09:36 am
24 settembre 2018

Punireste il vecchio saggio?

Punireste il vecchio saggio?

C’era una volta un vecchio saggio…

Che stava a capo di una piccola isola indipendente. Più che di un capo politico si trattava di un capo morale, dal momento che sull’isola, grazie agli insegnamenti e all’esempio del vecchio, regnava una pace perfetta. Non vi era necessità di usare la forza per ottenere educazione, rispetto, generosità o senso morale: tutto avveniva spontaneamente. In questo modo gli abitanti dell’isola si trovavano in una condizione di ragionevole felicità.

Tuttavia un giorno…

L’unico poliziotto dell’isola, piuttosto annoiato dalla totale mancanza di lavoro, decise di riaprire l’unico caso mai verificatosi sull’isola, ovvero un omicidio vecchio di sessant’anni. Analizzando le prove con i mezzi più avanzati, scoprì che l’assassino era proprio il vecchio saggio. Così, preso dallo sgomento, corse a chiedere spiegazioni al diretto interessato. “Si tratta di un errore di gioventù”, ammise il vecchio, “una rissa tra ubriachi. Dopo l’accaduto però ho deciso di dare una svolta alla mia vita nel segno della virtù e della moralità. E questo è il risultato”, disse il vecchio, allargando le braccia come a comprendere tutta l’isola. “Tuttavia, se la società volesse punirmi, sarei pronto ad accettare la sentenza”.

Ora, chiedo ai miei venticinque lettori (si scrive “lettori” ma si legge “parenti”): che dite? Il vecchio saggio andrebbe punito o no?

Prima di rispondere, dovremmo però chiederci: perché punire? Per quali ragioni dovremmo – per esempio – togliere la libertà a un uomo colpevole di un reato? Finché non ci facciamo un’idea chiara in merito, non possiamo sapere se è il caso di sbattere il vecchio dietro le sbarre. Non con cognizione di causa, perlomeno.

1. Deterrenza

Si punisce per far sì che al colpevole passi la voglia di rifarlo. Oppure per far sì che passi la voglia a qualcun altro. Qualcosa del tipo “punirne uno per educarne (uno o) cento”.

2. Protezione sociale

La società punisce per difendere se stessa. Se per esempio allontano un criminale dalla società incarcerandolo, allontano da quest’ultima anche eventuali rischi ulteriori.

3. Riabilitazione

Il colpevole viene punito per far sì che venga rieducato. Questo presuppone che i comportamenti criminosi siano ritenuti una sorta di malattia, ossia qualcosa che può essere curato. Certo, non sempre la pena sortisce l’effetto sperato (ma neanche la medicina, d’altronde), però, almeno in teoria, questo tipo di giustificazione regge.

4. Retribuzione

Bisogna punire il colpevole perché merita di essere punito. Sei responsabile? Paghi. Punto.

Le prime tre giustificazioni (deterrenza, protezione sociale e riabilitazione) hanno una cosa in comune: guardano alle conseguenze della pena nel futuro (in inglesorum potremmo dire che sono forward looking). Questo tipo di giustificazione della pena è quindi utilitaristica. Bisogna punire perché è utile per la società (deterrenza e protezione sociale) o per lo stesso individuo colpevole (riabilitazione).

Sebbene questa concezione della pena rispecchi gran parte delle nostre intuizioni morali, rimane il problema del capro espiatorio. Per inciso, Daniel Pennac ha scritto un intero ciclo di romanzi sulla figura del capro espiatorio. Se non li avete letti, piantate qua l’articolo, precipitatevi in libreria e chiedete di Malaussene con la giusta dose di mortificazione. Se invece li avete letti, datevi una bella pacca sulla spalla come a dire “bravo, vecchio mio!”

Risultati immagini per ciclo malaussene

Tutti i libri del ciclo Malaussene di Daniel Pennac

A ogni modo, il problema del capro espiatorio è che, secondo la giustificazione utilitaristica, dovremmo punire un innocente ogniqualvolta far ciò permettesse di conseguire la massima utilità sociale. Questa conseguenza però non sembra essere del tutto accettabile.

L’ultima giustificazione invece, quella retributiva, è detta deontologica (o backward looking). Questa prospettiva non si sofferma sulle conseguenze positive che un’eventuale pena potrebbe portare, ma solo sulla colpevolezza del reo. Per intenderci, è l’idea di Raskòl’nikov in Delitto e castigo: ho commesso un omicidio, devo pagare, confesso. Fine della storia. Scusate lo spoiler.

A dirla tutta la giustificazione retributiva si divide in due sotto-tesi, una positiva e una negativa. La prima, quella positiva, sostiene che tutti i colpevoli devono essere puniti, anche a costo di coinvolgere qualche innocente. Questa era per esempio l’idea di Stalin (se faccio fuori tutti i generali dell’esercito son sicuro di punire anche i traditori, no?), ma anche di Robespierre, buonanima. Non il massimo della giustizia, direi.

La seconda sotto-tesi (negativa) è invece quella secondo cui solo i colpevoli devono essere puniti. In questo modo si evita il problema del capro espiatorio. Tuttavia si perde il senso profondo della pena, ovvero la sua utilità sociale e non.

Un buon compromesso potrebbe allora essere quello elaborato dal filosofo del diritto Herbert Lionel Adolphus Hart (detto Pelé). L’idea è che la giustificazione della pena sia per forza di cose di tipo utilitaristico, ma con la condizione che la distribuzione della stessa avvenga secondo il vincolo imposto dalla retribuzione negativa. In sostanza si punisce chi (e quando) è utile punire, ma non chi è innocente (anche qualora ciò risultasse utile). Sembra piuttosto soddisfacente, no?

Pertanto il vecchio saggio non dovrebbe essere punito. La vita sull’isola non ne ricaverebbe maggiore utilità, dal momento che vi regna già una pace perpetua.

E vissero così tutti felici e contenti.

 


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