Alla cassa del bar non c’è nessuno. Mi guardo intorno e sono solo, anche i tavoli sono vuoti. Guardo fuori dalle vetrate e dall’altra parte del vicolo vedo una decina di uomini e donne attendere fuori dal portone di un vecchio palazzo. Gli abiti scuri, così seri e gravi, denotano il triste motivo dell’incontro. Il carro funebre che attende accanto al marciapiede è anch’esso nero, opaco. I parenti più stretti sono vicini, in attesa. Altre persone li attorniano, ogni tanto qualcuno rivolge loro due parole o gli stringe la mano mesto in volto, nella solita processione di condoglianze. Alcuni di loro parlottano, furtivi, come studenti che tentano di non farsi vedere dal maestro pronto a punirli. Riconosco il barista, leggermente distaccato dagli altri. La camicia bianca a maniche corte aiuta a distinguerlo. Una signora, anch’essa leggermente distaccata, che era rimasta a guardare per alcuni secondi scuotendo il volto mesto, riprende il passo fermato ed entra nel bar. Poveretti, mi dice. Poveri loro, non il morto. Li conosceva? le chiedo, forzatamente, artificiale. Vivevano qua da tanto, un brutto male, dice. Questo è ancora uno dei pochi quartieri popolari di Roma, viverci da tanto equivale a conoscersi, o quanto meno dà il permesso di parlare dei mali sofferti. La signora si siede ad un tavolo e continua a guardare fuori. Io vorrei solo il mio caffè. Il barista li conosceva? le chiedo, no, tornerà?, abbia rispetto. Mi fredda così. Uno sguardo torvo e torna a rivolgersi alla magra folla riunita fuori dalla casa in attesa. Il barista rimane con le braccia ad anfora ancora per alcuni minuti ad osservare la scena, bloccata nella sua triste immobilità. Dopo un po’ finalmente lascia la strada e rientra nel bar. Saluta la signora e ci si mette a parlare, della famiglia, dei mali del ragazzo, poveri loro, come si fa ad andare avanti, accanto al bancone come un qualunque avventore del locale, poggiato sul gomito come ero io poco fa. Finalmente gira dall’altra parte e da dietro il bancone incrocia il mio sguardo come stupito che io stia ancora aspettando d’essere servito. Un caffè ed un cornetto, per favore.


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