Il seguente articolo è una sottosezione del più ampio Persone trans e mondo del lavoro: difficoltà, percezioni e proposte.

«Abbiamo scarsa credibilità da parte delle aziende, che spesso ci porta a vivere, là dove si lavora, in modo assurdo. Io non posso essere me stessa, i diritti nulli, sono in nero. La realtà è questa. Mi fermo.»

Dal questionario

I DATI DEL QUESTIONARIO

Tre quarti dei soggetti dichiara di non avere una vita lavorativa soddisfacente.

Tuttavia, solo il 14% di loro ha associato questo fatto alla propria condizione di persona trans; l’insoddisfazione è più che altro legata allo stipendio, all’ambiente di lavoro e altri fattori. Al tempo stesso, metà del campione dichiara che la propria carriera è limitata dalla propria identità di genere.

Meno di un terzo dei soggetti indica sul curriculum il nome e il genere presente sui documenti, anche quando questi discordano dall’identità di genere. In altre parole, le persone trans riportano sul proprio CV per lo più il proprio genere biologico, non quello a cui sentono di appartenere. Perché si tratta di un dato importante? Questa informazione indica che, sin dal primo contatto con un’azienda, ovvero sin dalla candidatura, vi è una frattura tra ciò che è comunicato – l’identità biologica – e uno stato di cose effettivo – l’identità di elezione, con cui si vive la propria quotidianità.

Sempre per quanto concerne l’iter di selezione, il 38% di chi ha risposto ha subito discriminazioni durante i colloqui di lavoro.

Eppure, chi supera un iter di selezione e si inserisce in azienda vede per lo più rispettato il proprio genere di appartenenza (76%) e sono relativamente poche le persone che denunciano episodi di discriminazione (16%). È sicuramente interessante che le persone timorose di subire atti transfobici sul posto di lavoro siano il triplo rispetto a coloro che effettivamente li subiscono: ciò suggerisce che, ogni giorno, andando al lavoro, molte persone trans portano con sé l’angoscia di trovarsi in situazioni difficili.

Circa un quarto del campione ha affermato di aver rassegnato le dimissioni almeno una volta, in passato, per le discriminazioni ricevute.

Questo insieme di elementi descrive un quadro pesante, ricco di pressioni e ostacoli da superare. Si tratta di una situazione chiaramente espressa da uno dei soggetti: «In certi momenti ti senti solo tanto stanco».

Per quanto riguarda il coming out in azienda, circa il 24% non ha dichiarato a tutte le persone con cui si interfaccia la propria identità di genere. Riporto due dichiarazioni in merito:

  • «Ė molto difficile dichiararsi sul mondo del lavoro, perciò io personalmente non faccio nulla per far capire ai colleghi che sto iniziando la mia transizione»;
  • «Sono fortunata a lavorare in una società LGBT friendly, mi ha aiutata nella transizione».

Approfondendo, si nota che le due persone autrici di queste frasi hanno dato risposte diametralmente opposte nel resto del questionario.

Grado di accordo medio nei confronti delle affermazioni nel questionario. Con l’estrema approssimazione che i limiti della ricerca impone, una possibile lettura dei punteggi può rimandare all’esperienza vissuta dalla “persona trans tipica”.

INTERVISTE

Alyss, persona MtF (40 anni)

• Raccontami di te. Che lavoro fai? Da quanto tempo?

Sono un’operatrice socio-sanitaria, specializzata in handicap gravi e gravissimi. […] Mi occupo della cura della persona dal punto di vista fisico, psicologico e sociale. […] Faccio questo lavoro da 15 anni.

 

• Quale è stata la principale difficoltà per la tua azienda, quando ha deciso di assumerti?

Partiamo dal punto che la mia transizione è iniziata due anni fa. Quindi io sto transizionando nel posto di lavoro in cui sono presente già da tredici anni. Loro hanno assunto un ragazzo. […] Prima di dichiararmi al lavoro, ho cominciato a vivere al femminile al di fuori. 

Quando ho deciso di aprirmi, ho iniziato a rivolgermi a me stessa al femminile. Mi sono dichiarata ad alcune colleghe e ho messo in giro voci di corridoio. E alla fine del primo anno di transizione le persone iniziavano a chiedermi come volevo essere chiamata. […] Questa è una domanda che ho apprezzato, perché è stata fatta con l’intenzione di rispettare la mia personalità.

[…] Non è stato un passaggio facile per chi mi ha conosciuto al maschile. Spesso sbagliano il pronome. Ma ci si scherza sopra, ci scherzano pure loro. Sono felice di dire che il nome è il problema più grosso.

