08:02 am
15 luglio 2018

BURNING TO ASHES

BURNING TO ASHES

Un racconto di Alessia Guzzi

We’ve all been changed from what we were
Our broken hearts left smashed on the floor
I can’t believe you if I can’t hear you.
— Editors, Smokers outside the hospital doors
Ha trovato il gufo ad attenderlo in cucina, appollaiato sulla credenza, quella con una sottile crepa che ne attraversa l’anta. Remus ha sbattuto le ciglia, confuso, e per il resto del giorno ha finto di non fissare quel biglietto firmato Pads (1). Si è lasciato cadere sulla paglia ispida della sedia e ha puntato i gomiti sul tavolo. Continuerà ad andare avanti come ha fatto negli ultimi tempi, si ripete. Acciufferà ogni ricordo che comincia a zampettare nella sua memoria e ricaccerà tutto indietro: il suo odore, la sua voce, le sue mani. Questo farà. Credeva di aver chiuso a doppia mandata lo stipetto nella sua testa che porta la dicitura Sirius, ma s’era sbagliato. E c’era da aspettarselo: Remus J. Lupin non ha mai avuto gran naso nel riconoscere le false certezze. Ma darà fuoco a quel cassetto, adesso, e a tutto ciò che vi ha infilato. Ai libri di lui, ai suoi jeans babbani, agli sfilacciati elastici per capelli, ai suoi vinili graffiati. E a se stesso. Darà fuoco a tutto ciò che un tempo era appartenuto a Sirius Black. Per lungo tempo, non fa altro che guardarsi intorno; a rispondere al suo sguardo c’è solo una sedia identica a quella su cui è seduto: sgangherata, storta. Vuota. Sirius è arrivato a notte fonda. Lo ha attirato in un abbraccio rude. Non c’era magia in quella stretta. Forse solo un po’ di tenerezza nella casa piccola di Remus, sul suo viso vecchio e stanco, nei vestiti logori di Sirius. Nel disincanto che ha tenuto insieme tutti i pezzi di quell’assurda scena. Un attimo prima di fargli strada, Remus si è vergognato di potergli offrire solo un divano in un vecchio cottage al limitare della campagna del sud. Ma adesso che sono lì, al centro del corridoio, lui con le mani enormi e goffe, lievemente imbarazzato, e Sirius con i suoi capelli arruffati e gli occhi incavati, Remus ha capito che nulla ha importanza. Non le macchie d’umido, o i rubinetti rotti, né le imposte malridotte.
«Perdona l’improvvisata,» dice dopo qualche momento Sirius Black e sul suo viso si apre un ghigno. Remus stenta a credere all’incredibile attitudine che ha la sfacciataggine di quest’uomo a rimanere illesa, ma bada bene a non farglielo notare. «Come sei arrivato fin qui?» «Harry mi ha aiutato a scappare da Hogwarts. Spero non passi dei guai. È davvero…» «E’ davvero uguale a James, lo so». Il silenzio gelido e statico con cui Remus Lupin ha imparato a vivere si gonfia attorno a loro come una bolla di sapone. Un brivido corre lungo la sua schiena, quando Sirius azzarda una risata roca, ed un attimo dopo si dice che, no, i ricordi non si possono mettere al rogo.
Il lupo ringhia di frustrazione dentro di lui. Ha ancora l’odore del cane nero nelle narici. Ora. Per sempre. Solo qualche momento dopo, c’è una tazza di tè tra le mani e del vapore a nascondere la bocca di entrambi. Remus sente l’improvviso bisogno di toccare il viso di Sirius. Piano, con la punta delle dita, come per ricordarne i contorni ed imparare i nuovi dettagli. Per fare l’inventario dei danni e intuire gli orrori che hanno scavato tutte le rughe e le cicatrici che non conosce e non potrà capire mai. Questi sono i nuovi occhi di Sirius, questa la sua bocca, questa la sua fronte. Questo è Sirius. Ma se questo fosse davvero Sirius e se ci fosse anche James da qualche parte a dare di gomito a Peter e a bisbigliare, sbuffando una risata, “guarda quei due vecchi imbecilli”. Se fosse una vita fa, se gliel’avessero detto… Se.
