17 novembre 2018

“Con gli occhi di un bambino”

“Con gli occhi di un bambino”

Quella mattina c’era un piacevole sole primaverile, e le insegnanti avevano deciso di far uscire i bambini per l’intervallo. La scuola elementare comunale aveva un bel giardinetto, con tanto di altalene e scivoli, e in fondo c’erano anche diversi alberelli dietro a cui ci si poteva nascondere quando si giocava a nascondino.

Proprio lì i tre bambini si misero in cerchio, mano nella mano; parlò Stefano, il loro capo, e disse con aria solenne: “Va bene, facciamo il patto: adesso ci diciamo chi ci piace della scuola”. Serissimi, gli altri due bambini fecero un silenzioso cenno di assenso. Il patto era della più assoluta importanza, perché era il “patto dell’amicizia eterna”: avrebbero dovuto conservare e proteggere dai loro compagni un segreto così importante; avrebbero dovuto accettare chi piaceva agli altri, anche se magari gli stava un po’ antipatico; e infine, avevano promesso di non litigare se qualcuno avesse detto lo stesso nome.

Stefano si fece coraggio, e con la sua solita aria da duro disse: “A me piace Marta. L’altro giorno le ho offerto metà della mia focaccia, e lei mi ha detto “grazie” e mi ha fatto un sorriso. Io dico che anche lei mi ama”. Si passò una mano tra i capelli soddisfatto, mentre i due compagni lo guardavano ammirati e si complimentavano, pienamente convinti del fatto che fosse ricambiato. Fu poi il turno di Alan, un bambino che non parlava molto, ma sorrideva sempre. Amava guardare il cielo e ammirare la natura, adorava le giornate in cui il cielo era azzurro ma anche quelle in cui era grigio, perché immaginava di poter salire su tutte quelle nuvole a giocare. Come sempre, sorrise e dichiarò con franchezza: “Io non ci ho mai pensato a chi mi piace. Passo tutto il tempo ad  arrampicarmi sugli alberi e giocare a palla. Però se proprio devo pensarci, credo che Vanessa sia molto bella”. Gli altri due annuirono in pieno accordo: Vanessa era una bambina molto carina, con le lentiggini e i capelli ricci castani. Adesso era il turno di Francesco, l’ultimo dei tre, un bambino molto timido; adorava i propri amici e li seguiva in ogni piccola impresa, contento che ci fossero loro a spronarlo e renderlo parte dei giochi. Francesco abbassò gli occhi, guardandosi le punte dei piedi, mentre a bassa voce diceva: “A me piace Matteo, quello dell’altra classe”. Alzò timoroso gli occhi verso i compagni, in attesa del responso.

Parlò per primo Stefano: “Matteo? Ti piace Matteo?”

Francesco rispose con onestà “Beh, sì. Matteo è sempre gentile con me, mi regala i doppioni delle sue figurine, e dice che gioco bene a calcio”. I primi due guardarono Alan, che fino a quel momento non aveva parlato, e che disse:

“A me Matteo sta molto simpatico. E oltre alle figurine, tante volte regala le caramelle che produce la ditta di suo papà. A me verrebbe voglia di mangiarle tutte io, se avessi una ditta!”.

“Esatto” sorrise Francesco “anche a me”.

“è vero” ammise Stefano “condivide le figurine e le caramelle, anche se potrebbe tenersele tutte! Secondo me possiamo concludere il patto: è valido!”.

“Anche secondo me”

“E anche per me!”

“Evviva il patto!” conclusero i bambini, tornando più amici di prima nella loro classe. La giornata trascorse felicemente, e quando si salutarono, rinnovarono il loro “patto di amicizia eterna”, dandosi appuntamento al giorno successivo per giocare di nuovo insieme. Il giorno dopo, Alan e Francesco erano già in classe a commentare il nuovo episodio del loro cartone animato preferito, quando arrivò Stefano. Si aspettavano la solita spacconata su quanto avesse pedalato velocemente con la sua bici nuova, superando il pulmino della scuola e anche qualche auto; ma Stefano si diresse silenzioso al banco, lo sguardo fisso sul pavimento, senza salutarli. Si sedette, e ogni tanto sbirciava imbarazzato verso i suoi compagni di giochi. Alan e Francesco si stupirono, ma prima di poter parlarne furono costretti a separarsi a causa del suono della campanella. Comunque Alan sedeva esattamente a fianco a Stefano, per cui promise all’amico che gli avrebbe chiesto cosa succedeva. Mentre la maestra cominciava a spiegare la lezione, a bassa voce Alan domandò al compagno di banco:

“Cosa succede Stefano, non stai bene?”

Stefano gli rivolse uno sguardo imbarazzato, e sussurrando replicò: “scusami, non possiamo più essere amici”.

