13 dicembre 2018

Alba de Céspedes: un libro a fiori per un diario “nero”

Alba de Céspedes: un libro a fiori per un diario “nero”

Alba de Céspedes è una scrittrice rimasta a lungo ignorata dalla critica ed esclusa dalla lista (a dire il vero, piuttosto stringata) di autrici ricordate dai libri di scuola, lista che pretende di fornire un quadro esaustivo della letteratura femminile (sempre che con la letteratura si possano fare distinzioni di genere, si possano mettere maschi da una parte, femmine dall’altra).

Nata nel 1911 a Roma, ma cubana all’anagrafe, Alba crebbe in una famiglia benestante e politicamente impegnata in senso antifascista e progressista. Fu Clorinda durante la militanza da partigiana. Bilingue italo-spagnola, parlava le più importanti lingue europee; si spostava spesso, aveva varie case in affitto, all’Avana, a Roma, a Parigi (dove si spegnerà nel 1997) e nelle Alpi piemontesi. Di itinerante, aveva anche una grossa biblioteca.
La sua geografia non smette di farmi pensare a Calvino e ad una identità di luoghi se non altro interessante, senza voler cedere oltre al biografismo.

Nella letteratura di Alba de Cèspedes è centrale la donna (e vorrei non dire la tematica femminista), la condizione della donna vista “dalla parte di lei”, come suggerisce il titolo di un suo romanzo.
Quaderno proibito (1952) è la storia di una famiglia piccolo-borghese della Roma del dopoguerra; voce narrante e punto di vista sono di Valeria, mammà, impiegata quarantenne.

“Nel rilegger quello che ho scritto ieri mi viene fatto di domandarmi se io non abbia incominciato a cambiare carattere dal giorno in cui mio marito, scherzosamente, ha preso a chiamarmi mammà. […] Però adesso capisco che è stato un errore: lui era la sola persona per la quale io fossi Valeria”.

 Moglie di Michele e madre di Mirella e Riccardo, Valeria comincia a tenere un diario: ma questa scelta nasce sotto l’onta della trasgressione.

“Ho fatto male a comperare questo quaderno, malissimo. Ma ormai è troppo tardi per rammaricarmene, il danno è fatto. […] Io non ho mai pensato di tenere un diario, anche perché un diario, bisognerebbe nasconderlo a Michele e ai ragazzi. Non mi piace tenere qualcosa nascosto […]. Dal tabaccaio c’era molta gente. Nell’aspettare il mio turno, col danaro già pronto, vidi una pila di quaderni nella vetrina. Erano quaderni neri, lucidi, spessi”.

 Valeria, oltre alle sigarette che vuole far trovare al marito prima ancora che egli si svegli, chiede dal tabaccaio chiede anche uno di quei quaderni. Alla tabaccheria la guardano severa: non si può, la domenica, comprare altro che non sia tabacco. Ma Valeria, che non aveva mai pensato di tenere un diario, sente l’impulso a insistere. Concitata, eccitata, ottiene il suo premio. Percorre la strada per rientrare nascondendo il diario sotto il cappotto; arrivata, lo nasconde ancora. Sono nascondigli di fortuna i suoi, peregrini: in casa non ha un posto tutto suo.
“Inutilmente tentavo di convincermi che non avevo fatto nulla di male. Riudivo la voce del tabaccaio ammonire: “È proibito”.” 

Il carattere proibito di quell’acquisto ha un che di simbolico della condizione di Valeria: vuole tenere un diario, parlarsi, chiarirsi, ma deve farlo di nascosto perché i familiari non comprenderebbero questa sua esigenza. In casa, infatti, è solo mammà, una figura subordinata alle esigenze degli altri.
Comincia la costruzione del diario, e con essa la decostruzione di tutto ciò a cui Valeria ha creduto, o per cui ha vissuto almeno, fino a quel momento.

“Ma forse tutto ciò che, da qualche tempo, credo di vedere attorno a me non è vero. forse è colpa di questo quaderno. Dovrei distruggerlo, lo distruggerò certamente: è deciso”.

In realtà questo non avviene, ma il proposito torna, assillante, ogni qual volta Valeria ha la sensazione di perdere altre certezze, altre carezza.

Le tematiche femministe sono molte: forte mi pare il richiamo alla Virgina Woolf di Una stanza tutta per sé. Valeria nasconde il diario nella cesta dei panni sporchi, perché non ha, contrariamente agli altri famigliari, neanche un cassetto che sia interdetto agli altri, non una stanza in cui ritirarsi, non un’ora in cui dedicarsi a un passatempo che sia suo.

Io, invece, ho trovato questo libro su di una delle mie bancarelle preferite di Roma, di quelle che non vendono solo libri usati, ma anche dischi, cartoline, poster…

Il libro ha una copertina bianca su cui gemmano fiori di ogni colore. Un libro a fiori è il resoconto dettagliato del diario di Valeria, un diario dalla copertina nera rigida, un diario che vive nel nascondimento della sua esistenza, un diario che minaccia di sgretolare l’interezza, un diario di cui si minaccia la demolizione.

La storia di una donna che torna pura, che torna a fiorire, che prende il sole romano -caldo e insistente- su una bancarella che di storie ne ha da raccontare…


 

FONTI
Alba de Céspedes, Quaderno proibito, Milano, Mondadori, 1952

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