé tutta l’attenzione dell’utente. Le precedenti vengono risucchiate in un limbo compatto e anonimo chiamato ”cronologia”, in cui tutte sono uguali e dunque poco degne di nota, nonostante magari si tratti di una corrispondenza importante. Le lettere invece hanno tutte una spiccata individualità, la stessa che ne fa distinguere una nel mucchio – non importa quanto sia vecchia. Le possiamo tenere tutte in un cassetto, divise per autore o per anno, però le riconosciamo subito. Non possiamo perderle, e anche il ricordo che abbiamo della loro lettura non si appiattisce. Sono lì che aspettano solo di essere ri-prese, ri-lette, ri-vissute.

3. La materialità del sentimento

Molti imputano al testo scritto di essere… immateriale. Questa accusa si sfalda quando si parla di lettere: le pieghe della carta, la calligrafia, le sbavature sono segni evidenti del nostro sentimento, il quale, per così dire, si oggettifica, diventa spaventosamente concreto e tangibile. Possiamo distaccarci dallo stato d’animo che ci possiede riversandolo sulla carta, ed è proprio questa operazione che ci consente di capire noi stessi. Dunque quando scriviamo una lettera non ci stiamo mai rivolgendo a un unico destinatario; il pubblico è sempre formato dall’io che scrive e dal tu che riceve la missiva. È proprio la componente riflessiva che consente un’intensificazione del rapporto. La lettera è molto più concreta di una mail incorporea. Spedirla è letteralmente donare un pezzo di se stessi a qualcun altro.

4. L’elasticità del tempo

Le comunicazioni instantanee e la nevrotica velocità della vita quotidiana imprimono un ritmo caotico al nostro tempo, che sembra sfuggirci come sabbia tra le dita. Così le relazioni viaggiano veloci, disabituandoci all’attesa dell’altro, alla riflessione, all’ascolto. Scrivendo una lettera a mano, si recupera una dimensione del tempo che sembra irrimediabilmente persa; un tempo in cui ci si può mettere a nudo, in cui il viaggio della posta ci consente di immaginare e, perché no, di desiderare ardentemente una risposta. Il tempo di un’assenza che si carica di significato culminando in una busta in fondo alla cassetta delle lettere.

5. Un contatto fisico indiretto

Una mail non può essere toccata, non può essere palpata, annusata, sfregata. Non può raccogliere gli aloni delle lacrime, né trattenere i gesti nervosi delle nostre dita. Un oggetto così importante è testimone del sentimento e si fa galeotto nel momento in cui giunge tra le mani del destinatario. C’è una sorta di piacere fisico nel leggere una lettera trattenendola tra le mani. Un piacere che si prolunga accarezzandola, stropicciandola, sottolineando i passaggi che ci hanno più colpiti. I cedimenti e i trionfi della calligrafia di chi scrive ci fanno sentire una presenza vicina, una sorta di proiezione materiale proprio perché contenuta nella carta. È come se, leggendo, toccassimo con le mani il mittente: egli o ella ha toccato quella busta, quella carta, ha vergato parole tra le righe. Il suo corpo è il testo, la sua coscienza le lettere tratteggiate.

Certamente le mail sono uno strumento veloce e pratico, e la chat soddisfa tutte le esigenze di un relazione interpersonale. Proprio perché oggi non è affatto scontato scrivere una lettera, farlo nel ventunesimo secolo assume un valore ancora più importante, ancora più essenziale che in passato. Che sia una lettera di addio o che sia una lettera di rabbia o ancora d’amore, quello che noi facciamo è regalare un pezzo di noi a un’altra persona… che nessuna cronologia o logaritmo potrà mai strappare via.

 


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