01:25 am
15 luglio 2018

Utero in affitto, Gpa e femminismi

Utero in affitto, Gpa e femminismi

Il progresso scientifico non porta solamente vistosi benefici quali la capacità di curare malattie che in passato decretavano una morte certa o la possibilità di gestire con sicurezza momenti delicati come il parto, un’operazione chirurgica, una malattia cronica o degenerativa. Al contrario, il progresso e le ricerche scientifiche portano anche a numerosi problemi etici, ad un invecchiamento instantaneo dei modelli legislativi in atto, i quali divengono obsoleti poiché nel passato in cui sono nati non esisteva alcuna possibilità concreta che le cose potessero avvenire diversamente da come erano; che i bambini non fossero fecondati esclusivamente tramite l’usuale procedura dell’amplesso; che le madri non fossero esclusivamente quelle che li portavano nel grembo e che condividevano i geni con il nascituro.

Oggi, i risultati del progresso vengono, come sempre, cablati dalle strutture economiche che vogliono sfruttarli a proprio vantaggio, inserendoli in mercati in cui la domanda è sempre più alta dell’offerta, in cui i desideri individuali diventano diritti inalienabili che devono essere soddisfatti. Dunque non stupisce che la cosiddetta «maternità» surrogata, alias Gestazione Per Altri (Gpa) o Utero in affitto, si sia diffusa a macchia d’olio, in tutte le sue varie declinazioni: chi si fa impiantare un embrione fecondato, chi dona un proprio ovulo e affitta il proprio utero, chi dona un ovulo e si fa impiantare un embrione fecondato con quell’ovulo, ma geneticamente modificato in modo tale da scegliere il sesso del nascituro e da escludere la presenza di possibili malattie ereditarie. Tutti questi casi, però, hanno in comune interventi invasivi su corpo e mente della donna, il quale viene letteralmente venduto e tenuto a disposizione degli acquirenti per tutta la durata della gestazione.

I paesi più importanti in cui questa pratica è permessa, anche se negli ultimi anni si è assistito a una sensibile descrescita del trend, sono alcuni stati degli USA, il Canada, l’Australia e la Russia, ma la maternità surrogata è diffusa anche in altre parti del mondo, connaturata a situazioni di estremo sfruttamento, come in India e in Thailandia. In Europa, essa è consentita in paesi come Inghilterra, Grecia, Olanda e Francia. Vi sono differenze però sulle modalità di attuazione di questa pratica: infatti, se per esempio in Canada e in Australia la Gpa è legale in forma gratuita e «altruistica», cioè, nella teoria, quella che vede la gestante «donare» il bambino a una coppia, in Russia e in India è legale la pratica commerciale, cioè quella in cui la «portatrice» firma un contratto con clausole che coprono tutta la durata della gestazione: per esempio, la donna accettando di affittare il proprio utero rinuncia a tutte le pretese genitoriali sul nascituro, è fortemente vincolata alle richieste della coppia affidataria che potranno essere inerenti alla sua dieta alimentare, al suo stile di vita, alle medicine somministrate e alle modalità della nascita (parto cesareo o naturale?).

Tuttavia, le perplessità sorgono in tutti i casi in cui, nei Paesi dove è legale la pratica ma non la sua commercializzazione, compaiono strani rimborsi spese provenienti dai genitori affidatari nei confronti della gestante; e, ancora, in molti paesi in cui essa è legalizzata, le coppie preferiscono rivolgersi all’estero, in Stati come l’India, l’Ucraina e la Thailandia, ove raramente le donne che si prestano lo fanno per libera scelta e le garanzie sono sempre a favore dei committenti. Anche nei casi in cui non vi è un vero e proprio contratto, se la «portatrice» cambia idea il ricatto economico e le minacce di azioni legali di fatto la obbligano a rinunciare al bambino.

In Italia il dibattito si è acceso in occasione della discussione della legge sulle unioni civili, promossa dalla parlamentare Monica Cirinnà, nel 2016. In origine il DDL infatti includeva la clausola del riconoscimento della stepchild adoption, che avrebbe regolamentato tutti i bambini figli di coppie omogenitoriali, tra le quali vi è un’alta incidenza di minori nati da gravidanze surrogate. Il fatto che un’ala dell’associazione Arcilesbica, fin dalle origini affiliata ad Arcigay e fautrice delle lotte per i diritti civili per le persone omosessuali e transessuali, si schierasse contro la Gpa, avvicinandosi secondo alcuni alla destra omofoba e retriva, è stato interpretato da molti come un autogol a svantaggio del decreto di legge. Infatti quando il 5 giugno 2016 entrarono finalmente in vigore le unioni civili, la clausola della stepchild adoption era scomparsa, lasciando senza tutela i figli di coppie omogenitoriali.