Per quanto riguarda i miei superiori, non ho avuto nessun problema. Lo statuto della mia cooperativa specifica si pone contro qualsiasi discriminazione, anche di identità sessuale.

[Il rapporto con i pazienti, invece, è diverso]. Parliamo di persone con ritardi mentali molto molto gravi. […] Da loro non mi aspetto niente, perché è un passaggio difficile. Non posso fargliene una colpa. […] Il rapporto con l’utenza è stabile. Ciò che conta per queste persone è trasmettere sicurezza e affetto, la mia identità viene dopo.

 

• Per quale motivo molte persone trans non utilizzano il proprio genere di appartenenza sul curriculum?

Giusto l’altro giorno stavo parlando con una giovane ragazza transessuale che doveva portare il suo curriculum ad alcune aziende. Ed era nel panico più totale, perché non sapeva se mettere il maschile, il femminile, come avrebbero reagito. […] 

Ti puoi presentare al femminile, ma qualcosa traspare sempre e bisogna essere fortunati perché questo non succeda. Ma anche in questo caso, poi si deve arrivare a dare un documento. E il nome serve a tutto il sistema amministrativo dell’azienda per farti arrivare la busta paga. E allora c’è tanta paura. […] 

L’azienda si chiede: “ma non facciamo prima a prenderne un’altra? Anche se la prima arrivata [la candidata trans] era più brava, prendo la seconda.” […]

 

• Quello che una persona vuole è trovare lavoro, poter mangiare, avere una casa, pagare l’affitto. E avendo ancora i documenti maschili – questo è un problema dell’Italia, dove, da quando fai richiesta a quando viene accettata, passano anche due o tre anni – che prima o poi passano da qualcuno, allora sceglie di presentarsi al maschile anche nella sua apparenza. Altrimenti la persona di fronte potrebbe rimanere stranita.

 

Gianluca Frigerio, persona FtM (23 anni)

• Raccontami di te. Che lavoro fai? Da quanto tempo?

Gestisco una piccola cartoleria. […] Preferirei tornare in università, per trovare un lavoro che mi darà meno problemi portando avanti questo percorso [di transizione]. […] Ho iniziato il percorso di transizione da ormai due anni.

 

• Quali sono state per te le principali difficoltà?

All’inizio ho avuto un po’ di paure su come relazionarmi con i clienti, la maggior parte vecchietti di paese. […] Loro mi conoscevano già prima [come donna] e a loro non ho ancora detto nulla, perché non ho trovato il modo giusto per parlarne. E tanto qua non ci voglio più stare. Per me parlare della mia transizione è sempre difficile. Con certe persone è quasi un caso perso sin dall’inizio. Rischierei solo di perdere clienti e basta, ed è una cosa che per il momento non posso permettermi. […] Ne parlo solo se ho di fronte una persona che capirebbe la cosa in modo maturo.

 

• Per quale motivo molte persone trans non utilizzano il proprio genere di appartenenza sul curriculum?

Ti dico la verità: io ho messo il mio nome anagrafico. Innanzitutto, mi sentivo molto a disagio, prima, perché se io dicevo il mio nome al maschile e poi mi rendevo conto di non sembrare un ragazzo, mi sentivo ancora di più a disagio. Quindi preferivo presentarmi al femminile e, se trovavo una persona con cui capivo di poter parlare, spiegavo la cosa.

Al momento non so cosa fare. Prima facevo così perché non passavo come ragazzo, ora invece passo. Mi metterebbe più in difficoltà. Quindi non lo so, al momento.


CONCLUSIONI

Le persone trans hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro e, una volta entrate, devono far fronte al coming out, soprattutto quando le loro apparenze fisiche sono discordi con il genere di elezione. Riprendendo le parole dei soggetti, «tutto dipende da come ti poni e da che aspetto fisico hai, molte MtF purtroppo hanno caratteri secondari maschili molto evidenti».

La discordanza tra il genere documentato e quello di elezione costituisce un problema importante al momento di una candidatura: la persona può ritrovarsi a compiere un coming out forzato, vedendosi costretta a spiegare la sua situazione sin dai primi istanti. Il timore di essere rigettate per questo fatto spinge molte persone a nascondere la propria identità.

D’altro canto, coloro che hanno trovato lavoro descrivono le aziende come più accoglienti delle aspettative: per esempio, il genere di appartenenza è per lo più rispettato e gli episodi transfobici sono inferiori a quanto si teme. Rimane comunque estremamente grave che alcuni soggetti abbiano subito episodi discriminatori, parte dei quali conclusisi con le dimissioni.

Quali suggerimenti si possono dare alle aziende per gestire situazioni simili? Quali sono le richieste che le persone trans avanzano per un ambiente più inclusivo? Ciò sarà oggetto delle prossime sezioni.