15 novembre 2018

La pelle e la traccia: meno muri più connessioni

La pelle e la traccia: meno muri più connessioni

 “Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura».”

(Livio, I, 6-7 – traduzione di G. Reverdito)

Da quel lontano 753 a.C. l’uomo non ha mai smesso di creare difese fisiche attorno a sé, che si tratti di uno steccato, un fossato, un alto muro di cemento o la siepe che si erge a ostacolo dell’indiscreto occhio del vicinato; ma per quanto possa sembrare paradossale, vivere l’esperienza pratica del corpo significa, in qualche modo, costruire un muro.
Francesca La Cava, insieme al suo gruppo di danza contemporanea e-Motion, negli ultimi anni ha compiuto un lungo cammino in cui si è proposta di osservare, e poi destrutturare, questo radicato atteggiamento umano.
Il primo passo è Apriti ai nostri baci – studio sul concetto di muro (2016), con la proposta di non essere un altro mattone in quell’immenso muro che è il Novecento ( prendendo in prestito le parole di Christian Boltanski) ma una breccia, o almeno una piccola feritoia, attraverso la quale osservare il prossimo.
Il secondo passo è Inhabit (2017) spettacolo che concede ancora più valore al corpo, rendendolo non solo una breccia nel fatidico muro, ma un veicolo indispensabile per dare un senso al mondo e all’esistenza.

Con La pelle e la traccia, esito pubblico del laboratorio di danza condotto proprio da Francesca La Cava, con la collaborazione di Sara Pischedda e Stefania Bucci, insieme agli studenti dell’università dell’Aquila (2018), si compie il terzo passo, si rompe il terzo tassello.
Il corpo ha i suoi mezzi per mostrare diffidenza, apertura, repulsione, attacco: insomma la pelle è il nostro primo muro, ci protegge, ci apre al mondo, ma allo stesso tempo si fa frontiera difficile da valicare. Conoscere l’altro, che tanto ci spaventa, conoscere noi stessi, significa prima di tutto mettere in atto quel complesso apparato di valori custodito dalla nostra pelle: sensibilità, controllo, offesa e difesa.
Ecco perché lavorare su se stessi, connettere il proprio spirito al proprio corpo liberandosi dalle gabbie in cui ogni giorno ci ostiniamo a rinchiudere noi stessi, è un’ardua impresa.
I ragazzi, alcuni vergini della danza come del palco, hanno affrontato quel muro, hanno scoperto la loro pelle, dato un suono, un movimento e un nome alle loro paure per poi esorcizzarle attraverso una splendida epifania di gesti che ha ispirato tutta la sala.


 

FONTI

Fonte 1

 

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