Nell’anno successivo, il 2017, la frattura nel movimento LGBTQ+ si è fatta ancora più marcata, a seguito di un comunicato da parte di Arcilesbica in cui il direttivo dell’associazione si dichiarava contrario alla Gpa, aspramente criticato dalla controparte di Arcigay, sia per le modalità, associabili a loro avviso a quelle delle ben note frange adinolfiniane, sia per i contenuti, perché si porrebbe in opposizione al riconoscimento dei diritti dei bambini di coppie omogenitoriali maschili, nati proprio grazie alla Gpa.

Nel caos di indirizzi e opinioni discordanti, è bene fare qualche chiarezza sugli statuti ideologici dei tre filoni di pensiero coinvolti nel dibattito, e chiarire dunque le loro posizioni, e soprattutto i motivi al di là di quelle, riguardo la gravidanza surrogata:

  1. LA DESTRA CONSERVATRICE: questo schieramento ideologico si trova legato a doppio filo con l’ideologia più propriamente cristiana (e, più nello specifico, cattolica). Chi abbraccia questo orientamento si oppone alla Gpa perché «non la considera compatibile con i valori cristiani», costituendo una violenza sia nei confronti delle gestanti sia nei confronti dei bambini, esposti a un vero e proprio mercato di compravendita. È da porre in rilievo, però, che solitamente la critica alla «maternità» surrogata è il pretesto per opporsi aspramente alle coppie omosessuali e alla possibilità che queste possano avere figli. Le loro argomentazioni dunque sembrano costruite con la più scorretta malafede perché trascurano un importante dato statistico, cioè che sono proprio le coppie eterosessuali a ricorrere massiciamente alla pratica, per ragioni che non sempre hanno a che fare con la sterilità di uno dei due componenti. Infatti, ricorrere alla Gpa significa, per la «madre» acquirente, evitare tutti i fastidi della gravidanza, come l’aumento di peso, lo sbalzo ormonale, gli effetti collaterali del post partum che talvolta possono sfociare anche in spiacevoli complicazioni fisiche.
  2. IL FEMMINISMO LIBERALE: questa corrente in realtà è la vincitrice delle battaglie sociali delle donne fin dall’Ottocento e il suo spirito sopravvive oggi nell’ideologia queer e nelle battaglie per i diritti civili delle persone LGBTQ*. A questo orientamento infatti convergevano le azioni delle suffragette e in generale di tutte le attiviste che si ponevano come obiettivo principale la parità giuridica e politica tra i due sessi. Il femminismo liberale non è interessato a ribaltare gli assetti sociali e culturali della società capitalistica e, oggi, neoliberale, piuttosto il suo scopo è quello di migliorarla garantendo alle donne e, più in generale, alle minoranze gli stessi diritti degli individui privilegiati. Proprio per questo si batte per la libertà e l’autodeterminazione, ed è profondamente fautore del principio della libera scelta, applicabile sia nell’ambito della prostituzione sia nella Gpa. Dunque la Gpa dovrebbe essere permessa e altresì regolamentata, poiché bisogna dare a tutte la possibilità di scegliere su come disporre del proprio corpo. Questi orientamenti rendono evidente come questa corrente faccia dell’individualismo il suo fulcro fondante. Infatti,

«al neoliberalismo corrisponde il femminismo neoliberale, che potrebbe anche essere chiamato femminismo proprietario, poiché traduce “il corpo è mio e lo gestisco io” con “il corpo è mio e lo metto sul mercato come preferisco”. Il femminismo neoliberale ripone fiducia nel miglioramento della condizione femminile esclusivamente tramite il raggiungimento dell’eguaglianza formale, senza analizzare i problemi materiali delle donne, incardinandosi sui concetti di scelta e di empowerment individuale. […] Ma così si perde sia la critica ai rapporti di potere esistenti fra uomini e donne e al sessismo istituzionale, sia la convinzione che i problemi debbano essere affrontati politicamente

