“Tecnologia”: una parola ormai così diffusa nella nostra società da essere diventata uno “stile di vita”, in quanto ogni nostra azione, in ogni momento della giornata, la vede protagonista. Un membro così integrante da sbarcare anche sul mondo del lavoro, a ritmi sempre più sostenuti e incalzanti, tant’è che il Boston Consulting Group ha iniziato a parlare di “Industria 4.0”. Una rivoluzione produttiva (la quarta per la precisione) dovuta all’avvento dell’automazione grazie alla comparsa di robot.

La progressiva sostituzione del lavoro umano da parte di macchinari governati da sofisticati algoritmi è un grande campanello di allarme scattato nell’estate del 2016, in seguito a un’indagine effettuata dai ricercatori del Bruegel (Bruxelles), i quali hanno stimato un ricambio di circa il 45-60% dell’intera forza lavoro. Gli effetti di questo evolvere della tecnologia sono molteplici e disparati: sviluppo e contrazione sono i due poli opposti che vedono protagonista il mondo del lavoro. Tra gli analisti del settore c’è chi sostiene che l’impatto dell’automazione sarà positivo, portando a un boom di nuovi posti di lavoro nel campo dell’informatica; al contrario, nella sfera legata alla catena di montaggio e della produzione si assisterà a una flessione di circa 600 mila lavoratori. Dati più allarmanti, però, provengono dai ricercatori dell’università di Oxford, secondo i quali 14 dei 20 posti di lavoro hanno una possibilità superiore al 50 % di essere svolti dai robot. Stime approssimative, sì, ma pur sempre preoccupanti e suscettibili di pregiudizi da parte dei più scettici. Tra questi venti posti di lavoro quelli più al “sicuro” risultano essere in campo medico (14,5 %) e gli insegnanti delle scuole elementari (0.4 %): professioni nelle quali l’empatia e la sensibilità dell’uomo non possono trovare rivali.

Ma nel complesso, quale sarà l’impatto sull’occupazione dell’Industria 4.0? È stata la Pew Research Center (un think tank statunitense che fornisce informazioni su problemi sociali, l’opinione pubblica e gli andamenti demografici attraverso dati di ricerca) a porre la domanda a quasi duemila esperti, professionisti e creatori di prodotti tecnologici. I risultati ottenuti concordano unicamente su tre punti (pochi se si pensa alla molteplicità e vastità del tema affrontato): la diffusione dei robot nella nostra vita, la formazione scolastica e universitaria e il concetto di lavoro.

Per quanto concerne il primo punto, l’intelligenza artificiale dominerà la nostra vita entro il 2025, facendo sentire in maniera più rilevante la sua impronta sul settore della salute, dei trasporti, della logistica e della manutenzione della casa. Discorso diverso, invece, riguarda il mondo della scolastica contemporanea, il quale non è in grado di informare e preparare le persone per le sfide in atto. Sarà necessario, inoltre, ripensare al concetto di “lavoro”. Un futuro diverso, quasi ribaltato, rispetto al frenetico e caotico presente. Un futuro in cui sarà dato più spazio al tempo libero, offrendo una relazione più positiva tra lavoro e persone.

Per i restanti quesiti, invece, le fazioni restano opposte e divise. Da un lato si prospetta un’immagine negativa e di desolazione, incentrata su una sostituzione che travolgerà anche il personale più specializzato, come gli impiegati. Dall’altro, al contrario, è la fiducia nel futuro e nel progresso la protagonista indiscussa. Una speranza legata e insita nell’aspettativa di creare nuovi posti di lavoro, più numerosi rispetto a quanti verranno soppiantati dai robot. Aspettativa congiunta all’abilità dell’uomo di creare nuovi tipi di impieghi e nuovi modi di guadagnare.

Forse, però, è la mancanza di consapevolezza di un netto e devastante cambiamento a non mettere in allarme la cittadinanza. E non sarà solo la presa di coscienza a risolvere il problema, bensì un corretto utilizzo di queste nuove tecnologie. Sul piede di guerra è anche l’economista di Harvard Richard Freeman, il quale parla di rischio del “feudalesimo dell’età delle macchine”. Con questa designazione storico-filosofica, Freeman vuole sottolineare come la robotizzazione rischia di frastagliare la società tra i proprietari dei robot e i lavoratori. In altri termini, un calo dei salari dei lavoratori contrapposto a una crescita del guadagno per i proprietari. Dunque, è il tema delle disuguaglianze a essere al centro dell’attenzione; problema che bisogna cominciare a porsi fin da ora.