Le periferie romane hanno sempre rappresentato un terreno di esplorazione privilegiato per scrittori e narratori.

Pensando alle periferie romane e alla letteratura, non si può non pensare a Pier Paolo Pasolini. Pasolini, infatti, mette sulla carta – e sulla scena – non soltanto le borgate di Roma, ma anche gli stessi borgatari, scegliendo, per i suoi film, attori non professionisti. L’obiettivo dello scrittore è semplice, apparentemente: inscenare la realtà, senza filtri.

Eppure, pensandoci bene, un filtro c’è: Pasolini mitizza il sottoproletariato urbano, tanto nei suoi film quanto nei suoi romanzi. Nei film, è l’utilizzo smodato e eccessivo della luce lo strumento usato dallo scrittore bolognese: tra gli esempi, Mamma Roma, in cui la luce bianchissima permea ogni angolo della capitale, conferendole un’aurea mitica senza precedenti.

Nei romanzi, e nelle poesie, lo strumento utilizzato da Pasolini è un altro: per risolvere le storture del panorama circostante, interviene una fusione panica dell’Io poetico e narrante con l’ambiente, che risolve ogni contraddizione possibile. Accanto a questo, Pasolini predilige le visioni dall’alto, le riprese da lontano e uno sguardo mordi e fuggi, che non possa indugiare troppo sulle brutture del luogo.

Così, ne Le ceneri di Gramsci, il mammoccio, con una prostituta e un assassino sulle rive dell’Aniente, vengono epurati, grazie alla ripresa in lontananza, da ogni caratteristica negativa e assumono le sembianze di una rappresentazione sacra: quella del presepe.

Nella mente dei lettori, è ancora molto ben radicata questa immagine mitizzata delle periferie romane offertaci da Pasolini. Eppure, oggi le cose sono molto cambiate rispetto agli anni in cui lo scrittore di adozione romana scriveva. Lo mostra bene Giancarlo De Cataldo, nei suoi romanzi Romanzo criminale Suburra

Se in Pasolini l’obiettivo principale dei protagonisti era quello di sopravvivere in borgata, e l’aspirazione più grande quella di avere una casa, i personaggi di De Cataldo si muovono nella periferia romana per organizzare la loro vendetta, all’insegna della violenza, e per conquistare il centro della città. Piamose Roma è il loro motto, il loro obiettivo, il loro scopo di vita.

In Suburra c’è un ulteriore passo in avanti rispetto a Romanzo criminale: la periferia romana è qui rappresentata come il luogo in cui viene meno il confine tra la civiltà e la natura. Lo dimostra bene l’adattamento cinematografico di Stefano Sollima, che mette sul grande schermo una città in cui piove sempre, e in cui è quasi sempre notte. Qui i personaggi non ripetono più <piamose Roma>, ma piuttosto <è stata Roma>: c’è allora una personificazione della città che richiama l’animalizzazione dell’inanimato operata da Pasolini, quando parla di mandrie di grattacieli. La scena finale, con il fango e l’acqua che fuoriescono senza controllo dai tombini, rappresenta così la sconfitta finale dell’uomo e l’instaraurazione di uno stato di natura che non può più essere controllato.

Un finale, dunque, non lontano da quello di Una vita violenta di Pasolini: qui il protagonista, Tommaso, un ragazzo di vita che all’inizio del romanzo trascorre le sue giornate rubacchiando di qua e di là, cerca di redimersi: si innamora di Irene, si iscrive al Partito Comunista, ottiene una casa popolare e decide di sposarsi: ma, nel tentativo di salvare una donna dall’alluvione che colpisce le borgate di Pietralata, non sopravvive. Ancora una volta, la natura vince: perchè i ragazzi di vita sono segnati da uno stato di natura al quale non possono sottrarsi; è una natura matrigna che lascia ai suoi figli la speranza di un futuro migliore e poi, programmaticamente, glielo nega.


FONTI

Silvana Cirillo, Roma punto e a capo, Ponte Sisto, 2017