  1. IL FEMMINISMO RADICALE: qui la parola «radicale» non fa riferimento a un orientamento di natura estremistica, ma al concetto di «eliminare i problemi alla radice». Alleato del femminismo liberale nelle lotte per le conquiste sociali e i diritti civili, se ne discosta per la convinzione dell’esistenza di una cultura patriarcale che da secoli assoggetta i corpi in forme stereotipiche e opprimenti. Di schieramento anticapitalista, il suo obiettivo è quello di liberare gli individui dalle prigioni culturali in cui vengono circuiti fin dalla nascita. Si discosta dall’individualismo poiché problematizza il concetto di libera scelta. In rapporto alla Gpa, la posizione si traduce in: può esistere davvero una libera scelta nel momento in cui una donna firma un contratto che di fatto le vieta l’autodeterminazione di disporre del proprio corpo per tutta la durata della gestazione? Le donne in questa prospettiva vengono viste in quanto classe sociale storicamente sottomessa al volere maschile, e la Gpa non è che l’ultima degenerazione.

Al di là degli schieramenti ideologici, il problema non può prescindere da un’attenta valutazione dei numerosi dilemmi etici che la gravidanza surrogata comporta. Infatti, a causa delle pratiche di fecondazione degli ovuli e il loro impianto nell’utero della gestante, ci si deve chiedere se il bambino sia di chi lo partorisce o di chi ha fornito il DNA. Questo problema, però, ne introduce direttamente un altro, ancora più importante: i bambini sono proprietà di qualcuno? Secondo i fautori della gravidanza surrogata evidentemente , dal momento che la nascita si trasforma in un processo produttivo e il neonato in un prodotto conteso tra committenti e venditori.

Questi problemi si riflettono nella grande varietà terminologica: i detrattori insistono sul concetto di «utero in affitto» e di «maternità surrogata», mettendo in rilievo sia la componente economica (di fatto ci si appropria dell’intero corpo di un’altra persona), sia il legame che «dovrebbe» instaurarsi durante la gravidanza tra gestante e nascituro, quello appunto di madre/bambino. Quest’ultima definizione, però, sembra ancora più problematica. Come nota Michela Murgia, non è corretto far coincidere a priori dal punto di vista concettuale maternità e gravidanza. Facendo questo ci si espone alla messa in discussione di una delle più importanti conquiste delle donne, ovvero la legalizzazione dell’aborto, e anche la possibilità di dare il figlio in adozione. Infatti,

«chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola “maternità” e adducendo come motivazione l’unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri.»

I fautori, invece, insistono nel chiamare la pratica «gestazione per altri», calcando sull’idea di un gesto altruistico, di un dono. Ma anche se si parla di dono si intende il bambino come proprietà di qualcuno, che può essere ceduto a qualcun altro. E inoltre la retorica dell’altruismo non si rifa allo stereotipo del gentil sesso generoso e portato al sacrificio per natura?

Infine, occorre anche in questo caso chiedersi se la genitorialità possa essere un diritto. Il sistema capitalista è strutturato proprio per suscitare sempre nuovi desideri e per rafforzarli fino al parossismo. È proprio qui che si situa la trasformazione, quando il desiderio di essere genitori viene esasperato dal mercato e dai costrutti sociali e culturali, evolvendosi nella percezione falsata e profondamente egoistica di avere il diritto di avere un bambino, un individuo fatto su misura con i propri geni e che prosegua la linea di sangue. Sembra che questo concetto c’entri molto poco con l’affetto di un genitore. I bambini non appartengono a nessuno, e di certo non possono essere oggetto delle rivendicazioni di altri. In quanto soggetti e in quanto persone, possono appartenere solo a loro stessi; semmai, sono proprio loro ad avere il diritto di avere dei genitori, non il contrario.

Il ricorso alla Gpa ha significato una decrescita sensibile delle richieste di adozione. Il che significa che troppi bambini non hanno genitori, di qualunque orientamento e identità sessuale, che possano amarli. Forse bisognerebbe chiedersi che cosa significhi davvero essere un genitore: se voglia dire amare un’altra persona e aiutarla a crescere e a inserirsi nel mondo o se significhi possedere una vita con un similare patrimonio genetico.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.