«Non ti metterò in pericolo, vero? Silente mi ha detto che ha protetto casa tua, solo per questo sono venuto qui… altrimenti non ti avrei messo in pericolo.» «Albus sa bene quel che fa, Sirius. Se ti ha mandato qui è perché sei al sicuro. Entrambi lo siamo». «Albus? Quindi adesso chiamiamo anche la McGranitt semplicemente Minerva?» Una risata breve e silenziosa risale alla bocca di Remus, involontariamente. Non sa perché stia ridendo, non lo sa. Vuole solo svegliarsi, sedersi al centro del suo letto e dirsi: “ecco qua, era solo un sogno, lui non è qui. Non davvero”. Sarebbe più facile, in fondo, sarebbe incredibilmente semplice tornare al vecchio ordine di idee. Un po’ penoso, forse, ma facile. «Sono cambiate tante cose, Sirius.» «Già, professore.» «Lo sono stato. Ma Severus ha detto a tutti di… ». «Di Moony. Del lupo. E’ sempre stato una tale piaga, Piton…» Remus annuisce e sente qualcosa sciogliersi in fondo allo stomaco nell’ascoltare dalla bocca di Sirius quel nomignolo che ancora adesso è in grado di ritrasformarlo in quello è stato tanto tempo fa, in quello che avrebbe potuto essere anche adesso: un ragazzo. Un marauder (2). Solo Moony.
Alle 3.45 del mattino, Sirius se ne sta ancora con i gomiti piantati nella cerata ingiallita stesa sul tavolo, cavalcioni sulla sedia, con il tè ormai freddo nella tazza sbeccata. E gli occhi più giovani di dieci anni, dietro la superficie grigia del suo nuovo sguardo.
E Remus si rende conto, con spaventosa consapevolezza, che non sarà mai più in grado di chiudere il cassetto nella sua memoria.
«…gli ho restituito la mappa, Sirius. Ad Harry. Se non l’avessi fatto, James ne sarebbe stato deluso, non credi?» «Credo che ti avrebbe disconosciuto, se non l’avessi fatto, Moony.» Per quella sera, Sirius sente di dover fingere che non sia accaduto nulla. Per Remus; lui si merita di parlare con qualcuno che non sia solo un latitante, un uomo pazzo, vuoto come un guscio. Sirius sente di dover incrociare le braccia al petto, per nascondere le costole evidenti. Di dover stringere le mani sotto alle ascelle, perché Remus non le veda tremare.
E per la prima volta, da quando la sua fuga è iniziata, scopre la chiave di lettura di tutta quest’esperienza di giovane galeotto: non lascerà mai davvero Azkaban. Potrà starsene qui, nella cucina dell’uomo più caro che gli sia rimasto al mondo, a parlare con lui, a contare i rami delle piante rampicanti alla sua finestra, a sentire l’odore del suo tè alla cannella, ma è tutto qui. Quella parte di sé che Sirius ha svenduto per restare ancorato a qualche pensiero prezioso non tornerà mai più in suo possesso. Resterà per sempre nella sua cella.
Ad Azkaban, ha imparato a convivere con i morsi della fame, con il freddo che gli azzannava le ossa. Ha dormito accanto ai rimorsi. In dodici anni, ha sopportato sempre lo stesso dolore, versato goccia a goccia sulla sua testa, a scalfirlo troppo piano per morirne, troppo in fretta per poter guarire tra una piaga e l’altra. Di lui, non è rimasto altro se non ciò che tenta di nascondere: una conchiglia vuota, capace di riempirsi solo di tre o quattro immagini che non sa se sia rispettoso chiamare ricordi. E non gli importa. Non adesso che sente la voce di Remus vibrare attorno a lui.
È ancora solo, è ancora in gabbia e quel dolore lo sta divorando dall’interno, ma il rimpianto che l’ha tenuto in vita è seduto davanti a lui e lo sta guardando. E tanto gli basta.
«Ho bisogno,» dice, bagnandosi le labbra secche e screpolate, «ho bisogno che tu mi dica che non hai mai creduto a tutta questa storia. Che non hai pensato fossi colpevole del crimine per cui mi hanno rinchiuso laggiù». Non sa perché lo dice, non sa perché si faccia domande di cui non vuole conoscere la risposta. Di cui conosce già la risposta. Mi hai odiato in tutti questi anni? è ciò che non ha il coraggio di chiedere ad alta voce. Sei mai riuscito a pensare a me?