Alan non credette alle proprie orecchie. Stefano doveva stare male sul serio. Ma come! Erano amici fin dall’asilo, avevano sempre diviso la merenda e i giochi, e il giorno prima avevano persino fatto il patto dell’amicizia eterna…

“… è proprio quel patto il motivo per cui non possiamo essere amici. Ieri sera l’ho raccontato al mio papà, e lui ha detto che non vuole che siamo amici”.

“Ma come mai?”

Stefano si strinse nelle spalle: “Non lo so. Ha detto che non va bene che a Francesco piaccia Matteo. Ha detto che gli deve piacere per forza una femmina.”

“E perché deve piacergli per forza una femmina?”

“Ha detto che lo dice Don Giulio. Papà ha detto che Don Giulio dice sempre che bisogna fare una famiglia con un maschio e con una femmina, oppure Il signore si arrabbia.”

Alan annuì: Il Signore, quello che andavano a trovare tutte le domeniche mattina in chiesa, che a dire la verità lui non lo vedeva però sapeva che c’era, perché glielo dicevano i suoi genitori, quindi c’era sicuramente. Ad Alan piaceva andare a Messa, perché era bello guardare le vetrate e le luci delle candele accese; per gran parte del tempo le spiava, immaginandosi avventure in posti fantastici che quei colori gli portavano alla mente. I suoi genitori gli dicevano anche che Il Signore era molto buono, che amava e proteggeva tutti loro, i suoi figli; di conseguenza anche lui voleva bene a Ilsignore. Data questa constatazione, si stupì del fatto che potesse arrabbiarsi con Francesco per nulla. Decise che avrebbe risolto questo dubbio parlando a suo padre quel pomeriggio. Gli si avvicinò prima di cena, mentre lui leggeva un libro aspettando l’ora di mettersi a tavola.

“Papà: ma perché a un maschio deve piacere per forza una femmina?”

Il padre lo guardò stupito, vagamente inquieto, e gli chiese: “Beh, perché è normale. Ai maschietti piacciono le femminucce, e alle femminucce i maschietti. Perché me lo chiedi, Alan?”

“Perché a Francesco piace Matteo, ma Stefano dice che suo papà vuole che non sia più suo amico perché Don Giulio e Ilsignore si arrabbiano”

“Ah, Francesco” rispose il padre, sollevato “Diciamo che la normalità è che a un maschio piaccia una femmina. Però ogni tanto capita che non sia così. Dimmi, ma non è che Francesco dice che gli piacciono i bambini, emh… quando sei con lui, e le persone lo possono sentire e vedervi insieme…”

“Non mi sembra” rispose Alan, che intanto aveva preso il segnalibro del padre e ne stava accartocciando gli angoli “Ma papà, io non capisco. Cosa vuol dire essere normale? Anche Francesco è una persona normale, e Matteo in effetti è molto simpatico! Io ancora non capisco perché Ilsignore si arrabbia”.

“Ma non è, ecco che si arrabbi, diciamo che…che…non è normale, ecco…”

“Secondo me vi sbagliate” continuò Alan, ignorando le ultime parole del padre, che tanto continuava a ripetere sempre le stesse cose senza senso “Ilsignore ama tutti i suoi figli, lo dite sempre voi e anche Don Giulio. È capace anche di perdonare quelli che sbagliano, se poi si pentono. Ci ha creato lui, e siamo fatti come ci ha fatti lui. E allora perché si dovrebbe arrabbiare se a Francesco piace Matteo, se lo ha fatto lui così? Forse” alzò lo sguardo sul padre, con un lampo di timore “Francesco non è anche lui un figlio di Ilsignore?”

“Ma no, certo che lo è…”

“E allora, allora perché si dovrebbe arrabbiare? Francesco si comporta sempre bene: è gentile, simpatico, generoso. Quando giochiamo a calcio rispetta sempre le regole. Ogni tanto è un po’ fifone, è vero, come quando abbiamo visto quella puntata in tv con i fantasmi; ma si comporta sempre bene, no? E allora ripeto, perché Ilsignore dovrebbe arrabbiarsi? Papà, vi sarete confusi. Ma non dovete più preoccuparvi, Ilsignore non è arrabbiato!”.

Sorridendo soddisfatto di aver risolto il mistero, se ne andò alla finestra a guardare gli uccellini che volavano sugli alberi del giardino, lasciando il padre muto e stralunato. Alan era sicuro che il suo amico era buono, e che il fatto che gli piacesse Matteo non lo rendeva una persona diversa o di minor valore; e  sarebbe sempre stato al suo fianco e suo amico.


Racconto di Laura Brusa

Copertina

 

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