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15 luglio 2018

Westworld 2: uomini e robot son davvero così diversi?

Westworld 2: uomini e robot son davvero così diversi?

Registrandosi come il più grande successo di HBO, Westworld ha convinto oltre tredici milioni di spettatori grazie all’impeccabile gestione della narrazione unita ad un cast a dir poco eccezionale. Complessa, ma capace di catturare l’interesse e riaccendere la volontà di partecipazione dello spettatore. L’opera di Jonathan Nolan e Lisa Joy è un perfetto ed appassionante rompicapo destinato a rappresentare un punto di riferimento per le serie televisive future.

Nonostante le ottime premesse sappiamo quanto sia difficile mantenere uno standard elevato, soprattutto quando si parla di un prodotto come una serie tv. Purtroppo il livello di Westworld è calato enormemente segnando, probabilmente, un punto di non ritorno alla qualità registrata col suo esordio. Esattamente come nella prima stagione la trama risulta lenta e molto complessa ma, questa volta, l’eccesso ha portato all’esasperazione. Tutto vien presentato dal punto di vista di Bernard (Jeffrey Wright) la cui mente è gravemente danneggiata e, questo, comporta costanti salti temporali che confondono noi tanto quanto lui…

L’intrigo, il mistero, la sfida son sempre accattivanti all’interno di una trama, ma in questo caso è veramente difficile seguire il susseguirsi degli eventi. Il problema di fondo è che, spesso, queste complicanze non sono assolutamente necessarie e risultano molto forzate.

Tuttavia Westworld espande i suoi confini verso nuovi parchi che, come lo Shogun World (ambientato in epoca Edo), ci permettono di esplorare differenti prospettive. Nuovi importanti temi vengono analizzati: cos’è la realtà? Siamo forse così diversi da un essere con intelligenza artificiale? Siamo davvero liberi di scegliere? I robot vengono presentati sotto una chiave più umana e, allo stesso modo, gli uomini come “semplici algoritmi”. L’alienante quotidianità della nostra vita ci rende forse così simili a delle macchine?

Punto a favore è l’approfondimento di alcuni personaggi. Il più interessante tra i tanti è Dolores (Evan Rachel Wood), l’innocente protagonista della prima stagione che si trasforma in una donna accecata dall’odio e disposta a tutto pur di vedere affondare i suoi nemici. È una donna stanca di subire rimanendo in silenzio, di restare intrappolata dalle scelte che gli altri fanno per lei. Da caritatevole e buona a fredda e cinica, Dolores rappresenta le conseguenze che abusi e mancanza di libertà hanno sulle persone. Così accade per Maeve (Thandie Newton) il cui carattere cambia rapidamente nel momento in cui ricorda una delle sue precedenti vite: da donna ferma a capo di un bordello, a madre disposta a rinunciare alla libertà pur di ritrovare la figlia dimenticata.

Ciò che funziona dall’inizio alla fine, pilastro della serie capace di sorprendere ad ogni episodio e travolgere inevitabilmente lo spettatore è la colonna sonora. Ramin Djawadi ha creato qualcosa di impeccabile e meraviglioso, esplorando i successi dei Radiohead, Rolling Stones, Animals, The Cure, Soundgarden e Nirvana. L’arrangiamento di Paint It Black merita di essere ascoltato indipendentemente che si guardi la serie o meno.

Il problema di fondo di questa stagione è il mancato sviluppo di un’idea, l’assenza di quella forza che ad ogni episodio della stagione precedente cresceva lasciandoci quel profondo desiderio di sapere ancora e ancora. Un percorso frammentato e poco chiaro, un finale non del tutto interessante e privo di risposte. Non si può negare l’alta qualità complessiva del prodotto HBO, ma dopo due anni dal suo esordio ci si aspettava qualcosa in più. Vedremo se un’eventuale terza stagione saprà riportare Westworld alle glorie della sua nascita.


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