«Sirius, io-»
«Voglio credere che tu sia stato l’unico a conoscere la verità. A sapere che fossi innocente. Anche se è stato solo un dubbio, l’incertezza di un attimo. Ne ho bisogno.»
Remus mette da parte il tè, incrocia le braccia sul legno scuro del tavolo e vi posa la guancia. Nasconde gli occhi perché l’altro non veda la vergogna che sta provando. Questa, per Sirius, è una condanna. La seconda. E pesa sulla sua testa come la leggendaria spada di Damocle. La pioggia laverà via il marcio che li logora, prima o poi. Sirius sa perfettamente che ci sono ruggini che li corrodono dall’interno. Niente sarà più come prima. Spera solo di poter fingere che tutto andrà per il meglio.
«Non importa,» conclude, bagnandosi le labbra. «Ora sai che non sono stato io. Ora lo sa anche Harry».
«Lo sapranno tutti. Tutti» ringhia l’uomo che ha davanti, con un sibilo meravigliosamente simile a quello di Moony.
L’alba inonda pigramente il pavimento, avanzando un poco alla volta, e Sirius ripensa a Remus, al suo Remus, quello di dodici anni fa. Ha dato in pasto ad Azkaban una grossa fetta di se stesso per ossidare nella memoria l’immagine di una domenica mattina -forse un venerdì, forse un martedì- al sapore di frittelle al miele. Nella sua testa, c’è una musica allegra gracchiata dal giradischi e le mani di Remus sulla sua faccia, mentre dice: “Merlino quanto sei idiota, Pads”. Un Sirius lontano nel passato sta ballando davanti a Moony e si getta ai suoi piedi. Riesce quasi a sentire l’eco di una risata distante ormai anniluce.
«Non importa più, Remus». Alle cinque del mattino, vede per la prima volta Remus J. Lupin fumare. Aspira in fretta e lascia andare lentamente, come per trattenere meglio nicotina e catrame, per avvertire ogni dito di fumo accarezzargli il palato. Remus si è messo ai fornelli, qualche minuto fa, per preparargli qualcosa da mettere sotto i denti. Adesso, Sirius mangia lentamente, fissando Moony che fuma come un uomo, con l’indice e il pollice sul filtro. Ingoia uova strapazzate, beve acqua. Non sa se tutto questo gli sia mancato: il calore di una stanza, il cibo, il sole. Sa quanto gli è mancato Remus. Sa quanto quell’unico spillo l’abbia punto più di mille altri piantati dietro la nuca. “Sei una donnetta, Pads,” gli ha sussurrato tutti i giorni il fantasma di James seduto al centro della sua cella, “una donnetta sentimentale”. Dalle labbra schiuse di Remus, affiora una nuvola di fumo biancastro e acre.
«Benson Hedges Blu» mormora Sirius, fissando insistentemente la forchetta ferma nel piatto. «Le mie.»
Si concede solo un attimo per azzardare un’occhiata. Remus si curva sul parapetto, i suoi occhi si chiudono piano e le sue labbra s’incurvano nel sorriso di chi è stato colto sul fatto. «Non cambi mai, Sirius Black. Sei sempre il solito egocentrico». E adesso sa perfettamente che, per quanto l’abbia odiato, per quante maledizioni e bestemmie gli abbia rivolto in questi anni, ad una cosa Remus è rimasto aggrappato: al suo sapore. Sirius sente l’improvviso impulso di baciare ad una ad una le cicatrici trasparenti che spariscono nel collo della sua camicia di seconda mano.
Quando non ne può più dei suoi sguardi insistenti, Remus getta via la sigaretta e «penso sia ora di riposare per tutti e due,» dichiara. «Sono le cinque del mattino, Remus…» «Appunto. Sono le cinque del mattino. Hai bisogno di dormire.» Trasfigura il divano, Remus, addentandosi le labbra perché ne venga fuori un materasso decente. Gli prepara un letto caldo, con le coperte meno rattoppate che possiede, come se Sirius possa davvero lamentarsi della sua sciatteria. Lascia una brocca d’acqua, lì accanto, senza mai accennare a quella vecchia paura del buio che, dopo Azkaban, è tornata a ruggire ferocemente, consumando e inghiottendo tutto il sonno di Sirius. Per sempre.
«Buon riposo,» bisbiglia Remus, passando una mano sul viso, troppo esausto per restare sveglio, troppo scosso per lasciarsi andare al sonno. «Resta con me.» «No… devi cercare di dormire.» «Non dormirei comunque, » insiste Sirius. All’improvviso, sta urlando senza rendersene conto. «E mi sento meglio a parlare con te. Ho bisogno di sentire la tua voce.» «Sirius, è-» ma Sirius non saprà mai cos’è questo. Ingiusto? Scorretto? Inadeguato, probabilmente.
Remus fa silenzio; si stringe nelle spalle ed abbassa lo sguardo, intimidito come un ragazzo. Sirius gli si fa vicino, posa la fronte sulla sua e sfiora il dorso della sua mano destra. La sottile traccia di una cicatrice familiare scivola sotto la punta delle sue dita.
«Sei sempre il solito, dannazione, Sirius». «Sì, l’hai già detto, Moony». Sirius lo sente rabbrividire. Posa una mano su entrambi i lati del suo collo e si porta il suo viso al petto. «Anche tu sei sempre lo stesso. T’imbarazzi ancora come
quando avevi sedici anni». «A sedici anni volevo ucciderti nel sonno,» mugugna Remus contro la stoffa della sua veste. «Eri un essere insopportabile.»
A Sirius vien voglia di ridere. E lo fa.
Dal 1981 al 1993, Remus J. Lupin si è condannato e maledetto ogni giorno per non essere stato in grado di trovare neppure una stilla di odio in corpo. Ha sbattuto lontano i ricordi, vi ha eretto intorno muri e montagne per impedirsi di raggiungerli. La mente, contro la sua stessa volontà, ha macchinato ogni dannato minuto per tentare di capire, per trovare una spiegazione qualsiasi che scagionasse il suo ragazzo. Che scagionasse Sirius. Ha finto di tirare avanti in una vita che s’era interrotta la notte in cui James e Lily erano morti.
Dal 1981 al 1993, Remus J. Lupin è stato rinchiuso in una cella nella sua testa, accanto a Sirius Black. Quella notte, bacia il collo, le tempie, la fronte di Sirius. Scende a sussurrare qualcosa sulle sue labbra. E tutto ciò che è la guerra, il caos, la morte viene scacciato via, lontano. Per una notte. Per quella notte. Remus morde il petto di Sirius, la parte sinistra, e rabbrividisce. A momenti, nella sua testa, Sirius ha ancora tredici anni e decide di non tagliarsi più i capelli. Ne ha quindici e se ne sta fermo sulla banchina del binario 9 e ¾, con una sigaretta a pendergli mollemente dalle labbra. “Quando hai iniziato a fumare, Sirius?” “Quando mi sono rotto le palle di seguire le regole, Moony.” All’improvviso, è diciassettenne. Ha la voce da uomo, spalle larghe e labbra oscene. Un disco dei Clash è marchiato a fuoco nel suo cervello. Stanno nel cubicolo di un bagno nei sotterranei di Hogwarts e “questo sarà il nostro segretuccio, Moony” ansima nel suo orecchio. L’immagine cambia ancora, Sirius ha diciotto anni e fa le corna con la mano ad un James vestito da sposo. A diciannove, è sdraiato sul pavimento della loro casa, di Remus e Sirius. Harry è addormentato sulla sua pancia. “Merlino, ha veramente dei capelli di merda,” dice, ridendo. Finisce per averne venti: Prongs e Lily sono morti, e lui viene portato ad Azkaban in un silenzio inquietante.
Poi, di colpo, Remus guarda davanti a sé e Sirius ha trentadue anni. Trentadue. E’ un uomo stanco, è il fantasma del suo ragazzo. È seduto al centro del suo salotto impolverato e buio, a guardarlo dritto negli occhi senza una briciola di pudore.
È libero, innocente. È Sirius, questo. E, finalmente, anche Remus è tornato a casa.
(1) Pads, diminutivo di Padfoot. Si tratta della traduzione inglese di Felpato, ovvero il soprannome di Sirius Black.
(2)Marauders, traduzione inglese di “malandrini”, soprannome con il quale viene identificato il gruppo di amici di cui facevano parte James Potter, Sirius Black, Remus Lupin e Peter Minus.

FONTI
Burning to ashes è un racconto di Alessia Guzzi, vincitrice della prima edizione del contest letterario ‘La Voce dei Millennials’, indetto da Lo Sbuffo
CREDITS
Copertina by Lo Sbuffo

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